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La carpa  Testo in lingua originale 
.Scott Turow
Muovendo la testa a tempo con la musica dell’opera lirica, l’anziana donna lavava e tagliava a dadini le verdure. Lo scroscio d’acqua del rubinetto attutiva il canto di un tenore, che proveniva dalla radio alle sue spalle.
All’improvviso la voce del tenore si trasformò in una scarica elettrica e poi in un notiziario. "Oggi, a Washington, il Congresso ha stanziato altri quattrocento milioni di dollari per le spese militari."
Stizzita, la donna picchiò sull’apparecchio con il palmo della mano finché non riudì la musica. Poi continuò a tagliare le verdure, usando la lama del coltello per spingere i mucchietti ordinati su un piatto azzurro sbreccato, canticchiando fra sé. Quando il vecchio apparve sulla soglia, lei si fermò con il coltello a mezz’aria.«La tieni troppo alta.» Passando, L’uomo sfilò dal muro la spina della radio e appoggiò accanto al lavandino un giornale arrotolato. «Cucinalo.»Lei osservò il rotolo, accigliata. «Che hai detto, Sam?»
Il tonfo della scarpa ortopedica risuonava già nel corridoio. Lei lo seguì sospirando. Si era seduto nella vecchia poltrona di pelle, e frugava tra i giornali sparpagliati sul pavimento.
«Che hai detto Sam?»
«Cucinalo.»
«Eh? Parla più forte. Se parli con i tuoi piedi non ti sento.»
Lui si voltò verso di lei. «Dov’è il giornale? Quello di oggi?»
«Chi lo sa? In mezzo al tuo solito caos. Cercalo. Hai detto qualcosa quando sei entrato?»
Lui borbottò come tra sé. «In mezzo al caos, cercalo. Grazie tante. "Cercalo" dice lei.»
«Sam, hai detto qualcosa. Cosa?»
«Dov’è il giornale?»
«In cima al mucchio. Forse l’ho lasciato in cima. Che hai detto?»
Lui continuò a cercare fra le pile sparse.
«Dovrei essere un piede» disse lei. «Allora sì che ci faremmo una bella chiacchierata.» Gemette, e si voltò per andarsene.
«Ho detto: "Cucinalo".»
Lei si girò. «Cucinalo?»
«In una pentola. Metti l’acqua nella pentola e la pentola sul fuoco.»
«Ma cosa? Che cosa dovrei cucinare?»
«Il pesce.»
«Quale pesce? Dov’è?»
Lui sorrise. «Cercalo.»
«Allora nel giornale c’è un pesce. Dove l’hai preso?»
«Da Paulson.» Poi aggiunse brusco: «Che differenza fa dove l’ho preso? L’ho preso. Cucinalo».
«Da Paulson? Ma non lavoravi, oggi?»
Lui trovò il giornale e se lo spalancò davanti, cercandosi gli occhiali nella tasca solo in un secondo momento.
Lei lo fissò, poi fece un profondo sospiro e uscì dalla stanza. «Ah, così adesso è un pescatore, lui. Siamo alle solite: un giorno di lavoro e poi basta.» E sospirò ancora.
Afferrò il rotolo di giornale accanto al lavandino. Solido. Annuendo, aprì con cautela i primi strati di carta bagnata. Si ritrovò a fissare un lucente occhio nero. Velocemente, liberò il pesce dal resto del giornale e lo esaminò.
Lungo, liscio e grigio, con squame che brillavano di un verde iridescente alla luce della finestra. Lungo e liscio, strano - quasi metteva paura - ma bello, si arrotondava fino a un muso tozzo e duro subito sopra la fessura delle branchie.
«Sam, che pesce è?» gridò.
Nessuna risposta.
«Un pesce.» Lei inclinò la testa per fare le presentazioni. «Ciao, pesce. Spero che tu gradisca la compagnia di sedano e cipolla.»
L’acqua scorreva ancora nel lavandino. Lei mise il tappo, poi sollevò il giornale e guardò il pesce tuffarsi nell’acqua e posarsi sul fondo. Ruotò sulla pancia, poi, dopo aver tracciato velocemente una "S" con la coda, il pesce balzò in avanti all’improvviso e, bong!, rimbalzò contro la parete del lavandino.
«Oh!» Il grido di sorpresa e meraviglia si liberò e la donna si portò le mani alla bocca.
«Sam!» Si precipitò in corridoio. «Sam, il tuo pesce!»
«È una carpa.»
«No.» Si fermò sulla porta. «Il tuo pesce è vivo!»
«Vivo?» Lui si sporse per un attimo a guardarla, poi tornò ad appoggiarsi allo schienale.
«Allora ammazzalo. Un pesce vivo non si può mangiare.»
«Ammazzarlo? E perché dovrei ammazzarlo?»
«Non si può mangiare un pesce vivo.»
«Ammazzalo tu, allora. Te l’ho chiesto io, il pesce? La cena l’avevo già preparata. Ammazzalo tu.»
Lui scosse appena la testa. Si alzò lentamente e andò ad accendere il televisore. Trafficò con i tasti finché l’immagine non fu nitida. Con un grugnito di approvazione tornò alla poltrona e si sedette tirandosi i pantaloni informi.
«Hai sentito Sam? Sei tu che vuoi mangiare il pesce, perciò ammazzalo tu.»
Lui si sporse verso la tivù.
«Chiuso l’argomento.» La donna si girò di scatto. In bagno, al buio, aprì il rubinetto della vasca con i piedini di ottone, poi tornò in cucina. Il pesce si era adattato alle misure del lavandino e nuotava con grazia lungo il perimetro, curvando agli angoli. Lei sorrise, poi immerse le mani nell’acqua, afferrandolo per le pinne, ma la carpa sbattè la coda con violenza, si liberò e ricominciò a nuotare in circolo. Lei riprovò, ma fallì di nuovo.
Tolse le mani dall’acqua e si sfregò le nocche arrossate. Poi, con un gesto brusco, sollevò la testa e si precipitò di nuovo in corridoio
«Sam. Prendi il pesce.»
«Per farne che?»
«Voglio metterlo nella vasca. Così avrà più spazio.»
«Dopo il telegiornale.»
«No, subito.»
Lui fece una smorfia e si grattò i radi capelli grigi sopra le orecchie. «Nella vasca, eh?»
«Sì. Sbrigati.»
Lui si alzò, con un sospiro da martire. «Ecco qua. Un pesce nella vasca. Ci mancava solo questa.»
Lei indietreggiò mentre lui si avvicinava. «Sam, mi raccomando. Fai piano.»
Il vecchio entrò in cucina uscendone poco dopo. Mentre arrancava in corridoio, il pesce si dibatteva furiosamente tra le sue mani, si irrigidiva, si contorceva con scatti violenti.
Gettò la carpa nella vasca restando sulla soglia, e il pesce schioccò in aria, accompagnato da un sospiro trattenuto della donna; ma entrò in acqua con uno spruzzo minimo, e quando lei si affacciò dal bordo lo vide girare tranquillo rasentando i lati della vasca.
«Ah, Sam. Guardalo. Guarda.»
Sam si chinò sulla vasca, sbuffò e tornò alla tivù gridandole: «Niente pesce, allora? E che si mangia? Voglio la cena. Ho fame».
«Te l’ho detto, era già pronta.» La donna diede un’ultima occhiata alla carpa.
Dandosi un gran daffare in cucina, aprì scatolette, trafficò con le pentole. Versò in una casseruola carne, verdure, acqua e salsa, e rimescolò il tutto sul fuoco.
All’improvviso si ritrasse. Posò il cucchiaio e tirò fuori con le dita un grosso pezzo di carne.v «E la cena?» gridò lui vedendola passare. «Tra un minuto.» La donna chiuse la porta del bagno, si avvicinò piano piano al bordo della vasca e gettò in acqua un frammento di carne, che rimase per un attimo in superficie e poi iniziò ad affondare. Il pesce acchiappò la carne con noncuranza, andandovi incontro tranquillo e ghermendola, poi si girò rapido e riprese a nuotare nella direzione opposta.
«Ah-ha!» La vecchia fece un verso che sembrava quasi una risatina. Sminuzzò dell’altra carne e lasciò cadere i frammenti dalla punta delle dita. Ogni volta il pesce mangiava, poi si voltava allontanandosi di scatto con un guizzo della coda.
Lei continuò, tra risatine e mormorii, finchè il pesce non smise di mangiare.
In cucina, la donna ributtò la carne avanzata nella casseruola e riprese a mescolare. Girava lo stufato con energia, interrompendosi ogni tanto per mettere in tavola i piatti, poi le posate, i tovaglioli e, dopo un’altra puntatina alla pentola, i bicchieri.
«È pronto, Sam!»
La cadenza irregolare del suo passo si fece sentire immediatamente.
Servì le porzioni nei piatti, a lui un po’ più abbndante. Intanto il vecchio prendeva due bottigliette di soda dal frigorifero, le stappava e le posava schiumanti sul tavolo di formica. Prima ancora che lei rimettesse la pentola sul fornello, lui stava già mangiando.
«È buono?» chiese lei.
«Non quanto il pesce.» La forchetta si spostava dalla sua bocca al piatto come un pendolo.
«Gli ho dato da mangiare.»
«A chi?»
«Al pesce» rispose lei. «È molto bello, non trovi?»
«Bellissimo.»
«A me piace.»
«A me no. E quando vorrai farti il bagno, eh?»
«Da quando ti preoccupi tanto del bagno?» Diede un morso rabbioso alla carne e gemette.
Lui alzò lo sguardo: «Il dente?».
Lei annuì. Si massaggiò la gengiva e poi riprese a mangiare. L’unico suono era quello delle posate che tintinnavano sui piatti e il sibilo del fornello acceso.
Lui indicò la pentola: «Ce n’è ancora un po?».
Lei annuì. «Vuoi del pane?»
«Una fetta.»
Lei aprì il cassetto, gli mise una fetta di pane nel piatto e ci versò sopra un po’ di stufato. «Basta?»
Lui fece segno di sì, chinò la testa e ricominciò a mangiare. Appena finito, si alzò.
«Vado a vedere Red Skelton» disse, e uscì dalla cucina. «Ehi. Che è stato?»
«Che cosa?»
«Quel rumore.» Qualcuno batteva le mani lentamente. Da qualche parte si udiva un rumore ritmico, basso.
«Io non lo sento. Forse sono di nuovo i bambini.»
«No, non sono loro.» L’uomo si allontanò. «Ehi, vieni qui. Il tuo pesce.»
Lei lo raggiunse di corsa. Il pesce era per terra, sul pavimento del bagno, e la coda rigida si sollevava e poi sbatteva in terra. Le branchie, spalancate, vibravano quando la coda si alzava, e le squame parevano opache alla flebile luce del bagno.
«Presto, Sam. Rimettilo nella vasca! Sbrigati!»
«Ma dài. Ormai è andato.»
«No, Sam, ti prego!» Lo spinse per un braccio.
Stancamente, lui si chinò, afferrò il pesce e lo fece cadere nell’acqua. Lei corse a guardare. La coda si scosse due volte, poi la carpa riprese con eleganza il suo percorso circolare.
«No, non è andato» tubò lei. «Sam, guarda: sta bene.»
«Splendido» bofonchiò lui. Poi ciabattò fino al soggiorno e riaccese il televisore.
«No che non sei andato» disse lei al pesce. «Non sei andato per niente, vero?»
Tornò in cucina a lavare i piatti. Dopo aver finito, corse in bagno a guardare per un po’ la carpa che seguiva un suo percorso attorno al bagliore della luce sul pelo dell’acqua. «Un po’ di luce. Ecco quello che volevi. Te la lascio accesa.» Chiuse la porta senza fare rumore.
Si sedette sul divano e disse al vecchio: «Gli ho lasciato la luce accesa. Non gli piace il buio. Ecco perché».
Lui la ignorò e avvicinò la poltrona alla tivù, che gli inondò il cranio di un riflesso grigio.
Con un sospiro, lei prese l’annaffiatoio posato sul davanzale della finestra e si occupò delle piante disposte qua e là nella stanza. Poi tornò al divano e fece le boccacce agli astronauti sullo schermo, decidendo di dedicarsi al suo lavoro a maglia. Dopo un attimo lo mise da parte e chiese al vecchio il giornale.
Lui non rispose.
«Il giornale, Sam.» Frugò nel mucchio che adesso si trovava dietro la poltrona. «Se per una volta tu non facessi tante storie, ne butterei via un po’.»
«Lasciali stare. Getti sempre quelli sbagliati. Ci penso io a buttarli nella pattumiera.»
Lei sussurrò fra sé: "Sì, quando avrà i piedi dritti, ce li porterà".
Trovò qualcosa che le piaceva: i necrologi. Li scorse con attenzione.
«Davis. Oscar Davis» disse ad alta voce. «Ruth li conosce, vero? Non sono quelli che abitano a Lawn Avenue? Sì, sì.» E continuò a leggere.
Una volta andò fino alla porta del bagno, rimase un attimo in ascolto ed entrò. Sentiva il lieve sciacquettio del pesce in movimento, ma si sporse comunque a guardare. Poi se ne andò sorridendo.
Al notiziario successivo, lui spense la tivù.
«Domani c’è un balletto» gli disse lei. «Lo guardiamo?»
Lui agitò una mano. «Vedremo. Adesso voglio dormire.»
«Così presto? Ma non ti hanno licenziato?»
«Assumono a giornata. Oggi servi, domani via»
«Allora ti hanno pagato. Quanto?»
Lui indicò alle proprie spalle. «Vuoi andare di là, sì o no?»
«Sì, sì.» In camera da letto lei si spogliò, passandosi le mani lungo il corpo.
Andando in bagno gli disse: «Faccio in un attimo».
Lui annuì, mentre si preparava il letto sul divano.
Occhieggiando il pesce dallo specchio, lei si spalmò la crema sulla faccia. Picchiettò le tracce di antiche imperfezioni, poi si sfregò il mento, rugoso ma ancora sodo, niente cedimenti della mandibola. Prima di uscire rivolse un sorriso prolungato alla propria immagine riflessa, poi tornò vicino alla vasca e restò lì in ginocchio per un attimo.
Il vecchio era sul divano, in attesa.
«Sam, lasci la luce accesa?» chiese lei dalla soglia.
«Sì.» La scacciò con un gesto e andò in bagno a sciacquarsi rapidamente la faccia. Asciugandosi, lanciò un’occhiata al pesce e scoppiò a ridere.
Dormì male, disturbato dalla lama di luce che filtrava dalla porta, ma sull’altro lato stava troppo scomodo. Sentì il rumore appena iniziò, e lo riconobbe subito. Aprì la porta del bagno e trovò la carpa, che questa volta era atterrata sul consunto tappetino da bagno rosa.
«Stupido pesce» disse.
Lo stava ancora fissando quando arrivò lei.
«Oh» gemette piano. «Sei stato tu?»
« No. Non ci sta lì dentro. Forse è come i salmoni.»
«Non gli hai fatto del male?»
«Ma per favore, non l’ho neanche toccato. Forse dovremmo metterlo nel freezer. Domani si mangia pesce.»
«No.» Il tono di lei era perentorio, di negazione assoluta.
«Be’, nella vasca non ci vuole stare.»
La vecchia osservava il pesce tenendosi una mano sul naso, gli occhietti neri inquieti. Lui le stava accanto mordendosi il labbro inferiore.
«Prendilo, fai un fagotto» ordinò infine il vecchio.
«Cosa?»
«Prendilo. Forza.»
Lei si inginocchiò e avvolse il tappetino attorno al lungo corpo rigido del pesce. Le branchie pulsavano ancora, spalancate.
«Dammelo.»
«Perché? Cosa vuoi farne?»
«Niente. Lo riporto da Paulson.»
«Lo mangerà.»
Lui alzò le spalle. «E allora? Se lo mangia, lo mangia.»
«Qui dentro morirà.»
«Dammelo.» Il vecchio allungò la mano.
Lei guardò la mano, poi il fagotto che stringeva, e restò immobile per un attimo.
Alla fine andò alla vasca e immerse il fagotto nell’acqua. Lo tenne lì finchè sentì un tremolio, poi lo tirò fuori e lo porse all’uomo. Lui si infilò un vecchio cappotto grigio. Si mise il rotolo gocciolante sotto un braccio e si tirò su il colletto.
«Ci vai in pigiama?» chiese lei.
«E dài, ci vuole un minuto.»
«Ma Paulson sarà sveglio?»
«Sveglio? Ma certo, è un panettiere.» Con una certa fatica, riuscì a tirarsi il colletto ancora più su.
«Non ci metterai tanto, vero?» chiese lei.
«No. Un minuto, te l’ho detto.» Incontrò lo sguardo di lei, annuì appena, e si voltò per andare.
Lei sentì lo strascicare dei suoi piedi sulle piastrelle della cucina, poi la porta sul retro che si apriva, cigolava e sbatteva. Il rumore dei passi di lui svanì per le scale. Dopo un attimo, non si sentì più neanche il tonfo della scarpa ortopedica.
Partecipa alla serata del
.19 giugno






Musica di
.Luca Velotti


Indicazioni bibliografiche
Traduzione di Stefania Bertola
Copyright 1970 di Scott Turow. Ristampato con il permesso di Joseph F. McCrindle e della Transatlantic Review
 
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