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Un sogno turco  Testo in lingua originale 
.Giancarlo De Cataldo
- Non credo a una sola parola di quello che mi ha raccontato -
Non posso dire che ne fui sorpreso, né dispiaciuto.
Devo, per prima cosa, precisare che la mia famiglia viveva in un cortile chiuso da basse catapecchie e sormontato dall’impiantito padronale destinato al liceo privato della città. Riferisco particolari fondamentali al fine di una corretta comprensione della storia.
Questa è la storia di come divenni il salvatore della famiglia, anche se sapevo di non essere altro che un ladro; ed è la storia di come divenni un eroe, ed ero certo di non essere niente di più di un assassino. Nella vita ho sempre vissuto questa drammatica contraddizione: tra ciò che gli altri ritenevano che io fossi, e ciò che in realtà io sapevo di essere.

Il liceo privato era l’unico liceo della città. Lo frequentavano i figli dei ricchi mercanti greci, gli appartenenti alle famiglie Armene più in vista, i turchi più meritevoli, avviati allo studio dal nuovo governo con il proposito di farne la classe dirigente che avrebbe orientato il futuro sviluppo del paese. Mio padre era morto da tempo. Un tempo era stato il custode del cortile. Le lunghe ombre della sera e certe flebili note di flauto dall’origine per me incomprensibile erano l’unico nemico dal quale difendere quello spazio vuoto, assolato di giorno, gelido la notte, nel quale nemmeno un gatto osava avventurarsi. Temevano, per intenderci, i gatti, di finire in padella. Avevo, a quel tempo, diciotto anni e una madre corrosa dell’età e dalla fatica. Non ero del tutto analfabeta. Rubavo di nascosto i libri ai ragazzi del liceo, e mi sforzavo di decifrarli. Sapevo far di conto. Avevo una sorella, brutta, perennemente vestita di nero. Non indossava il velo, eravamo cristiani. Avevo un nonno curvo, calvo, sdentato. Saettava imprecazioni attraverso i profondi solchi che lasciavano intuire le gengive annerite dal tabacco di Macedonia. A volte accennava curiose movenze, come di danza, che scatenavano l’ilarità negli studenti del liceo. Di tanto in tanto veniva a trovarci un bell’uomo. Così mia madre chiamava questo Trok. Di mestiere faceva il sensale di cavalli. L’economia della nostra regione, a quel tempo, era quasi interamente basata sul cavallo, sull’asino, e, in certe zone estreme, fatte di deserti petrosi e dello spoglio altopiano, sul mulo: più resistente, ma, è noto, meno affidabile. Trok era un uomo alto, brizzolato, con lunghi baffi spioventi e il colorito olivastro, tendente al chiaro, del turco.
I suoi occhi rossi e gonfi, percorsi da un intricato reticolo di venuzze, non si fissavano mai negli occhi di nessuno. Se non, ma assai di rado, in quelli di mia madre. Il nonno detestava Trok. Al suo approssimarsi sputava per terra, si metteva a girare su se stesso, e levava lo sguardo al cielo come invocando sull’intruso una qualche maledizione celeste. Poi rientrava nel tugurio dai vetri spaccati, vetri pietosamente occultati da vecchie gonne nere che si tendevano al vento del Sud. E lo si sentiva borbottare, e ripetere, a passo ritmici sul pavimento di terriccio, fra nubi di polvere malsana, le sue curiose movenze.
Mia madre s’ingegnava di procurarci del cibo. Si spingeva sino al piano rialzato dov’era il liceo, fendeva imperturbabile gli schiamazzi degli studenti, e a questo prometteva che, grazie al bydel, io sarei partito al suo posto per la prossima guerra; a quell’altro vendeva, in cambio di una mezza lira, antiche storie del tempo in cui il paese era un paese libero e la gente viveva felice nei campi. Le consentivano, talora, di fare le pulizie. Compito che sarebbe spettato a una lavorante grassa e blesa, che intascava la paga, e alla mia povera madre elargiva un quarto di lira, o una libbra di cipolle già gemmate, o l’avanzo di un vasetto di marmellata di rose. Mia sorella sognava di essere rapita da un principe di sangue reale. Leggeva meglio di me. Miracolo del pope, che prendendola sotto la sua protezione, le aveva schiuso un orizzonte interdetto, a quel tempo, alle donne del nostro popolo.
Ne aveva, dunque, fatto un’infelice. E se si considerano la sua impressionante bruttezza, il colorito giallognolo, il ventre rigonfio, i denti guasti, un occhio semichiuso, si avrà la misura di quanto mi sono lasciato, per sempre, alle spalle...
Quanto a me, m’ero proposto, nella vita, due compiti: riscattare dalla miseria la mia povera famiglia, e punire, nel modo più crudele, gli studenti ricchi di quel piano rialzato nel quale si esauriva l’orizzonte del mio cielo. Sapevo che non avrei esitato di fronte a nessun ostacolo. E non mi sarei posto alcun problema di coscienza. Quando non vi allattano perché le capre sono confiscate dal Governo, allora si cresce in debito con l’universo, e non ci si può permettere una coscienza.

Fu dunque per caso, o per un preciso disegno del destino, che incontrai Jaglòs. Avevamo la stessa età, ma io avevo molto da imparare da uno come lui. Un suo cugino ricco della capitale, sorteggiato nelle liste di leva, gli aveva offerto cinquemila lire perché Jaglòs prendesse il suo posto. Il ragazzo aveva accettato. Si era fatto consegnare il premio, l’aveva diviso con i genitori. Si era presentato al Reggimento con tutte le false carte in regola. Era entrato presto nelle grazie di un ferreo sergente che riforniva di rakìa sottratta agli ufficiali. Con i dadi truccati che il sergente gli aveva procurato aveva giocato, e vinto, la sua libertà, umiliando un tenente corrotto. Era tornato nel nostro piccolo paese circondato da un alone di gloria. Era il mio mito personale, Jaglòs.
I soldi non gli bastavano mai. Disdegnava il lavoro.
- Dannarsi l’anima quando ai figli dei ricchi tutto è permesso? Finire amàl o scopino, o, peggio, prostituto di qualche ricco mercante, quando la felicità è a portata di mano?-
Bevevo avidamente le sue parole, i suoi progetti. Non fui in grado di resistere al suo fascino, quando mi propose l’azione che avrebbe cambiato la mia vita.
Un pomeriggio di primavera, la calda primavera della mia regione, non ponte dall’inverno all’estate, ma già torrido torpore di umidi venti che fiaccano le membra, seminudi, Jaglòs e io sorseggiavamo un tè alle rose facendoci scudo con fogli di giornale. Nel cortile penetravano le urla degli studenti che insolentivano qualche paziente precettore.
- Li senti?- diceva Jaglòs- starnazzano come oche! Gente inutile, eppure a costoro sacrifichiamo il nostro destino. Vorrei essere ricco e potente per poterli schiacchiare come scorpioni. Non sono nient’altro che scorpioni velenosi!-
- Sono solo giovani, Jaglòs!-
- Loro possono permetterselo. Noi no!-
Il mio odio si accese. Jaglòs aveva ragione. Doveva esserci una scorciatoia per il cielo. In quello stesso istante, come per un segno del destino, fece la sua comparsa nel sudicio cortile il mercante Trok. Mia madre si agitò tutta. Mia sorella si affacciò alla soglia dell’abituro. Il nonno sputò ritualmente e prese a girare su se stesso.
- Chi è quel tipo così elegante? Che ci fa in un posto come questo?- Io salutai con deferenza Trok, che mi donò mezza lira.
- Sei ridotto all’elemosina!- esplose Jaglòs.
Gli parlai di Trok, della sua fattoria, dell’ufficio nel quale trattava la vendita dei cavalli.
- Chiedigli se ha un lavoro per te- ordinò Jaglòs.
Una settimana dopo, di notte, rubammo a Trok quindici splendidi roani e cinquanta rozze da tiro. Passammo la frontiera e all’alba concludemmo l’affare con il mercante Vaslavich. Jaglòs trattenne due terzi del ricavato. La mia parte ammontava a quattrocento lire. Attesi un’altra settimana prima di fare ritorno. Avevao un vestito nuovo, delle scarpe vere, e trecentonovanta lire in tasca. Pensai che se Trok avesse acconsentito ad assumersi, sia pure come mozzo di stalla, non lo avrei derubato. Ma la sua risata era stata troppo arrogante. Immaginai che ci avesse intravisti mentre entravamo nel recinto e gli portavamo via le bestie. Ma era troppo avaro per pagarsi una scorta. Devo però confessare che provavo un certo disagio. Se quella era la scorciatoia, ero già pentito di averla imboccata. Non volevo più aver niente a che fare con Jaglòs. Ma a ripagarmi di tutte le amarezze bastarono il sorriso della sorella e l’abbraccio della mamma. Certo, la miseria non era finita, ma con quelle trecentonovanta lire si poteva affrontare la vita in modo diverso. Consegnai il denaro a mia madre e amdai a sdraiarmi sulla mia stuoia. Prima di scivolare nel sonno, vidi la mamma nascondere il denaro sotto l’unico materasso che possedevamo. Il nonno, che dormiva in piedi come i cavalli, appoggiato alla schiena curva e sorretto da un bastone di canna, ridacchiava fra sé e sé, accennando la sua incomprensibile danza. Un misero lucignolo illuminava tremolante il volto giallognolo della sorella, soffuso di un vago rossore.
Quella notte non sognai.
Fui svegliato da mia madre. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Senza pronunciare una sola parola, sollevò il materasso. I soldi erano spariti. La sorella si contorceva, in preda alla disperazione. Non aveva più una dote. Chi mai l’avrebbe degnata di attenzione, così brutta e sciancata? Gli scoppi di risa degli studenti, le loro esclamazioni gioiose, mi parvero un altro segno del destino. Non esistono scorciatoie. Ero il ladro derubato. E questa è la vita.

La madre salì al liceo, cercando di guadagnare due lire. La sorella non la finiva più di singhiozzare. Volli dormire ancora. Forse avrei sognato, e mi sarei destato ricco.
Il nonno fece la sua comparsa intorno a mezzogiorno. Venne accanto al mio giaciglio, mi toccò, mi mostrò con orgoglio il suo acquisto. Non lo odiai. Forse lo compresi. Dal fondo del mio cuore sgorgò una risata irrefrenabile. Il nonno aveva preso i soldi e li aveva investiti in un grammofono a tromba con un solo, unico disco. Il nonno aveva deciso di portare la musica nella nostra miseria. Con gli occhi lucidi di commozione, il nonno avviò la manovella. Il fruscìo dei primi solchi si sciolse in un ritmo strano, monotono, sottolineato da un accompagnamento di tamburi che scoppiettavano allegri sullo sfondo di violini striduli. Una sola frase musicale, ripetuta ancora e ancora e ancora, incessantemente: ta- tarattà- tarrattà- tarattà... Il nonno prese ad agitarsi. Ora sì che le sue mosse balzane, quell’avvitarsi su se stesso, ciò che avevo sempre creduto essere la memoria di un qualche rito che si perdeva nella notte dei tempi, ora sì che tutto aveva un senso. Il nonno danzava. E mentre, scomposto, sbavava come un poppante, mentre, investito da una felicità che non gli era mai stata concessa in sorte dalla sua dura sorte, mentre la musica s’impossessava di lui, dalla sua bocca guasta uscivano sillabe sconnesse dededeè- dedeèèè- dededè... Il ritmo era contagioso. Mi lascia contagiare. Dededededè scandivo a mia volta. Il nonno rideva. Risi anch’io. Un gran silenzio dominava il cortile.
- Dedededeè- disse la mamma, irrompendo a braccetto con la sorella. La nostra miserabile famiglia ballava. Ballava al ritmo dei violini e dei tamburi. Una magìa s’era impossessata di noi. Dededè... dededè... ta- tarattà-tattà tarattà... dededè tarattà dededà tarattà...
A sera, infine, crollammo esausti, ciascuno nel suo sonno, consegnati tutti ai nostri sogni. Se questa era la scorciatoia, avevo fatto bene ad imboccarla.

Da quella sera, per mesi e mesi, il nonno non fece altro che suonare la sua musica, danzando e sbavando. Noialtri avevamo ripreso il consueto ritmo della nostra miseria. Né Jaglòs né il mercante Trok s’erano mai più rivisti nel cortile. Gli studenti del liceo continuavano a schiamazzare. E la mia coscienza era tornata a riposare.
Una strana trasformazione, tuttavia, si andava lentamente, ma inesorabilmente, producendo nel nonno.
Lo si vedeva ballare in modo sempre più scomposto. Il rito cedeva il passo a un’incerta sperimentazione. I movimenti del corpo e il ritmo della musica davano l’impressione di seguire strade diverse. L’armonia ne risentiva in modo evidente. Lo stile si andava smarrendo del tutto. L’intera famiglia partecipava dolente alla lotta che si era instaurata fra l’uomo e il fruscìo sempre più stridulo della macchina. Finché una notte il vecchio non scandì, con voce ferma e inesorabile, questa frase:
- Il disco è sbagliato!-
La mattina seguente il nonno ci svegliò adagiando accanto a ciascuno di noi un brandello del disco. L’aveva fatto a pezzi. Aveva distrutto il mio furto. Persino il grammofono sembrava esserne dispiaciuto, e se ne stava immobile e altero, con aria di sfida, quasi fosse consapevole di essere diventato, di colpo, un bene non solo precario, ma anche inutile.
Il nonno scomparve. Lo cercammo invano per tutta la mattina, aggirandoci come spettri nel più perfetto silenzio lungo il perimetro del cortile, percossi dalle grida degli studenti, incapaci di comprendere... dededè tarattà...
Nel pomeriggio, nell’ora più calda e atroce del paese che non conosce la pioggia, e la polvere si leva a nembi sotto l’urlo del vento che mai s’arresta, scese dal liceo lo studente Jan. Portava il nonno, pesto e malconcio, curvo sulle sottili gambette, privato anche degli ultimi denti, la testa calva oltraggiata da un berretto a due punti con vistose le tracce di sputi, schizzi d’inchiostro e d’altra materia che non è opportuno nominare. Fu in quel preciso istante che lo studente Jan s’accorse per la prima volta della sorella. Fu in quel preciso istante che lei arrossì nell’accorgersi dello sguardo di quel giovane secco e gobbo, occhialuto e malvestito eppure ammesso, in virtù di chissà quale privilegio, a frequentare il liceo dei ricchi.
- E’ stata una brutta cosa- sussurrò lo studente Jan- i miei compagni hanno offeso questo povero vecchio. Io ho tentato di difenderlo, ma invano. Vi prego di perdonarli tutti...-
- Ma che cosa ci faceva il nonno al liceo?- chiese la sorella, sempre più rossa e confusa. Anche lo studente arrossì.
- Di... diceva dededè...-
- Tarattà- completai.
Lo studente mi fissò stupefatto.
- Dededè tarattà... dededè tarattà...-
- E poi?-
- E poi... diceva che il disco è sbagliato. E che dededè non è dededè, ma deedè deedè... e che tarattà non è de... cioè, no, tarattà, ma tarattattà tarattattà... -
E fuggì via, Jan lo studente, saltellando goffamente con la sua gobba al rimorchio.
Il nonno smise di parlare. Rifiutava il cibo e tollerava a malapena qualche sorso d’acqua. Di tanto in tanto scagliava un deedè deedè o un tarattà che rimbombava nello squallore del cortile, perdendosi oltre le voci degli studenti e la disperazione della mamma e della sorella.

Comparve nel cortile il droghiere Albàs. Grasso, tondo come un uomo, comparve un mattino, sventolando un bisunto pezzo di carte sul quale spiccavano in gran copia i timbri del nuovo governo.
- Concessione...- spiegò inchinandosi davanti alla mamma e levandosi il tarbush con un gesto che avrebbe voluto essere di cortesia e risultò affettato e trafelato- acquisto... metà del cortile... appartiene... a me!-
Era onusto di prosciutti, il droghiere Albas, e si vantava del suo talento negli affari: sapeva che c’erano certi pregiudizi religiosi che avrebbero sconsigliato quel genere di commercio, ma sapeva anche che il nuovo governo avrebbe fatto presto giustizia di tali pregiudizi. Perciò aveva investito nel maiale: lo si giudichi quanto si vuole animale immondo, l’avrebbe coperto d’oro!
Con Albàs c’erano una donna piccola, esile, biondastra, sempre vestita d’un grembiulino a fiori, e un figlio-garzone dall’aria svagata, tanto sporco e trasandato quanto il padre era untuoso e azzimato. Fu montato un bancone con una tenda verde che il vento agitava incessantemente, rizzata una rozza impalcatura, esibite una bilancia ed un’affettatrice.
- Fabbricazione americana! Un vero gioiello! Nemmeno nel più elegante quartiere di Costantinopoli hanno mai visto niente di simile!-
Gli studenti, almeno sulle prime, disdegnavano quella botteguccia d’infimo rango. E quanto a gente che potesse penetrare nel cortile dal mondo di fuori... negli ultimi mesi avevamo persino cominciato a dubitare che esistesse davvero un mondo di fuori...
Lo studente Jan, intanto, aveva preso a far visita al nonno, con il quale intrecciava muti dialoghi intessuti di cenni e di smorfie. A volte Jan si grattava la gobba e s’infilava due dita nel naso, e il vecchio, scuotendosi dall’apatia, rispondeva con una sonora scorreggia. Lungi dallo scandalizzarsi, lo studente si metteva a saltellare sulle tozze gambe ululando e gemendo come un cane in amore sorpreso da un improvviso plenilunio. A volte, davanti allo sguardo inorridito della sorella, il nonno si calava le braghe e prendeva a tempestarsi di pugni le cosce, mentre Jan si cimentava in un’improbabile verticale, la gobba aderente al terreno, la svolazzante giubba che se ne rotolava sul terriccio secco.
Quanto a me, il tempo mi viveva. Inattivo, contemplavo. Il vero scopo delle visite di Jan era la sorella. Lunghi penetranti sguardi correvano fra quei due. In presenza di lei, Jan si raddrizzava fin quasi a spianare del tutto la sua considerevole gobba. In presenza di lui, il giallognolo della pelle della sorella si faceva delicato purpureo, i suoi occhi smorti s’accendevano di scintille fosche. Sembravano persino belli, insieme. E più diventavano belli, più cresceva la disperazione del droghiere Albàs, che non vendeva un ottavo di lira di roba eppure si vedeva calare a vista d’occhio la quantità di derrate in deposito.
Fu il nonno a svelare l’intrigo. Un pomeriggio assolato, mentre tutti cercavano nel sonno sollievo all’oppressione dell’afa, il vecchio prese a pizzicarmi vigorosamente un orecchio. Saltai a sedere, intorpidito e infastidito, e seguii la direzione che il nonno indicava.
A una finestra del liceo erano affacciati due o tre studenti. Riconobbi Jan. Armati di canne con un ben robusto gancio di ferro che fungeva da amo, i ragazzi pescavano forme di formaggio, pezzi di pagnotte, olive e pomodori conservati, melanzane, zenzero e zibibbo intasato di moschini dalle alette trasparenti. Pescato con consumata abilità, il bottino passava a pochi centimetri dal naso rubizzo del droghiere Albàs, che, ventre al sole, russava, coperto di sudore.
- Eegnhè... da sta sta dededeeè!- commentò il nonno, strizzandomi l’orecchio con ancora maggior vigore.
Chissà da quanto tempo andava avanti questo commercio. E il povero droghiere Albàs, che per una volta nella vita s’era sentito padrone! Domani Jan avrebbe fatto visita al nonno. Poi si sarebbe appartato con la mamma e la sorella. Avrebbe dato loro qualcosa. La sorella sarebbe diventata ancora più bella. La mamma sapeva? Aveva deciso di destinare la bellezza alla sorella? Perché mi avevano escluso?
Di lì a pochi giorni, il droghiere Albàs, di rientro dalla città, prese a strapparsi piangendo i radi capelli. La moglie si lamentava rotolandosi per terra. Il figlio rideva, i denti marci rivolti, come per sfida, contro il sole.
Quel giorno nessuno studente si presentò al liceo. Non avevo mai visto il cortile così deserto. Un’oppressiva angoscia, un cupo presentimento mi schiacciavano il cuore. Il droghiere e i suoi presero a divorare un prosciutto dopo l’altro, con meticolosa disperazione. Il nonno rumoreggiava cupo. La mamma sfuggiva il mio sguardo. La sorella illanguidiva in una delle rade zone d’ombra.
Sul far della sera piombò nel cortile il malvagio Jaglòs. Dal suo cinturone borchiato spuntavano due pistole e il manico d’un aguzzo pugnale ricurvo.
- E’ la guerra! I Turchi vogliono scacciarci dalle nostre terre! E’ la guerra in tutto il mondo! Unisciti a noi. Vieni a combattere nella Resistenza!-
Ma che cos’era la Resistenza? E di che guerra parlava Jaglòs? Esisteva forse al mondo una guerra che potesse provare interesse per il nostro misero cortile?
- C’è un grosso mercato di bydel- incalzava Jaglòs- i figli dei ricchi si stanno svenando pur di evitare la chiamata. Quelli che non possono pagare un sostituto e si rifiutano di partire li mettono al muro! Stasera è prevista un’azione. Sei dei nostri?-
Era dalla notte del furto dei cavalli che non mettevo piede fuori dal cortile. Jaglòs mi passò una pistola. Aveva il manico intarsiato e due lettere incise, JJ. Accarezzai con uno sguardo di luna nuova i capelli stopposi della sorella, il borbottìo incessante del nonno, la mesta rassegnazione della madre. Oltrepassai la famiglia del droghiere che continuava a ruminare prosciutti e varcai la soglia.

Jaglòs e altri cinque mi attendevano ai margini della città. C’era un cavallo anche per me. Non ero mai entrato in città. Jaglòs indicò una villetta a due piani dalle cuspidi moresche che si stagliava contro il firmamento luccicante di stelle.
- Là vive il porco. In casa ha ventimila lire. Andiamo!-
- Ma che c’entrano le ventimila lire con la Resistenza?- chiesi.
Jaglòs e i suoi compagni risero.
- Tutto è lotta!-
Spronammo i cavalli al vento. Penetrammo in casa da una finestra semichiusa. Si accese una luce. Il mercante Trok ci attendeva, armato di fucile. Ci guardammo l’un l’altro, incerti, spaventati. Trok mi fissò.
- E tu, piccola serpe, soltanto me sai derubare?-
Senza che ne fossi richiesto, senza nessuna ragione, sparai tre volte, e la mia mano non tremava. Non sparai al mercante Trok, della cui esistenza terrena non tenevo conto, ma al cielo, e al silenzio della notte. Il mercante cadde senza un gemito.
Jaglòs e i suoi compari frugarono il corpo. Presero tutto ciò che potevano. Andammo via. Rientrai nel cortile all’alba. Piombai in un sonno confuso, senza rimorsi. Provavo, al contrario, una conspevole esaltazione: avrei sparato così al mondo intero!
I consueti schiamazzi degli studenti mi risvegliarono. Il cortile sembrava tornato quello di sempre. In tasca avrei dovuto trovarci duemila lire. Ce n’erano solo ottocento. Nuovamente derubato, e per giunta assassino!
Ma lo studente Jan mi fissava con gli occhi accesi.
- Bravo!-
Accanto a lui c’erano la mamma e la sorella.
- Ci ha portato un intero formaggio!-
Mi sollevai con fatica.
- Dov’è il nonno?-
Nessuno rispose.
- Era un nemico della patria- vibrò Jan il gobbo- lo hai giustiziato. Siamo tutti in festa. Tutti orgogliosi di avere fra le nostre fila un membro della Resistenza!-
Si spalancò la porta del cortile. Entrò un ufficiale della Gendarmeria a cavallo. Il droghiere Albàs gli si inginocchiò davanti, indicando lo studente Jan.
- Signore! Finalmente la mia supplica è stata accolta! E’ lui, è l’anima nera che mi sta portando alla rovina!-
L’ufficiale non lo degnò di uno sguardo. Mi si piantò davanti. Poi scese dalla cavalcatura e s’irrigidì nel saluto militare.
- Tenente Bogdan. Deve seguirmi alla Gendarmeria!-
- No! E’ un eroe!- urlò Jan- non potete arrestarlo!-
Il droghiere Albàs saettava sguardi stolidi, stretto alla sua meschina famiglia. In quel preciso istante, il nonno irruppe, dritto sulle gambe, miracolosamente ringiovanito, con tutti i capelli neri al proprio posto, truccato come un artista d’avanspettacolo, biacca sul volto, palpebre viola.
- Venite, venite tutti dentro!- ci esortò. E tutti vedemmo che il nonno portava una grossa radio ingombra di valvole e di fili.
- Ancora!- gemette lo studente Jan.
Il tenente Bogdan si accodò al vecchio e ci intimò di seguirlo.
In casa non c’era più il grammofono a tromba. Il nonno mise al suo posto la radio, girò la manopola, chiuse gli occhi e... dededè tarattà dedeè tarattà...
Quando la musica fu cessata, una voce annunciò: “la celebre soprano Mizra Mizrdat ha una fondamentale comunicazione da indirizzare al popolo!”. Subentrò una voce femminile, vibrante di passione oltraggiata.
- La musica che avete appena ascoltata è il prodotto di un disco sbagliato. Nessuno con un minimo di sale in zucca si sarebbe mai sognato di suonare in questa barbara maniera il dedeè tarattà... il vero ritmo è: deedee deedè taratta ttà!-
Il nonno lanciò un grido di guerra. Lo studente Jan fischiò in segno di approvazione.
- Non c’è dubbio- confermò il tenente Bogdan- la Mizrdat ha ragione. E’ il disco che è sbagliato!-
- L’avevo detto!- trionfò il nonno.
- I miei formaggi!- squittì il droghiere Albàs.
- Silenzio!- ordinò il tenente- qui si parla di arte!-
La sorella e lo studente si scambiavano sguardi di tenerezza sconfinata. La radio ritrasmise il disco, questa volta nella corretta versione, e il nonno prese a danzare con la ripristinata armonia. Il volto allargato in un sorriso di beatitudine, ripeteva la giusta frase: deedee deedè tarattattattà...
Ora tutti ballavano, persino il droghiera Albàs e il figlio, la sbiadita moglie, il tenente Bogdan, e la mamma, la mamma...
La musica cresceva, e cresceva. Dalla baracca uscì una compagnia festante, che ballava e zufolava al suono del deee deedè tarattatttà. In testa c’era il tenente Bogdan. Il suo cavallo nitriva a tempo.
Dalle finestre del liceo si affacciarono studenti e insegnanti. Tutti ripetevano ossessivamente la stessa frase, tutti perfettamente intonati salmodiavano: deedee deeè taratta tatarrttà...
Mi sentii d’improvviso estraneo a quella perfetta infelicità. Non c’era più posto per me in quel cortile. Nessuno avrebbe più badato all’eroe derubato, all’assassino incolpevole.
Non ho mai più rivisto quel cortile, quel liceo, quella terra.
Credo che da quel momento in poi tutti i miei passi siano stati guidati da una luna turca, ma nemmeno di questo sono poi tanto sicuro.
- Non credo a una sola parola di quello che mi ha raccontato!-
Non ne fui dispiaciuto, né sorpreso. Mi capita a volte di accarezzare il manico intarsiato della mia pistola. L’incisione JJ. Odio le radio, ma di tanto in tanto mi prendono delle curiosità. Saranno deformi i figli della sorella e dello studente Jan? E della mamma che ne è stato? E il tenente Bogdan? Sarà almeno riuscito ad arrestare Jaglòs? Viviamo in tempi cupi, tempi di guerra. Ci sono uomini senza patria che uccidono per averne una, e uomini che hanno una patria e uccidono per perderla. Penso che il nonno proceda in una specie di cammino a ritroso nel tempo. A questo punto, credo di essere più anziano di lui. Se non ho più anni, certo non ho meno dolori di lui.
Partecipa alla serata del
.7 giugno






Musica di
.Mario Camporeale


 
 
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