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Hibakusha  Texto en idioma original 
.Rita El-Khayat
Lascerò il Mondo così crudele come l’ho trovato

In questo caleidoscopio che si chiama Vita, non vi è mai la stessa configurazione da un istante all’altro, da un secondo a quello successivo, anche per i più immobili; il cielo di oggi non è mai e poi mai quello di domani. La luce muore nello stesso momento in cui rinasce, all’infinito.
Gli uomini hanno imparato a combattere questa precarietà, il vuoto attraverso l’opera dei poeti, degli scrittori, dei pittori, dei musicisti e dei compositori, dei cantanti e dei ballerini, delle ricamatrici e delle merlettaie, che hanno in sé un briciolo di divino e che ricreano ciò che vedono in mille colori, suoni, immagini, emozioni e tutte le straordinarie sfumature della tenerezza, della crudeltà, del limite e della grandezza di ognuno. Tali creatori hanno ammiratori ferventi e curiosi proseliti che li sostengono, li ascoltano o li leggono, li guardano, partecipando essi stessi alla Creazione di bellezza e senso.

Da parte mia, la storia che mi ha portata a diventare una scrittrice, o una romanziera, o ancora un giocoliere di parole, di lingue e di linguaggi, è lunga, oscura e incredibile. Ve la racconterò con le frasi e le immagini che seguono.

Uscita dal nulla, il primo passaggio, sono entrata nella età della coscienza mentre il mondo bruciava, alla fine della guerra; ho vissuto tutta la vita tra conflitti e violenze: le guerre ci sono ancora e sempre ci saranno e io ho solo l’arma delle mie parole.
Immaginate una bimba, la primogenita, che nasce nella miseria, tra i bombardamenti, la paura, la morte, la distruzione del pianeta, un paesaggio apocalittico credete davvero che si possa essere felici quando altrove, da qualche parte, al di là delle frontiere, barriere convenzionali c’è chi muore mentre poteva salvarsi?!?

Io odio la guerra e vorrei, con tutte le mie forze, che sparisse dalla faccia della terra. La guerra ha alimentato l’orrore presente in alcuni dei miei testi, senza che io neanche me ne accorgessi.

Il mio messaggio di disperazione e di lotta è anche un messaggio di ribellione e di vita. Durante tutta la mia vita, sono stata un poeta impenitente e una ragazza, donna poi, ingenua e sensibile, e tutti gli esseri prepotenti e malvagi hanno aggredito il mio tenero corpo per lacerarlo, violarlo, punirlo e umiliarlo. I più cinici l’hanno anche confessato! Ma io non ho la forza di odiare, di vendicarmi, di dire malvagità nascoste sotto una dolcezza velenosa: sono un essere umano. Gli altri hanno dimenticato l’esistenza della parola compassione!

Ecco la storia e il suo inizio.

Io sono il frutto dell’unione dei miei genitori. Questo è un fatto. E in questo, noi assomigliamo alle piante e agli animali. E’ una storia vecchissima, di miliardi di anni.

In una caduta vertiginosa, Adamo arriva sulla terra e, sentendosi solo, crea Eva dalla sua costola, per avere una compagna. Quindi io sono un’escrescenza di un uomo, poiché i miei primi antenati, quelli che condivido con TUTTI, hanno così avuto origine, uscendo l’uno dall’altro, uno più debole dell’altro, uno gioiosamente padrone di colei che partorisce nel dolore il primo frutto del suo ventre, un Bambino, inaugurando questo lunghissimo arrivo di esseri umani fino a noi, fino a me che, oggi, dinanzi a Voi, leggo le parole tracciate da questa arma, non dimentichiamolo, quella della penna, della stilografica, della tastiera informatica. Armi temibili più di quanto si possa credere...

Nella versione più recente, quella evolutiva, non esistono più né Eva né Adamo.

Alcune scimmie, risultato evolutivo degli animali scimmieschi della profonda ferita geologica del Rift, hanno assunto la posizione eretta, per sfuggire ai pericoli della vita: ognuno per sé e Dio per tutti, resta ancora, in questo contesto, la migliore delle espressioni!

E’ quindi questo lungo percorso di umanizzazione delle scimmie, e in particolare di alcuni appartenenti alla famiglia dei bonobo, che ci ha portato a essere così come noi siamo oggi, orde di umanoidi non ancora del tutto evoluti, perdonatemi se lo dico. L’avventura ha impiegato circa tredici milioni di anni, granelli di tempo, poiché il Big Bang ha (avrebbe), 13,7 miliardi di anni. I meno pignoli dicono 15 miliardi, forse per arrotondare la cifra!
Questa versione, detta scientifica, delle origini degli esseri umanoidi, ha qualcosa di buono, in quanto ci permette di accettare la ferocia dell’uomo, la sua violenza, la sua cupidigia, la sua rapacità e la sua crudeltà gratuita. Questi primati non sarebbero altro che delle tappe intermedie di un lungo percorso che li porterà un giorno a uno stato più perfetto, più vicino a questa briciola di divinità che risiede in ognuno di loro. Forse i politici che lottano durante sedute burrascose per la conservazione della terra, degli animali, della biosfera in generale e dell’atmosfera in particolare, sono i precursori di coloro che un bel giorno diverranno Uomini e Donne a tutti gli effetti.
Nel futuro che io sogno non ci saranno più le grandi scimmie con mucchi di ossa davanti alle tane per dimostrare quanto più ricche e più predatrici, più voraci e più egoiste siano e nessuna scimmia femmina sarà superiore a un’altra, solo perché al dito ha una grande pietra fiammeggiante.
Nella spiegazione antica, detta "creazionista", io mi perdo un po’. Poiché Adamo è stato paracadutato dal Paradiso, egli avrebbe dovuto conservare qualche elemento della sua perfezione e qualche reminiscenza della divinità dell’aria nella quale si è evoluto, in questo Eden favoloso, il Regno di Dio.

Ma i discendenti di Adamo sono forse i soldati americani e inglesi, mascherati come degli extraterrestri, a seminare terrore e morte agli ordini di un grande Manitù, un malato e un folle...; i discendenti di Adamo sono forse i pirati dei Caraibi, i ladri, i pedofili, i terroristi, i corsari e i giannizzeri, le prostitute, i presidenti matti, i pervertiti, i bugiardi, i criminali, i delatori, i despota, i dittatori, i carnefici, gli stalinisti, gli uomini condannati al Gulag.

Dunque, per me, il miglior modo per diventare un vero essere umano è quello di ignorare la parte più crudele, più squallida e più brutta che risiede in lui. Sono le persone semplici e felici, o gli innocenti e "coloro che godono delle cose semplici", candore meraviglioso che consacra la purezza e la santità di chi è separato dalla turpitudine dell’umanità, pur facendone ugualmente parte; che sorte favolosa...

Questi sono anche i pazzi del villaggio, gli idioti, i deficienti, gli eroi, i santi e i profeti, i guru, gli eremiti e certamente alcuni messia... gli artisti, i sognatori impenitenti, gli stravaganti, i bambini, i poeti, i saggi anziani, le donne incinte, i volontari della Pace, i missionari, i morti che riposano, infine.

I miei antenati, donne arabe, nella clausura delle case, praticavano l’ESBAR, la virtù suprema della pazienza e della resistenza; queste dicevano, pallide e amareggiate (non vedevano mai la luce del sole, quindi avevano una pelle bellissima, ma erano anche rachitiche e anemiche), nei momenti difficili o di tristezza, di rassegnazione o di guerra persa, per citarle:

«La ilaha ila lah ou sbar!!!» Non c’è che Dio e la pazienza.../b>

Come avrete capito, io l’ho perduta la pazienza, quando ho iniziato a scrivere, a dipingere, a viaggiare, a esprimere le mie opinioni all’Uomo, erede e discendente di Adamo, anche pagando a caro prezzo questa libertà affascinante e terribile: «Anche se sono soltanto una parte di te, poiché Dio ha voluto così, preferisco non ubbidirti, perché sei imperfetto, mi sembra!!!»

Orde di donne volevano farmi la pelle per averlo detto! Erano più vendicative degli uomini...
Ho vissuto in un oceano di aggressività tale che ho avuto qualche difficoltà a capire perché «i miei avi», voglio dire la mia razza, fossero tanto violenti e determinati a vivere secondo i parametri più feroci dell’esistenza umana. Una domanda mi resta sospesa sulle labbra: perché non mi adatto alla mia società e alla mia cultura? Perché, dal momento che ne faccio parte, sono quella che sono, una donna vicina alla sensibilità e alla tenerezza, alla gentilezza e alla cortesia?

Ma oggi, io navigo in un bagno di furore che non riesco a dominare; la notte tra il 15 e il 16 aprile sono stata risvegliata da un incubo spaventoso. Con il cuore in gola, mi sono alzata di scatto convinta che Casablanca stava bruciando. In questo sogno orribile, c’erano solo esplosioni e fumo, rovine e crolli, tanto da pensare alla fine del mondo.
Gli uomini si fanno esplodere di nuovo dopo l’11 marzo scorso, uno in un cybercafé e altri quattro a seguire il 10 aprile e due fratelli il 14 aprile, vale a dire un giorno prima di fare questo sogno in cui mi chiedevo perché non avessi in casa cibo a sufficienza per sopravvivere.

Sì, io vivo in una città dove la gente si fa esplodere e, sentendo le esplosioni delle bombe umane, ho realizzato che si trattava ancora di una o più persone che si facevano saltare in aria, con gli echi delle esplosioni per tutta la città, a nient’altro paragonabili, anche se ho continuato a occuparmi delle mie cose, quel sabato mattina. L’incubo mi fa capire che nel più profondo di me stessa sono molto spaventata, come quando una bestia avverte un grande pericolo, ma non sa dirlo...
Perché questi uomini si fanno saltare in aria? È una domanda così colossale che posso solo continuare a chiedermi perché una tale violenza abita nel profondo di questi uomini, per la maggior parte giovani?

Eppure, ho scritto un testo inneggiando a Casablanca. Scrivendolo, ci credevo con tutte le mie forze. Quindi, io sono accanto alla realtà; il giorno stesso delle ultime esplosioni, sono uscita e ho camminato tre ore per Casablanca fino a procurami delle vesciche ai piedi e tornare a casa in taxi, tremendamente tormentata dentro per ciò che avevo visto e udito. Ho scattato delle foto con lo stomaco chiuso per la paura, poiché le reazioni dei passanti e della gente sui marciapiedi sono aggressive e idiote. Io sono pronta a farmi fotografare da chiunque si trovi per strada, poiché in quel medesimo istante «anch’io faccio parte» della strada! La scena più violenta dinanzi a me è stata una donna che mendicava con tre bambini, uno attaccato al seno e gli altri due seduti vicino a lei... perché continua a fare figli?
E’ comunque necessario che io testimoni e che racconti, altrimenti come se ne uscirà?

Non riesco più a leggere tranquilla e beata senza angoscia Le Quartine di Omar Khayyam, in cui egli dice: «UNA ROSA DISSE: Io sono la meraviglia dell’universo. Davvero un profumiere avrebbe il coraggio di farmi soffrire? E un usignolo allora cantò: Un giorno di felicità prepara a un anno di lacrime».

Grazie, quindi, vivamente alla Letteratura che non ha fine, non ha limiti, né barriere e divieti, quando mette in contatto uno scrittore afro-americano del Diciannovesimo secolo con una donna arabo-andalusa-africana del Ventunesimo secolo.

Oggi, davanti a Voi, divenuta una HIBAKUSHA, come una sopravvissuta di Hiroshima, bruciata a mia volta dalle aberrazioni della vita e dalle innumerevoli ingiustizie che ho vissuto, bombe nucleari che mi hanno mutilata per sempre, concludo la mia storia sui discendenti delle scimmie e quelli di Adamo, poco importa la versione più vera, perché vorrei che la terra fosse!

La terra è la mia casa come per voi tutti. Ascoltate! Oggi mi hanno raccontato una storia straordinaria: ieri, martedì 17 aprile, di sera, un violento temporale si è abbattuto su Casablanca. Il fragore del tuono è stato assordante, impedendo a chiunque di dormire. A una bimba è stato chiesto: «Che cos’è stato questo rumore?» E lei ha risposto tranquilla: «Il terrorismo». Avrete compreso che si può vivere in qualsiasi condizione di rumore e di violenza.

Io tuttavia, mi dispiace, non sono abituata a considerare normale ciò che non lo è... vorrei avere campi di rose all’orizzonte, che si levano contro le brutture. Io amo le rose al di là di ogni amore e mettendole in un vaso, piango per la brevità della loro vita... Ne annuso la fragranza, accarezzo il velluto delicato dei loro petali, sorrido loro e gli parlo: «Forza ragazze, siete bellissime!», e ho l’impressione, quando si riprendono nell’acqua che placa la loro sete, che mi abbiano ascoltata e che vivranno un po’ più a lungo, come me che devo terminare il lavoro, effluvi di parole tracciate per sopravvivere al tempo.

Vorrei vivere di fronte al mare, davanti a un campo di papiri, o di bambù. Trascorrendo il mattino davanti alle onde, saprei che tutti hanno mangiato e dormito bene, gli uccelli dei giardini, le donne che hanno appena partorito, i bambini un po’ agitati, mia figlia con il dito in bocca, gli elefanti nella savana, i panda in Cina, mia sorella davanti alla sua postazione di lavoro, la mia amica davanti al suo testo da tradurre, il mio editore di fronte alla sua collezione di vetrerie rosse, una fiamma splendida che mi piace tanto quando vi passo davanti, le mie due mamme, anziane e stanche, irrequiete e colme di amore per me; sono sicura che consumeremo una cena superba nel ristorante di montagna, dove i miei occhi stanchi hanno scambiato per enormi mazzi di fiori bianchi del formaggio fresco, generoso e tenero. Io sono miope ed è impressionante vedere il mondo attraverso un alone sfocato, dolce, magico: io scambio pozzanghere per specchi e persone troppo conosciute per sconosciuti meravigliosi e grandiosi.

Ho tracciato nuovamente dei confini, poiché nessuno può impedirmi di andare a guardarlo vivere nella sua miseria e nel suo splendore...questo mondo intero, immenso e ricco di tutti i suoi colori, la sfera sulla quale io trascorrerò la mia esistenza, questa Terra che io considero piccola e colossale, ingiusta, ha creato paesi buoni e paesi meno buoni, e cattiva, essa ha privilegiato il maschile al femminile ed è stata dominata dal più forte. Non ci sono potenti, ci sono solo sconfitti.

I seguaci di Adamo ed Eva e quelli delle grandi scimmie non si sono ancora messi d’accordo. Io lascerò il Mondo così crudele come l’ho trovato. Ma il mio messaggio è un messaggio positivo. La fine dei giorni è un miracolo senza posa. L’India è bella, se non vi si sosta troppo a lungo. Il Marocco è terra di Siena e violetto, l’Italia è un braccio di mare del Mediterraneo turchese. I leoni ruggiscono nella savana. Le pantere reali portano ancora a spasso i loro mantelli neri fino al cuore delle giungle più oscure. Le liane continuano a spuntare nella foresta amazzonica e io osservo il Nilo con mia figlia, mentre il battello discende scivolando sull’acqua calma; è notte, l’aria è mite e irradia una gioia serena. Abbiamo fatto bene a nascere tutte e due. Il mondo è bello. Poco importano le storie della donna e dell’uomo e le grandi scimmie non hanno ancora pronunciato l’ultima parola. Noi le guardiamo danzare nella Place Jama Elfna, a Marrakech, tra i rumori della sera, colorata e profumata di mille fragranze.

Un giorno il mondo sarà questo istante sereno, quando noi ci riposeremo in riva all’acqua, la notte già calata, eterna ora blu e perfetta.

Rita El Khayat Casablanca, 28 aprile 2007

(Traduzione di Antonella Perlino)
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traduzione di Antonella Perlino
 
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