INFO CONTATTI SALA STAMPA CREDITI LINK NEWS    
PROGRAMMA             .ENG  .FRA  .ESP   
Maria tutta d'oro  Testo in lingua originale 
.Feridun Zaimoglu
Nel tardo pomeriggio del due giugno, festa della Repubblica, la banconota da dieci euro passa di mano per la prima volta: Ahmed, lo stracciarolo, la prende e porge al turista il sacchetto di plastica con i reggiseni color pelle. Quella settimana il grossista gli ha fornito, al posto dei polsini di spugna promessi, reggiseni maxitaglia. Contro ogni aspettativa lo smercio va alla grande, e anche se quella mattina Ahmed ha dormito troppo e ha saltato la preghiera, non potrebbe essere di umore migliore. Il turista lo guarda fisso, Ahmed si scusa e gli dà il resto. L’uomo si caccia i soldi nella tasca dei pantaloni, attraversa la strada, sale gli scalini dell’ufficio postale di piazza Bologna, scrolla la maniglia e scuote il capo. Quel tizio non ha proprio idea delle festività romane, pensa Ahmed, e dal momento che una cliente lo tira per la camicia, si dedica tutto a lei e dimentica completamente lo sconosciuto. Il turista ha fatto le ore piccole, quella notte, nell’euforia da Gewürztraminer ha scritto versi amorosi su un tovagliolo di carta: implorava la sua bella di raggiungerlo a Roma, alle prime luci dell’alba avvampano le rovine antiche, e alla domenica le bambine con l’abitino della festa vanno a spasso per mano con papà. E adesso si ritrova davanti una porta chiusa e dovrà aspettare fino a domani prima di spedire il tovagliolo istoriato. Nell’isola pedonale di fronte, i pensionati stanno seduti sulle panchine e sui panettoni di pietra, si sono portati da casa acqua e pane, nel calore dei discorsi le loro mani frullano in aria come ali di colombe. Il turista si siede sull’aiuola striminzita, osserva i vecchi, le loro guance arrossate dalla lama del rasoio, e si fruga nelle tasche in cerca delle sigarette. Fuma una sigaretta fino al filtro, quindi si avvia verso il Colosseo. Un pensionato l’ha curato di sottecchi, si alza, fa i pochi passi fino all’aiuola e raccatta la banconota da dieci euro. Precede di un attimo la zingara, che ne reclama almeno la metà, ma il vecchio la manda via. Se mai tua figlia sarà gravida, che partorisca una pietra! grida la zingara. L’uomo ha cinque figli maschi e si fa una bella risata, si allontana dalla mendicante, però ha voglia di togliersi di dosso la fattura ed entra nella chiesa di San Pietro in Vincoli, in via Cavour. Lì, davanti al monumento funebre di Giulio II, prega il buon Dio di fargli la grazia e liberarlo dal malocchio. La figura centrale del sepolcro è opera di Michelangelo: Mosè, isolato dalle altre statue, siede nella nicchia mediana. A ornamento della fronte ha due corna. Il vecchio ormai non se ne meraviglia più, suo figlio minore gli ha spiegato che dipende da un’interpretazione errata delle Scritture: nel secondo libro di Mosè 34, 29 (*) sta scritto: . Nell’originale in ebraico si ritrova la sequenza di consonanze k r n : parola che significa o . L’errata traduzione ha indotto Michelangelo a rappresentare Mosè con due corna... L’uomo china il capo davanti al profeta e si dirige verso l’altar maggiore, dove si conserva bene in vista una reliquia, le catene con cui San Pietro sarebbe stato legato in carcere. L’uomo non ha motivo di dubitare delle verità di Santa madre chiesa. Eppure, anche dopo la muta preghiera davanti alla reliquia gli resta una strana sensazione. Ritorna all’aria aperta e mette la banconota da dieci euro nella mano protesa della mendicante che offre santini in cambio di elemosina. Che l’orlo dei tuoi calzoni resti mondo da ogni schizzo di fango! gli grida dietro quella e si alza in un battibaleno, fa cenno di avvicinarsi al figlio più grandicello che guarda incuriosito i turisti curiosi. Lo incarica di portare la banconota a suo padre, sa già dove trovarlo a quell’ora. Il ragazzino parte di corsa, deve percorrere un tragitto di neanche un quarto d’ora. Si ferma solo una volta, per non calpestare gli uccelli disegnati sul marciapiede con i gessetti colorati. La fantasia infantile trasforma il mondo e la vita in un paradiso popolato di uccelli, pensa e riattacca a correre. Un gruppo di pellegrini cammina dietro alla guida che regge alta una canna di bamboo con in cima un cencio colorato: il ragazzino fa giusto in tempo a saltare sulla strada per non finirle addosso. La città pullula di turisti, specie nel centro storico il ragazzino perde un sacco di tempo prezioso, e non gli serve molto girare alla larga di piazza del Pantheon. Nelle viuzze deve fermarsi ogni due per tre e siccome un po’ spinge, un po’ si intrufola, si becca non poche occhiatacce. Lo scambiano per uno scippatore: in effetti è abile nello sfilare portafogli, ma non qui, non ora. Finalmente, con dieci minuti di ritardo sul previsto, arriva in piazza della Minerva. Suo padre è perso nella contemplazione dell’elefante di marmo che fa da piedistallo a un obelisco. Il signor Federico Bernini - si è preso la libertà di appropriarsi del nome del geniale scultore - si reca ogni giorno in piazza della Minerva. Come piazza non è niente di che, così come non è particolarmente interessante la stele pagana su cui svetta una croce erosa dal verderame. Dalla testina dell’elefante, tra le due zanne mozze, spunta una proboscide di spropositata lunghezza che quella bestia esotica lascia penzolare su un fianco: il maestro ha catturato questo istante, dimostrando senza dubbio alcuno di considerare il pathos dell’uomo alla stregua del pathos dell’animale. Gli occhi, soprattutto: lo sguardo dell’elefante è volto verso il cielo (*), è uno sguardo da commuovere le pietre. Il signor Bernini la sa lunga, quanto a melanconia, piange la decadenza, la perdita e il fatto che non gli riesce di esternare più entusiasmo per le . È forse entusiasta, l’elefante scolpito nella pietra, di essere immortalato con la proboscide penzoloni? La sua posa è fissa, non può mutare, a meno che qualcuno non faccia a pezzi la scultura, a quel punto però non esisterebbe più, la bestia offerta agli sguardi ammirati. Sono questi i pensieri del signor Federico Bernini, interrotti per prendere i soldi dalle mani del figlio. Troppo pochi, davvero troppo pochi, ma pur sempre meglio di niente. Il ragazzino sparisce nella calca, il padre trova che, per quel giorno, ha pianto abbastanza. Un figlio di papà apre di scatto il cellulare, compone un numero e parla a gran voce con una donna, probabilmente la fidanzata. Mentre la supplica di e di non lasciarlo, povero spasimante, a morire di fame fuori dalla porta, si passa le dita, come denti di un pettine, tra le ciocche di capelli ossigenati. L’uomo gli lancia un’occhiata, sputa con disprezzo e prosegue per la sua strada, passando oltre le ragazze dalle scollature vertiginose, oltre ai mimi addobbati da faraone, immobili su una cassetta delle mele, oltre i bulletti che strada facendo affondano il ceffo in un trancio di pizza. E all’improvviso scorge l’ambulante, e quando arriva alla sua altezza, dice: ho bisogno di un nuovo paio di occhiali neri. Quelli vecchi che mi hai venduto si sono rotti il giorno stesso. No, dice l’ambulate, quel paio l’hai preso da mio cugino, io ti avevo avvertito, ma lui te li ha scontati di due euro e tu ti sei fatto abbindolare. L’uomo e l’ambulante tirano sul prezzo come d’abitudine, l’uomo sceglie degli occhiali da sole grandi, con le lenti sfumate di giallo, l’ambulante piega la banconota da dieci euro e se l’infila nel taschino della camicia. A dir la verità è un dottore, anzi, no, ha studiato medicina in Pakistan per due semestri, avrebbe anche potuto proseguire gli studi, ma poi è andata a finire che è venuto a Roma. I pochi soldi che raggranella vendendo accessori fashion taroccati li manda quasi tutti alla famiglia, tramite amici che tornano in patria, non tramite banca. Non vogliono provvigioni, quelli, perché verrà di certo la volta che saranno loro a chiedere a un compaesano che torna a casa in vacanza di portare un pacco, una lettera, un pegno d’amore. L’ambulante abita in un buco dalle parti della stazione, deve fare un sacco di strada, ha giorni buoni e meno buoni. La prima cosa che ha imparato a Roma è guardare all’insù: sopra la città c’è un cielo, la città, questa città, è fatta di un sotto e di un sopra, questa città, questo cielo sono arresi alla luce. Se uno gli chiede com’è Roma, lui dice: sotto pietra e ossa, sopra una luce strana, un giallo come di aria affastellata, violento come la luce che filtra dai listelli delle imposte in una stanza in ombra. Tuttavia a che serve il chiarore se non risalta sulle facciate delle case: rosso mattone sbiadito, hennè stinto dal sudore, color sangue di bue su cui va a cadere un’ombra tardopomeridiana? Per lui, straniero dai sensi all’erta, Roma non è una città eterna, né tantomeno giovane: sono favole per turisti. Comandano i vegliardi e i burocrati, i giovani sono solo comparse.
Adesso ha voglia di concedersi il lusso di fare una pausa e di spendere qualche spicciolo per una tazzina di caffè e una pasta farcita al pistacchio. Ragion per cui chiude bottega, si mette in spalla trespolo e treppiede, trova un tavolo libero nel dehors di un caffè vicino. Il cameriere lo conosce bene, eppure batte subito cassa, non si sa mai. L’ambulante gli dà la banconota da dieci euro. Il cameriere va al tavolino accanto, dove da un’ora sta seduta una donna - la donna con la fobia dei piccioni - che chiede il conto: due aperitivi, un bicchiere di minerale, noccioline, olive e un tagliere di affettati. Si mette in tasca la banconota, lascia il resto sul tavolo, il cameriere si ritrova la paga oraria raddoppiata, la fortuna gli ha pagato gli interessi. La donna si alza, si liscia la gonna di lino, si allontana a passi lenti. Gli uomini la seguono con gli occhi: ci è abituata, lo trova eccitante. Eppure non ha mai dato speranze a nessuno: ha in mente grandi cose, ma, per carità!, non vuole uomini tra i piedi, le va di essere felice senza amore. Segue il flusso della gente, attraversa il corso Vittorio Emanuele II, imbocca via Argentina, via Arenula, al Tevere gira a sinistra. Resta indecisa un attimo, si chiede se avviarsi nella direzione opposta, ma poi prosegue dritto e nel giro di poco si ritrova al Ponte dei Quattro Capi, il ponte con le quattro erme. Lì sotto scorre il Tevere verde fango, l’acqua sciaborda e scivola contro le spallette. Per un po’ resta lì ferma, limitandosi a guardar giù, sorda ai richiami dei ragazzi che passano, e passano... Alla fine si muove verso ponte Garibaldi, cerca le scale sulla sponda, scende e si spinge fino alla punta estrema dell’Isola Tiberina. Il suo ultimo amante l’ha portata spesso lì: di fronte all’acqua del fiume la baciava e la ribaciava e lei doveva respingerlo, per prendere fiato tra un bacio e l’altro. Adesso che è sera, le folate di vento sospingono i rifiuti della giornata: lattine, cartacce, ritagli, tutti scarti di poco peso. E cade sabbia rossa, sabbia del deserto che piove dal cielo e andrà a stratificarsi, finissima e impalpabile, su pietre, foglie e pelle umana. Attacca a piovere. La donna rabbrividisce, va a ripararsi in una rientranza, sotto il ponte. Al primo scoppio di tuono stringe la medaglietta che porta al collo: Maria tutta d’oro proteggimi, qui, ora, in questo lembo di terra tra il cielo squarciato e il fiume in piena! Tira fuori dalla tasca la banconota da dieci, la tiene un attimo sospesa nel vento e poi la lascia: si impenna un attimo, poi, fradicia di pioggia, cade in picchiata, come un areoplanino di carta, dentro il fiume. Che il Tevere ti trascini ai piedi di un poveraccio, pensa. Adesso è tutto a posto, si sente protetta.

Partecipa alla serata del
.5 giugno






Musica di
.Giancarlo Parisi


Indicazioni bibliografiche
Tradotto da Margherita Belardetti
Note
(*) In realtà, Esodo, 34, 29, qui citato nella trad. di B.G.Boschi, 1998.
(*) In Italiano ne testo (N.d.T.)
.Stampa .Segnala