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L'anello  Testo in lingua originale 
.Roberto Saviano
La prima volta che portai una ragazza del nord nel mio paese mi facevano male le mani. Andai a prenderla alla stazione. Mentre aspettavo, avevo come un formicolio, uno di quelli che leggenda vuole possa esser placato solo con uno schiaffo. Continuavo a grattarmi i palmi, alternando le mani. Sarà stato il nervosismo. Forse solo quello. Quando scese dal treno la caricai sulla vespa e cercai di portarla via velocemente, senza farle accorgere dov’era scesa. Non credo di essermi mai vergognato del posto dove sono cresciuto ma a volte l‘adolescenza pretende di poter prescegliere persino i luoghi, e poi dei particolari spazi di questi luoghi, e in quegli spazi particolari persino i momenti da assaporare e quelli da non provare mai. Avrei voluto raggiungere subito i posti che consideravo degni di esser visti, ammirati, vissuti. Il lungomare dando le spalle al cemento e lo sguardo al largo, senza girarsi. I vitelli di bufala che nascono prima dell’estate facendo muggire le madri di un muggito che assomiglia ad una bestemmia per il dolore. E il vitello che quando ha la pelle bagnata di placenta sembra portare sulla carne un mantello, uno di quelli che nelle fiabe coprono i maghi e sotto cui ti immagini di sparire in una notte di altri mondi. Tutto quello che poteva sembrare bello erano angoli, momenti, cose che potevi cogliere solo se ti concentravi e riuscivi ad ignorare tutto il resto. Acceleravo in vespa, come se volessi cancellare la vista dell’orrendo. Lei per imbarazzo non si aggrappava alla mia vita, ma cercava di trovare appigli sul sediolino, e addirittura faceva passare i suoi indici dentro i passanti dei miei jeans. Era una ragazzina del nord e non capiva che quel gesto per me- che all’epoca non avevo mai superato la linea di Cassino- valeva più di un tecnico reggersi a me. Entrammo in paese, e lei notava mazzetti di fiori, sparsi in parecchi angoli. E addirittura qualche lumino ad altezza delle caviglie. Avrei voluto spiegarle cosa fossero. Ma non volevo spaventarla. Spiegare che erano posti in cui avevano traforato, finito, fatto fuori qualcuno mi pareva sconveniente. Le lasciai credere che anche dalle mie parti si correva troppo veloce. Che anche qui si poteva rimanere impastati su un albero. Ogni tanto da qualche parte spuntava una lapide. Lei veniva da una città di resistenza e antifascismo e guardando da lontano mi chiese: "Partigiani?" Non sapeva che qui la resistenza non c’era quasi stata, che la guerra era stata strage infinita di civili, tedeschi che prima di ritirarsi setacciavano campagne e case massacrando. "Si partigiani" risposi. A nascondere certe storie quando ero ragazzino ero bravissimo. Forse è per questo che crescendo ho avvertito come una nausea continua nel tenermele dentro e le ho dovute rovesciare addosso su chiunque. Ma tutto sommato istintivamente una risposta quasi corretta l’avevo data. Il sud è pieno di lapidi che ricordano qualcuno che è caduto, ma in un’altra resistenza. Una resistenza più difficile da raccontare, perché non è contro truppe di invasione, non è contro squadracce, non è contro un regime da rovesciare. Una resistenza che non è nemmeno essere contro. Basta non essere dentro per cadere, esattamente come durante la guerra quando i bombardamenti e le rappresaglie dei tedeschi fecero più vittime civili a sud che nelle zone dove li si combatteva.
Ma io quel giorno ero felice. Ero felice perché avevo trovato una persona da portare al matrimonio di un mio lontano cugino cui mi avevano obbligato di andare. Mi cambiai in un attimo, e la feci attendere in una stanza a fianco alla mia. Ma chiusi la porta a chiave sperando non se ne accorgesse e coprendo il rumore della serratura con una finta tosse. La tenevo come una specie di essere da difendere sottochiave. Tutti in paese mentre andavamo in chiesa per il matrimonio guardavano questa ragazza, sguardi di sbieco, fatti per accalappiare, per tentare di comunicare chiaramente che se non sei di nessuno, puoi divenire di chi ha deciso di averti. Sguardi che non vogliono sedurre, né tanto meno incuriosire, ma è come se volessero sfogarsi, saziandosi a guardare perché nessuno si farà avanti a chiederti conto dello sguardo. E allora si vogliono appagare come la mano sull’autobus che nascosta da sotto una giacca arrotolata sull’avambraccio sfiora un ginocchio o un polso e lo fa a volte in modo più invasivo di una manata vigorosa e esplicita. Sguardi che le si attaccavano sulla pelle e la costringevano a guardare in alto o in basso, a sfuggire con gli occhi e a sudare di più: come se la densità degli sguardi restringesse lo spazio e l’aria nella chiesa. Lei era territorio di nessuno e non lo sapeva e io non trovavo la parole per farle capire che era territorio. Riuscii a trascinarla nel angolo di una cappella. E iniziai a guardare le mani di tutte le nonne e zie, di tutte le madri e sorelle, delle cugine e delle invitate. Dovevo trovare una fede. Presi così d’improvviso la mano di mia zia che si stupì di quello strano gesto di trasalimento d’affetto e feci per sfilarle l’anello. Ma era da così tanto tempo al suo anulare che non voleva venire via. Non servì né la forza di trazione né l’acqua santa. Infine arrivò la saggezza di mia nonna che prese in bocca il dito e lubrificandolo con la saliva, riuscì a levare l’anello senza sforzo. Così, con la fede stretta in mano, corsi verso la cappella, presi la mano della ragazza e glie la infilai. Lei prima si stranì, quasi si spaventò, poi iniziò a guardarmi con occhi di miele come se fosse stato un omaggio. Non aveva compreso niente. Le avevo messo addosso uno schermo. Ma anche questa volta non tentai di spiegare. Da allora lo faccio sempre, come se le persone a cui voglio più bene dovessero tutte essere schermate da un simbolo, un anello, che però solo in alcune parti di mondo continua a essere uno schermo: prendere una mano e proteggerla con un gesto. E proteggermi io stesso, da ragazzino iniziai a ficcarmi anelli tra le dita. Uno a sinistra, due a destra. Come vedevo fare alle paranze di fuoco dei clan. Un modo per prendere in giro mia madre, farla indispettire. Tre anelli come il padre, il figlio e lo spirito santo. Così indossavano dalle mie parti, così indosso io. Senza significato, ma come uno strascico di qualcosa che mi appartiene senza sapere neanche perché. Mi appartiene tra le mani. Dopo anni che non ci siamo visti e sentiti ho rincontrato la ragazza del nord. Alla mano ha un altro anello. Quello vero, quello infilato nel momento giusto, non di fretta, di nascosto. Uno di quegli anelli che non protegge, non nasconde, ma semmai esplicita. O che forse non significa niente tranne il suo essere d’oro. E’ diventata giornalista o qualcosa di simile. Mentre l’accompagno a fare il solito giro nelle terre d’inferno, estrae dalla borsa una foto e me la mostra. Una foto, l’unica, di quello strano giorno. Ma non la tira fuori per condividere un momento di nostalgia. La ragazza del nord, la signora del nord divenuta giornalista mi indica due ragazzi, Giuseppe e Vincenzo, e mi dice "li hanno ammazzati perché erano cammoristi, no?". Evidentemente si ricorda di loro al matrimonio. Si ricorda le loro facce. La rabbia ti assale quando non te lo aspetti e non sai se riesci a trattenerla. Avrei potuto stamparle uno schiaffo in faccia, di quelli che lasciano un segno che sembra abbronzatura, ma la stessa rabbia mi strozza la voce e non riesco a rispondere, non riesco a parlare. Lei se li ricordava al matrimonio, li ricordava e non ne sapeva niente, non sapeva niente di loro, ma le era bastata la notizia della morte e qualche informazione raccolta per telefono per condannarli. E’ passato molto tempo da quando sono stati uccisi. O forse ne è passato poco, ma ci sono vicende che vorresti dimenticare, di cui vorresti non ricordare nemmeno un dettaglio. La memoria però non ha questo potere, o almeno la mia non ce l’ha. Esistono luoghi dove nascere comporta avere colpa. Il primo respiro e l’ultimo catarro hanno valore equivalente. Il valore della colpa. Non importa quale volontà t’abbia guidato, non importa che vita tu abbia condotto. Conta ancor meno il pensiero che ha rimbalzato tra le tue tempie e meno ancora qualche affetto che hai speso, forse, in alcune ore quotidiane. Conta dove sei nato, cosa sta scritto sulla tua carta d’identità. Quel posto lo conoscono soltanto che le persone che vi abitano, perché tra colpevoli ci si conosce. Tutti colpevoli, tutti assolti. Invece chi non vi ha cittadinanza, lo ignora.
Era settembre, il 28 precisamente, una sera in cui il freddo sembrava tardare a venire, un’estate allungata, stiracchiata quasi sino a novembre. "Pagheremo questo caldo, l’inverno sarà gelido!" commenta qualcuno da dietro il bancone del bar. Uno schifoso baretto sportivo dove ci si ferma ad acquistare vecchie bevande e nuovissime cedoline di scommessa sulle partite di calcio. A’ bullett’. La bolletta. Puntare, giocare, vincere una volta una grande somma e credere d’esser stati capaci di fare almeno una cosa buona nella propria esistenza. Poi quella somma non arriva mai, arrivano somme minuscole che sono dosi progressive iniettate per continuare a giocare. E ti accorgi che ogni vincita ripaga la metà della metà degli anni di giocate andate a male. In questo posto, davanti al baretto dove tutti bevono la gassosa Arnone, perché è del posto e perché qualcuno vuole che si venda solo gassosa Arnone, c’è una piazza. Tutto avviene in questa piazza. Sempre gli stessi orari, i soliti volti. Tutti, lì, sui motorini, sui muretti. Spinelli, birre, chiacchiere. Qualche rissa. Sono quasi tutti parenti, figli di tre, quattro famiglie diverse, tutti lo stesso sangue, memorie comuni, stesse classi a scuola. Poi ci sono i nuovi ragazzi, i figli degli immigrati o i figli della gente del posto sposati con immigrati o immigrate. Infatti questo posto è un paese africano. Non per il clima, non per architetture esoticheggianti ma per la maggioranza della popolazione che ci vive. Questo posto è abitato per la parte maggiore da immigrati africani. Non maghrebini. Quasi tutti nigeriani, senegalesi, molti ivoriani, pochi della Sierra Leone, abbastanza della Liberia. "In passato ce ne stavano assai di più!!" dice sempre lo stesso qualcuno dietro il banco dello schifosissimo bar sport. Sì, di più. Ciò significa che in paese su dieci persone che incontravi, nove erano africane ed una indigena. Ammesso che ti fidassi del colore della pelle, perché se quel singolo che incontravi era un polacco, dieci su dieci erano immigrati. Questo posto poteva essere una miniera di cultura concentrata in pochi metri quadri. Mezza Africa si era riversata nelle sue strade e si spaccava la schiena nei campi di pomodori a settemilalire l’ora. Ora a cinque euro. La gente del posto non era crudele con gli africani, non li guardava con disprezzo. Anzi. In qualche modo iniziarono i primi festeggiamenti in comune, qualche matrimonio misto. Le ragazze nere entrarono nelle case come babysitter. Col tempo però, i potenti, i veri potenti, hanno diffuso un senso di paura, una diffidenza, una separazione imposta. Se proprio devono esserci contatti che siano minimi, che siano superficiali, che siano momentanei. Poi ognuno per sé ed il danaro solo per loro. Quella sera sono in cinque. In cinque sbevacchiano qualche gassosa e qualche birra. Francesco, Simone, Mirko, Giuseppe e Vincenzo. Discutono. Si conoscono da sempre, di vista, o hanno fatto qualche scuola assieme, si sono beccati al campo di calcetto, alle partite della Liternese. Forse hanno fatto la visita di leva assieme. Parlano, ridono, ruttano. Milano, Torino, Roma. Le cartine geografiche si accartocciano intorno ai lacerti di discorso dei ragazzi di questo posto. Nessuno vuol rimanere, sentono la colpa. Stanno crescendo ed intuiscono la colpa di vivere in quel posto. Chi non va via è un fallito. Vogliono far soldi, ma Giuseppe e Vincenzo sanno che non ce la faranno mai a mantenersi con il loro lavoro prima dei quarant’anni. Giuseppe, 25 anni, fa il falegname. E’ bravo, ha un talento per i mobili, sembra un ebanista nato. Nella sua officina però è pur sempre nu guaglione. Prende quattro soldi, quando si farà le ossa gli daranno finalmente mille euro al mese. Vincenzo ha 24 anni e fatica come muratore. Qui il lavoro è chiamato "fatica". Se non sudi, non torni a casa che le gambe non si piegano, se non senti la sera la bocca asciutta e lo stomaco vuoto, allora non hai "faticato". Il lavoro è così. Vincenzo non è un gran che come muratore. Per ora lo fanno impastare. Impasta cemento, aggiunge acqua. Una volta era venuto a casa mia assieme al masto per ritinteggiarmi una stanza maculata d’umido. Aveva visto un libro, L’operaio di Ernst Jünger ed aveva iniziato a scherzarci su con un’intelligenza che non mi aspettavo: "beh anche io potrei scrivere un libro con un titolo così, ma dovrei scrivere sempre la stessa pagina: qui è sempre tutto uguale." In piazzetta, quella sera e sempre, si parla di molto meno e di molto peggio. Qualcuno da troppo tempo passa e ripassa vicino la loro combriccola. Francesco si sente gli occhi addosso. Francesco ha 21 anni, sta facendo carriera con quelli che comandano. E’ vicino al clan dei Tavoletta. Il clan del posto. Spaccia, e spaccia anche dove non può farlo, ma per questo il clan lo riconosce come un affiliato serio anche se ragazzo. Guadagna 1200 euro a settimana. Ogni tanto fa da autista. Ha il coraggio di spacciare nei territori dei nemici di Tavoletta, i Bidognetti. Francesco scherza, ride, beve la terza birra, tira la decima boccata allo spinello. Ma non è tranquillo. Mirko e Simone sono amici. Simone è il fratello di Giuseppe. Sono loro che si sono fermati in piazza per primi a parlare e così gli altri si sono avvicinati. E’ così che si forma il gruppo in piazza. Arriva ad ondate, se ne va ad ondate. Simone lavora anche lui in falegnameria. Ha meno talento del fratello, ma avendo 31 anni viene pagato di più ed ha incarichi più prestigiosi, monta i mobili agli sposi e passa il tempo a stramaledire Ikea che ha distrutto i gusti, che ti fa mettere su casa con 500euro, che non permette più ad ogni sposa di avere le sue manie, ad ogni mania di avere il suo falegname, e ad ogni falegname il suo stipendio. Ma persino i clan quando hanno venduto ad Ikea i loro terreni per farci costruire su il più grande stabilimento d’Europa hanno iniziato a svendere le loro falegnamerie, e i mobilifici li stanno convertendo in officine d’auto. Mirko è disoccupato. Il padre gli sta trovando un posto, forse a Formia. Già l’odore di Roma lo eccita. Ha 31 anni, ha lavorato sempre come cassiere in un supermarket. Poi hanno preso un ragazzo del Ciad che lavora il doppio con la metà dello stipendio che davano a Mirko. Ma Mirko non se la prende. Lascia perdere. "E’ la volta buona che me ne vado," dice a tutti quelli che lo vogliono confortare. Parlano, parlano, è domenica. Domani lavoro, maledizione. Ma parlano, continuano a parlare. Francesco caccia un rotolo di cento euro. E’ orgoglioso. Dice che lui si sposa prima degli altri e che il matrimonio lo farà a Sorrento. Gli altri ridono, lo invidiano, ma sanno da dove arrivano quei soldi. I quattro ragazzi si tengono lontani dai clan. Troppo pericolo, troppa fatica. Tranne Francesco. Intanto quelli continuano a ripassare. Francesco questa volta ha capito. Cerca di allontanarsi, salutando velocemente i ragazzi. Vincenzo, Giuseppe, Mirko e Simone non capiscono. I tre che stavano appostati lì in piazza da ore iniziano a correre verso di loro, cacciano fuori le pistole, i ragazzi scappano, Francesco è già avanti loro. I tre tizi hanno le pupille dilatate, sono pieni di coca. Sono uomini di Bidognetti, il clan rivale, mandati a punire Francesco. Corrono, corrono, caricano. Scaricano due caricatori. Smith&Wesson. Quando si spara con il ferro così pesante la mira diviene una bravura da cecchini. Fai solo rumore e paura e non raggiungi nessun obiettivo. I ragazzi riescono a fuggire, si ficcano in un vicolo cieco, ma alla fine se riescono a scavalcare il muro che separa un piccolo parco dalla strada è fatta. Francesco mette i piedi nei fori dei mattoni mancanti, è già in cima al muretto. L’ha scalato in pochi secondi. Gli sparano sette colpi. Solo uno lo prende alla clavicola, neanche se ne accorge. Quando ti prende un proiettile da vicino, la ferita si caustica subito e per la paura non senti niente, te ne accorgi dopo sotto la doccia, appena l’acqua calda ti fa uscire il sangue dal buco. Cade dall’altra parte del muro. E’ salvo. Mirko e Giuseppe sembrano due pinocchietti snodati. Corrono senza fiato. Non riescono a fermarsi, sbattono tutti e due a muso contro il muro. Scavalcano i mattoni di tufo aggrappandosi anche con le unghie. Contro di loro cinque colpi. Mirko preso di striscio sull’addome, Simone di striscio al gomito. Soltanto un po’ di pelle abrasa, nulla di più. Passano il muro. Sono salvi. I killer sono senza fiato, strozzati dalla coca, tentano di arrampicarsi. Cascano continuamente, non ce la fanno. Sentono che dall’altra parte i ragazzi stanno scappando. La gente ha chiamato la polizia. Ma non possono tornare a mani vuote. Vincenzo e Giuseppe non sono corsi verso il muro. Hanno iniziato a bussare a molte porte. Non capivano per qual motivo venivano aggrediti. Nessuno gli apre. Pur conoscendoli, pur essendo i figli di Rosetta e Paola, signore conosciute da tutti in paese, nessuno gli apre. Eppure tutti li hanno visti bambini crescere in piazza. Ma non aprono. Non sanno che cosa sono divenuti ora che sono grandi. Loro battono alle porta. Due pensionati aprono. Solo due. Conoscono Giuseppe, anzi lo chiamano Peppino. Come no, hanno fatto costruire a lui l’armadio a muro quando la loro prima nipote si è sposata. Aprono, i due ragazzi entrano. I vecchietti gli offrono due bicchieri d’acqua e chiamano i carabinieri. Li calmano, cercano di capire cos’è accaduto in questo paese che conoscono bene. Avrebbero voglia di dire che è tutto diverso, che non lo riconoscono più rispetto a quando erano giovani. Invece lo riconoscono benissimo. E’ sempre stato così. Forse prima era persino peggio. Il luogo comune dell’anziano che rimpiange il passato da queste parti si scioglie miseramente. Dopo pochi minti però tornano a sentire bussare alla porta. Battono con i piedi e con il calcio della pistola. I ragazzi urlano "Cosa volete? Non c’entriamo nulla!" Gli uomini di Bidognetti però devono punire Francesco, e visto che è scappato ora devono attuare una punizione per interposta persona. Anche se non era Francesco, sarebbe stata considerata equivalente per i capi la punizione data ad una persona vicina a lui, un conoscente, un compaesano, uno che ci stava parlando. I Bidognetti vengono chiamati i Mezzanotte, perché la notte più nera cala su ogni loro azione militare. I tre sfondano la porta, i ragazzi tentano di fuggire per la finestra della cucina, i killer però sono abili, hanno rabbia. Se tornano a mani vuote possono avere lo stipendio bloccato dal clan per interi mesi e loro hanno famiglia. Così tirano i capelli ricci di Vincenzo, il ragazzo cade con la schiena per terra. Poi gli alzano la testa da terra, come si fa coi capretti per sgozzarli, ma puntano sotto la nuca, appena sopra il collo. Con un calcio lo sbattono ormai cadavere sotto il tavolo. Giuseppe cerca di scappare rimbalzando per le pareti della minuscola stanza. Lo finiscono con quattro colpi in pancia. Cade nel sangue di Vincenzo sotto il tavolo. I due anziani sono fermi. Non urlano e anzi si preparano ad uscire dalla loro casa per dire subito ai carabinieri di aver trovare quel macello già bell’è fatto e loro non avevano visto nulla. E’ come se quella fosse l’ennesima condanna da subire, quando si nasce in un paese di colpevoli. I killer sentono le sirene. Scappano, loro sì, dalla finestra della cucina che dà sul parco dietro il muro. E’ l’unica fuga. Per tutti. I carabinieri entrano nella stanza. I ragazzi sono sotto il tavolo. Sulla tovaglia un mandarino sbucciato e dei semi sputati, una bottiglia di vino fragolino caduto per terra si è impastato con le ciocche dei ricci di Vincenzo. L’alone viola sulla tovaglia è perfettamente sferico. Stare in una piazza e scappare dinanzi alla paura, inseguiti non si sa perché e da chi. Questa la colpa più grande di Vincenzo e Giuseppe. Ammazzati. Innocenti. Morti che nessun giornale nazionale il giorno dopo ha ricordato. Nessun telegiornale, nessuna radio. Muti a sinistra, destra, centro. Tutti muti. Sono nati nel paese della colpa. Non potevano dirsi innocenti. Dovrei portarla qui, la ragazza del nord, mostrarle la piazza, raccontare la loro storia. Ma continuo a guardarle le mani mentre stringo la rabbia nelle mie che prudono come fecero tanti anni fa alla stazione. La fede che le avevo messo al dito e che ora è rimpiazzata da questo anello nuovo, più grande e più bello, non ha fatto da schermo a lei, ma il contrario: ha reso invisibili me, noi, questo posto, questo paese. Come avviene al solito, come accade sempre. "Non erano camorristi", vorrei risponderle, "erano partigiani". Forse sarebbe più retorico ma meglio di uno schiaffo, ma lei non capirebbe un'altra volta. La madre di Giuseppe da allora passa le giornate in strada. Seduta su una sedia, vicino al bar dello sport. A chiunque incrocia con lo sguardo chiede: "Mi vai a chiamare Giuseppe? Fa sempre tardi la sera... domani deve lavorare". Tutti rispondono "adesso ve lo chiamo" e poi iniziano ad affrettare il passo. La signora guarda i passi sino a dove la miopia glielo concede, sino quando tutti non spariscono girando a qualche angolo, poi lentamente raddrizza la testa, la abbassa e continua ad aspettare.
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.21 giugno






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.Howie B


Indicazioni bibliografiche
© 2007 by Roberto Saviano
Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria
 
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