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L’aria sacra  Testo in lingua originale 
.Alicia Giménez-Bartlett
Telefonò a suo marito. Era urgente. La voce le arrivava alterata dal telefono.
- Ma, cara, in questo momento mi è impossibile parlarti. Mi trovo a una riunione importante.
- Mi dispiace davvero tanto, ma quel che devo dirti non può aspettare. Chiedi scusa ed esci un attimo.
- Si può sapere che cosa c’è?
- Si tratta del bambino.
- Niente di grave, spero.
- Be’, non ti allarmare. Anzi, allarmati pure un po’. Dobbiamo parlarne subito. Questa sera devo andare a Madrid; quando tornerai a casa io non ci sarò.
- Non puoi aspettare fino domani?
- Preferirei affrontare la cosa oggi. Partirei più tranquilla. Vedi se riusciamo a prendere un caffè o a mangiare qualcosa insieme nella pausa pranzo.
Si diedero appuntamento in un sushi bar. Lui, in realtà, avrebbe preferito un panino in ufficio, con tutto il lavoro arretrato che aveva da sbrigare, ma doveva ammettere che sua moglie non lo disturbava mai senza un motivo fondato, né pretendeva di pranzare con lui nei giorni di lavoro. Era occupata quanto lui, forse di più.
La vide arrivare a passo leggero, nel suo sobrio tailleur grigio da donna manager senza un solo dettaglio superfluo. La trovò bella, con il volto acceso e i capelli accuratamente pettinati all’indietro. Si alzò e le andò incontro per darle un bacio. Pareva molto tesa, ma a quel bacio, sorrise.
- Mi hai fatto preoccupare.
- Forse non era il caso, ma andar via senza dirtelo mi avrebbe agitata ancora di più. Sediamoci, non ho molto tempo.
Lui propose di prendere un martini in attesa del pranzo. Se la cosa era grave, bere qualcosa li avrebbe aiutati. Dopo un lungo silenzio, la guardò con curiosità.
- Su, parla, adesso. Il bambino ha qualcosa che non va?
- Sì e no. Qualcosa di strano, di sicuro ce l’ha. Stamattina, mentre lo vestivo per portarlo a scuola, mi ha raccontato che ieri, mentre Imelda era in cucina a preparargli la merenda, lui era solo nel soggiorno...
- E allora?
- Insomma, dice che, di colpo, gli è venuta una gran voglia dire una preghiera all’impianto dell’condizionata.

Per un attimo ci fu silenzio. Lui sorbì il suo martini, poi rise. Una risata breve e secca.
- Sì, lo so, può sembrare divertente. Anch’io l’ho trovato buffo in un primo momento, poi però ci ho riflettuto su. E ti assicuro che se ci pensi bene non è affatto una cosa da ridere. Anzi, direi che è molto preoccupante.
- Be’, scusa, David ha sei anni. I bambini di sei anni possono raccontare che hanno parlato con l’Uomo Ragno, si inventano amici immaginari...
- Certo. Se mi avesse raccontato di un cagnolino che dorme sotto il suo letto non ci avrei fatto neppure caso. Ma lui diceva, e per di più con una certa angoscia, che gli è venuta voglia di pregare l’aria condizionata. E questo, in un bambino di qualunque età, mi pare preoccupante.
- Se non altro, al condizionatore non può arrivarci, è troppo in alto. Sarebbe stato peggio se gli fosse venuto in mente di pregare il forno a microonde, o il ferro da stiro a vapore.
- Spiritoso! Vedo che non hai nessuna intenzione di prendere sul serio il problema.
- Ma, cara, non facciamone un dramma!
- Un dramma? Te lo dico io qual è il dramma, mio caro: noi lavoriamo tutti e due più di dieci ore al giorno e non riusciamo a occuparci di quel bambino come sarebbe necessario. Va’ a sapere quali turbamenti si nascondono dietro una preghiera all’aria condizionata!
- Ma se non l’ha nemmeno detta la preghiera. Ti ha raccontato solo che gliene è venuta voglia.
- Se continui su questo tono, ti giuro che me ne vado.
Senza accorgersene, avevano alzato la voce. Tacquero, mentre il cameriere giapponese, o forse filippino o vietnamita, li serviva.
Intanto lui sbirciava la moglie per capire quanto fosse arrabbiata. Meglio fare attenzione, pareva molto preoccupata, addirittura sull’orlo di uno strano attacco di panico. Scelse la prudenza.
- Cerca di stare tranquilla, Marta, per favore. Stasera parlerò io con David. Riuscirò a capire se dietro questa storia si nasconde qualcosa di preoccupante. Per il momento, facciamo uno sforzo per razionalizzare. È probabile che delle preghiere gli abbia parlato Imelda qualche volta. Lo sai che gli ecuadoriani sono molto religiosi.
- È stata la prima cosa che ho pensato. Ho preso da parte Imelda e gliel’ho chiesto. Lei giura che con David non ha mai fatto menzione di Dio, né della Madonna né dei santi. È perfino sorpresa che il bambino sappia che cosa vuol dire pregare.
- Poveretta, si sarà spaventata, sentendosi chiedere spiegazioni. Ma scommetto che qualche santo sarà venuto fuori nei suoi discorsi. Farò una chiacchierata anche con lei, con tutta calma. Ma tu smettila di preoccuparti e pensa a mangiare, piuttosto.
Gli parve che fosse più rilassata. Finalmente. Non era stata una buona idea prendere la cosa sul ridere. Il suo ruolo nella famiglia era quello dell’uomo ragionevole, equilibrato, capace di mediare. Grazie a questo sua moglie, molto più nervosa di lui, riusciva a liberarsi in fretta dai malumori e dai pensieri negativi. Ma ora aveva abbassato la guardia. Quell’episodio dell’aria condizionata era davvero impossibile prenderlo sul serio.
Tornato in ufficio, nel pomeriggio, ci ripensò. Nessuno aveva parlato di Dio a suo figlio, mai. Tanto lui quanto sua moglie erano professionisti di successo, godevano di un livello di vita invidiabile, erano colti e progressisti. Avevano iscritto il figlio a una scuola laica molto moderna, dove i bambini venivano educati al rispetto dei valori democratici e umani, alla tolleranza e alla solidarietà. Se mai a David fosse stata presentata l’idea di Dio, ciò sarebbe avvenuto entro una cornice adeguata, non dogmatica, né tantomeno influenzata dalle idee reazionarie solitamente connesse con la religione. Questa era una cosa che avevano stabilito insieme. Se poi in futuro il ragazzo avesse espresso il desiderio di abbracciare un credo religioso, non si sarebbero opposti, una volta che fosse stato in grado di prendere decisioni autonome. Questo pareva loro l’atteggiamento più sensato, anche se in realtà non ci avevano riflettuto troppo, forse perché l’idea di Dio era sempre stata assente dalle loro vite.
Quella sera, quando rientrò a casa, trovò suo figlio già in pigiama. Si affacciò sulla porta della cucina, dove Imelda stava era ai fornelli, e le chiese:
- Ha cenato, il bambino?
- Sì, architetto, Visto che la signora è in viaggio per Madrid, ho pensato di farlo mangiare prima che lei rientrasse. Le preparo qualcosa?
- Basterà un tè con qualche fetta di pane tostato. Me lo porti nel soggiorno, per favore.
Il televisore era acceso, e David, seduto sul divano, giocava con il joystick sulle le ginocchia.
- Ho detto a Imelda di portarmi la cena qui, così staremo un po’ insieme. Che te ne pare?
- Ok -- rispose il bambino laconicamente. - Cosa stai facendo?
- Gioco una partitina alla playstation prima di andare a letto. La mamma mi lascia.
- Va bene, fa’ pure. Anche se in realtà mi piacerebbe parlare un po’ con te.
- Posso finire?
Il padre bevve il tè senza proferire parola, aspettando con pazienza che il figlio portasse a termine un gioco di cui lui ignorava completamente le regole. Finalmente, il bambino fece un balzo sul divano e alzò due dita in segno di vittoria.
- Hai vinto?
Il bambino espose a suo padre i punti salienti di una vicenda virtuale a quanto pare emozionantissima. Poi rimase a guardare le immagini sullo schermo, senza sonoro.
- David, la mamma mi ha detto che l’altro giorno, mentre eri da solo qui in soggiorno, ti è venuta voglia di pregare l’impianto dell’aria condizionata.
Il bambino tenne lo sguardo fisso sul televisore. Dopo qualche secondo, rispose:
- Sì, è vero.
- Mi puoi spiegare com’è andata?
- Niente, ero qui da solo e a un certo punto mi è venuta voglia di pregare l’aria condizionata.
- Questo lo so già. Ma, dimmi, tu lo sai cosa vuol dire pregare?
- Certo, l’ho visto nei film. Ti metti in ginocchio, con le mani giunte, e dici: «Dio mio proteggimi e fa’ che non mi succeda niente di male. Amen».
- Avevi paura? Non ti sentivi bene?
- No.
- Ti sentivi solo? Eri triste? Ti era successo qualcosa di brutto a scuola?
- No, niente.
impossibile avvertire qualcosa di strano nel bambino. Al contrario, sembrava molto tranquillo e normale.
- Mi capita molte volte -- aggiunse all’improvviso. -- Mi viene voglia di pregare l’aria condizionata.
- E perché?
- Non lo so.
- Ma sempre l’aria condizionata? Non hai pensato ad altri apparecchi della casa, o alla foto del nonno, magari?
- No.
- E perché proprio l’aria condizionata?
- Non so, è lì.
Era chiaro che da quell’interrogatorio non sarebbe venuto fuori nulla. In fondo, per un bambino di quell’età, Dio, le preghiere, la solitudine, non erano che concetti astratti. Sarebbe stato difficile parlarne.
Una volta messo a letto il bambino, il padre entrò in cucina per fare qualche domanda a Imelda.
Lei fu categorica:
- No, architetto, il bambino sta benissimo, come sempre. È ubbidiente, è allegro, gioca...
Si inalberò, quando lui cercò di indagare oltre:
- Io, parlargli di Dio? Per carità, neanche per sogno! E nemmeno della Madonna e dei santi. Pensi che quando il bambino entra in camera mia nascondo perfino l’immaginetta di santa Domitila perché lui non la veda. E non che santa Domitila sia una di quelle sante che hanno subito martiri strani, come dire... mezzo pornografici. Però lo so che alla signora non fa piacere che il bambino veda quelle cose. E allora io la metto via e finito lì.
Non aveva motivo di dubitare di lei. Era una donna sulla cinquantina, pratica, affettuosa, onesta, una meraviglia. Se diceva che infilava santa Domitila in un cassetto quando David entrava in camera sua, di sicuro lo faceva.
Dieci minuti dopo telefonò a sua moglie, che a quell’ora era già in albergo a Madrid.
- Com’è andata la giornata? -- le chiese.
- Il solito. Riunioni, tensioni, decisioni... Terribile. E in più mi sa che prima di domani sera non riuscirò a rientrare a Barcellona. E tu?
- Io, bene.
- Hai parlato con David?
- Sì. E anche con Imelda. Devo dire che non vedo nessun problema.
- Ma il bambino l’ha ammessa la storia delle preghiere?
- Certo che l’ha ammessa. Ma come una cosa normale.
Era calmissimo.
Non disse a sua moglie che il bambino aveva provato altre volte quello strano impulso mistico. L’avrebbe soltanto preoccupata ancora di più. Eppure quella cautela non servì a molto, perché lei sbottò:
- Non voglio neanche sentirtelo dire. Non c’è niente di normale in questa storia. Capisci? Niente. Bisognerà parlare con la sua tutor a scuola. Dicono che in classe si vede subito se un bambino sta attraversando un momento difficile.
- Ci avrebbero avvisati.
- Forse no. Insisto, bisogna chiederle un appuntamento.
La sensazione che sua moglie stesse facendo di un granello di sabbia una montagna lo irritò. Avrebbe voluto gridare, ma si trattenne. Non poteva perdere il controllo. Marta era una donna straordinaria, legale competentissima presso una grande azienda, organizzatrice perfetta della casa, moglie innamorata e ottima madre. Purtroppo il senso della responsabilità la portava a ingigantire qualunque cosa avesse a che fare con suo figlio. Quando gli leggeva una storia prima di andare a dormire, si domandava se fosse adatta a sviluppare lo spirito critico del bambino e se la qualità letteraria del testo fosse sufficiente. Quando il termometro saliva di qualche linea, non pensava a un normale raffreddore, correva subito con la mente a qualche malattia peggiore della malaria. Per questo lui cercava sempre di ridimensionare le sue preoccupazioni e di tranquillizzarla.
- Sai cosa ti dico, Marta? Domani ho una giornata piuttosto tranquilla. Posso benissimo accompagnare il bambino a scuola e parlare con la sua tutor. Cosa ne pensi? - Penso che non lo farai. Di sicuro ti convocheranno per una riunione urgente o avrai qualche imprevisto che ti impedirà di farlo.
- Figurati. Se ti dico che lo faccio puoi stare sicura che il tempo lo troverò.
La tutor di suo figlio era una ragazza sulla trentina. Bella, disinvolta, sembrava piena di buon senso.
- No, non ho notato niente di strano. David è un bambino meraviglioso. In classe si impegna e in cortile gioca con i compagni. È rispettoso e presta le sue cose agli altri. Devo dire che sono molto contenta di lui.
Quella risposta gli parve più che sufficiente. Si accorse che lo imbarazzava moltissimo dover raccontare l’episodio dell’aria condizionata a quella ragazza. Solo un uomo mentalmente disturbato poteva preoccuparsi per una sciocchezza simile. Ora l’intero problema gli appariva come una solenne sciocchezza. Parlarne era addirittura rischioso. Gli insegnanti avrebbero potuto cominciare a tener d’occhio suo figlio, a considerarlo come una specie di caso clinico. Gli venne una gran voglia di alzarsi e di andarsene. Eppure sapeva che quando avesse riferito di quel colloquio a sua moglie, lei sarebbe rimasta del tutto insoddisfatta. Lei voleva che si facesse specifica menzione dell’argomento. Quindi raccolse le forze ed espose alla tutor gli impulsi mistico-cibernetici del bambino. E rimase di sasso nel sentirsi dire:
- Ah, certo, David l’ha raccontato anche a me un paio di volte. E ne sono rimasta sorpresa, lo ammetto. Il nostro insegnamento è del tutto laico. Ma non ho ritenuto di dovermene preoccupare. Chiunque può avergli parlato della preghiera e di Dio. Nella sua classe ci sono bambini di diverse nazionalità per i quali la religione può avere grande importanza. Pensi che quest’anno abbiamo qui da noi il figlio dell’ambasciatore dal Kazakistan.
- Davvero esotico -- rispose lui, un po’ spiazzato.
Seduto alla scrivania, nel suo studio di architetto, tornò a rimuginare sulla faccenda. Sarebbe bastato l’ambasciatore del Kazakistan a placare le ansie di sua moglie? Non ne era del tutto certo. Purtroppo, il messo apostolico della Santa Sede non aveva figli. Altrimenti sarebbe stato facile presentarle una spiegazione sufficientemente chiara da metterla col cuore in pace. Di colpo si vergognò di se stesso. Stava solo cercando di risolvere le angosce di Marta, non si preoccupava affatto della questione. Non dare peso alla cosa e lasciare che il piccolo dimenticasse da sé quella fantasia gli pareva la soluzione migliore. E se invece, così facendo, avesse sottovalutato un sintomo di disturbo mentale? Di una nevrosi, per esempio, di un delirio paranoide, volendo essere pessimisti? Insomma, ora che avevano preso in considerazione il problema, forse era il caso di arrivare fino in fondo. Avrebbe proposto a sua moglie di consultare uno specialista in psichiatria infantile. Il più prestigioso, naturalmente.
Si recarono all’appuntamento cercando di prendere la cosa come un normale scambio di idee che li avrebbe aiutati a dissipare ogni dubbio. Per di più, il medico, con il suo relativismo e la sua tendenza a sdrammatizzare fece loro un’ottima impressione. Perfino l’aspetto era quello giusto per uno psichiatra: una cinquantina d’anni, tempie imbiancate, giacca di tweed, occhiali di tartaruga. A ogni buon conto, propose di sottoporre David a vari test e di incontrarlo due volte la settimana per un mese. E così fece. In occasione dell’ultimo colloquio convocò i genitori. Si recarono entrambi a quell’incontro con una certa ansia, temendo una diagnosi infausta. Ma fin dalla prima frase il medico dissipò ogni timore:
- Vostro figlio è perfettamente normale - disse. Un duplice sospiro di sollievo si levò nella stanza. - Devo precisare che ho avuto quest’impressione fin dall’inizio, ma ho voluto accertarmene, cosa che ho fatto nel corso di questo mese. David è un bambino sano, allegro, dotato di un elevato quoziente intellettivo e molto maturo per la sua età. Prima di conoscerlo potevo attribuire gli episodi che mi avete descritto a un senso di solitudine patologico, o a una crisi matrimoniale fra voi due. Ma devo dire che ho scartato ogni ipotesi di questo tipo. Un bambino magnifico e splendidamente equilibrato, questo è il vostro David.
Il padre si lanciò in un’entusiastica conclusione:
- Allora si è trattato di una sciocchezza infantile.
- Vede, architetto Serra, io non la definirei così. Non so come spiegarmi senza apparirle troppo teorico o distaccato, ma ci proverò. Il fatto è che Jung, uno dei padri della moderna psicologia, sostiene che l’equilibrio mentale dell’uomo si realizza pienamente quando avverte la necessità del concetto di Dio.
Ci fu un attimo di silenzio.
- Voi mi obietterete: e cosa c’entriamo noi? Non pretendo certo di tenervi lezione, solo di farvi notare che, secondo teorie di fondato prestigio scientifico, l’uomo possiede al suo interno l’idea di Dio. È un essere religioso per natura. - Capisco, e allora? -- domandò la madre.
- E allora, se applichiamo questa teoria al caso di David, ne risulta che forse il bambino sente il bisogno della presenza di Dio nella sua vita.
- D’accordo, professore. E l’aria condizionata? Non mi dirà che qualche padre della patria o come lei vorrà definirlo ha elaborato una spiegazione anche per questo – si spazientì lei.
- Si tratta di un simbolo, un simbolo qualunque. Immagino che David, nella sua mente infantile, abbia proiettato l’idea di Dio su qualcosa che sta in alto, al di sopra della sua testa. Il condizionatore che avete in casa emette anche aria calda?
- Sì.
- È chiaro. Rappresenta una fonte di calore d’inverno e di confortante frescura d’estate. Diciamo che agisce come un elemento protettore.
In un tono che tradiva la sua crescente irritazione, Marta replicò:
- Tutto questo va benissimo, professore. Ma il problema come si risolve? Perché una cosa è fuori discussione: non possiamo permettere che nostro figlio si trasformi in una specie di squilibrato che se ne va in giro a pregare tutti i condizionatori d’aria che trova sulla sua strada.
- Io questo non lo so, signora. Parlategli di Dio, spiegategli quello che sapete, come lo sentite voi... Fate in modo che le sue curiosità si orientino verso l’astrazione...
La madre fece schioccare le nocche della mano sinistra. Era un gesto di esasperazione che suo marito conosceva molto bene e che non lasciava presagire niente di buono. Preferì intervenire prima che si scatenasse una crisi di furia:
- Vede, professore, mia moglie ed io siamo agnostici, così come lo è la scuola che abbiamo scelto per David. E temo che se lo avvicinassimo a una persona in grado di consigliarlo da un punto di vista più... professionale, se mi passa il termine, ossia un sacerdote, o un monaco buddhista, be’, temo che questa persona finirebbe per parlargli di Dio all’interno di un preciso sistema di norme e credenze, e questo, sinceramente, non mi pare desiderabile.
- Capisco, capisco che cosa intende dire.
- E mandare il bambino a lezione da un filosofo, mi dà un’impressione un tantino... strana.
- Purtroppo in questo io non posso aiutarvi. Vostro figlio non soffre di alcun disturbo psichico né emotivo, quindi non sono tenuto a prescrivere un trattamento. Qui finiscono le mie prestazioni. Tuttavia, se devo darvi la mia personale opinione, lo lascerei in pace. Il tempo sistemerà ogni cosa.
Prima di tornare al lavoro, presero un caffè in un bar vicino allo studio del medico. Era difficile per entrambi nascondere lo sconcerto. In silenzio, giravano il cucchiaino con lo sguardo fisso nella tazzina. Di colpo, lei esplose:
- Ma cosa avrà voluto dirci quel tizio con la storia dell’astrazione? E per partorire una simile idiozia si è preso tutti quei soldi?
Il marito si grattò la testa, guardò in aria e poi disse, come senza intenzione:
- Forse se avessimo un altro figlio con cui David potesse giocare...
- Non credo che c’entri. Eppure non lo so, non ci capisco più niente, Tomás, te lo assicuro. Che cosa dobbiamo fare? Portare il bambino alla scuola coranica? Vestirlo da Hare Krishna e rapargli la testa? Raccontargli dei sette giorni della creazione e dell’arca di Noè? Se lo sa mia madre, docente di Diritto romano, militante della sinistra radicale...
- Tua madre è già rimasta abbastanza delusa quando ti sei messa a lavorare per l’impresa privata. Alla fine, questo è un male minore. Il problema è quell’hippy di mio padre. Lui che negli anni Settanta portava i fiori nei capelli...
Rimasero di nuovo in silenzio. Bevvero il caffè. Lei disse: - Me lo vedo già il nostro David col clergyman e una croce appesa al collo. Che disastro.
Lui rispose:
- Be’, magari diventerà missionario e andremo a trovarlo in qualche paese caldo, a Santo Domingo o ad Haiti, durante le vacanze di Natale. Potrebbe essere divertente.
- Sì, forse ne verrà fuori un santo o qualcosa del genere.
Allora si guardarono negli occhi e si lasciarono sfuggire una piccola risata, in cui c’era tutta la loro perplessità, il loro reciproco affetto e la loro accettazione del mondo, sempre mutevole e sempre uguale a se stesso. La loro sincera fascinazione per la vita.

Traduzione di Maria Nicola
Partecipa alla serata del
.14 giugno






Musica di
.Gabriele Mirabassi


 
 
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