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Il luogo degli spiriti  Testo in lingua originale 
.Elif Shafak
Vorrei cominciare con una metafora a me molto cara, tratta dal Sacro Corano: in paradiso c’è un albero molto particolare, chiamato Tuba. Si dice che questo albero cresca capovolto, con le radici rivolte in aria anziché conficcate nel terreno.
«Che ne è delle tue radici?» mi chiedono a volte coloro che criticano i miei romanzi. Mi disapprovano per aver scritto i miei ultimi libri in inglese, e per i temi che tratto. E insistono: «Dove sono le tue radici?».
Proprio come per gli alberi, ciò che permette agli esseri umani di crescere e sopravvivere sono le radici. Ma a differenza di quelle degli alberi, le radici degli esseri umani possono viaggiare.
A volte penso che la mia scrittura somigli all’albero Tuba. Ha le radici, come l’albero, però non affondano in nessun particolare terreno. Sono rivolte verso l’alto. Ecco perchè mi sento legata a molti luoghi contemporaneamente. La mia narrativa è al tempo stesso locale e internazionale, turca e cosmopolita. La mia scrittura si sforza di trascendere i confini nazionali.
Sono profondamente innamorata di Istanbul, ma il mio attaccamento alla città è "nomade". Di tanto in tanto ho bisogno di abbandonarla e andarmene all’estero, vivere in altri Paesi, in altre città, per poi tornare a Istanbul in preda alla nostalgia. Fin dall’infanzia ho vissuto in tante città - a Strasburgo, in Francia; ad Ankara, in Turchia; a Madrid, in Spagna; ad Amman, in Giordania; a Colonia, in Germania; e poi a Boston, nel Michigan e in Arizona... Ma poi tornavo sempre a Istanbul. È questo il rapporto che ho con la città, quello di una nomade con la sua terra. Sono una scrittrice con le radici rivolte in aria...
Istanbul, un tempo Costantinopoli, vista da lontano sembra una sola città, ma in realtà contiene quattro città diverse.
La prima è la Istanbul di coloro che se ne sono andati. Hanno lasciato dietro di sé molti dei loro averi, frammenti sparsi di un passato oggi difficile da immaginare. Ci restano le chiese, le cappelle, le sinagoghe, e anche le scuole, i cimiteri e i vigneti. Un vecchio cimitero ebraico, un palazzo Art Nouveau appartenuto a una famiglia levantina, un bassorilievo dell’ospedale cattolico armeno, una decrepita chiesa assira, da tempo priva di pastore e di congregazione, una scuola greca ormai svuotata, quasi un fantasma.
La seconda è la Istanbul di chi ci è venuto negli ultimi cinquant’anni, i nuovi arrivati. Sono emigrati da piccole città o da remoti villaggi dell’Anatolia, di solito per ragioni economiche e con la speranza di trovare una vita migliore perché, come dice il proverbio, "a Istanbul anche le pietre sono d’oro".
I nuovi arrivati sono poco interessati al passato cosmopolita della città. Quello che cercano è piuttosto un luminoso futuro. Si limitano perciò a scivolare lungo le strade senza mai penetrarvi davvero, senza leggerne le pietre tombali, senza chiedersi chi ci abbia vissuto prima del loro arrivo. In terzo luogo c’è la Istanbul di quei pochi che sono rimasti, generazioni di indigeni che qui sono nati e cresciuti, musulmani e non. Gli unici a ricordarsi di com’era un tempo la città. È forse per questo che parlano così poco, ben sapendo che le loro parole non troverebbero ascolto.
Infine, c’è la Istanbul dei visitatori: turisti, hippy, pellegrini, mistici, artisti, agenti segreti, congressisti, giornalisti, diplomatici... tutta gente che si ferma per poco, una tappa sulla strada verso altre destinazioni. Quattro città che convivono fianco a fianco, che si sfiorano di continuo senza stabilire necessariamente un contatto. È possibile toccarsi pur senza entrare in contatto, coesistere senza interagire, come l’acqua e l’olio. Ma Occidente e Oriente non sono acqua e olio. Si mescolano. E in una città come Istanbul si mescolano intensamente, incessantemente, sorprendentemente.
La mia Istanbul reca tracce di tutte e quattro le città che ho descritto. È la Istanbul di chi è partito, perché nei miei libri parlo delle vestigia del passato. È la Istanbul degli ultimi arrivati, perché i miei personaggi provengono quasi sempre dalle periferie, dai margini, dalle minoranze e dalle sottoculture. È la Istanbul di quelli che sono rimasti, perché attraverso la scrittura recupero pezzi di memoria culturale e sociale. E infine è la Istanbul di chi è di passaggio, perché sono stata nomade tutta la vita, e lo è anche la mia narrativa.
Nasce così una nuova Istanbul, la quinta. La Istanbul dei romanzi. La Istanbul della letteratura e dell’immaginazione.
In quest’ultima Istanbul le varie categorie si mescolano e si intrecciano di continuo. Per quanto mi riguarda, Oriente e Occidente sono categorie relazionali, che non si escludono a vicenda. I miei personali «Occidente» e «Oriente» sono definizioni in continuo mutamento. Non sono statici né fissi. Se esiste una città sulla faccia della terra dove ti rendi conto immediatamente dell’inaffidabilità di categorie come Oriente e Occidente, quella è Istanbul. A Istanbul comprendi subito, forse non razionalmente ma per intuito, che «Oriente» e «Occidente» non sono altro che concetti costruiti artificialmente, e si possono perciò de-costruire e ri-costruire.
La Istanbul dei miei romanzi è composta da vari strati. Storie su storie. A volte la paragono a una fetta di torta. Uno strato sopra l’altro. E alla base di tutto, i cimiteri dei musulmani e dei non musulmani.
Un concetto essenziale per il mio lavoro di scrittrice è quello di "soglia". È il luogo che si colloca fra "qui" e "altrove". Un luogo intermedio. Una zona che non è dentro né fuori, né Oriente né Occidente... La soglia è un posto solitario. Per necessità. Non appartiene a "noi" né a "loro." Nel mio lavoro la soglia è importante, perché per me scrivere non significa necessariamente raccontare "la mia storia" agli altri. È piuttosto il contrario, la capacità di trascendere il Sé. È un viaggio da "me" verso l’"Altro". È l’impulso ad attraversare i confini. La letteratura trova la sua ragion d’essere nel desiderio di trascendere, di superare ogni limite, sia esso nazionale, etnico, religioso o di genere. La capacità di trasformare, di essere flessibili e fluidi come l’acqua, e di oltrepassare le soglie...
Ma io vivo e scrivo in un mondo in cui le soglie non sono bene accette.
La cultura turca vede i confini con sospetto. È una tradizione radicata nella nostra psiche collettiva e che risale a molto tempo fa. Gli ottomani davano una definizione interessante della parola soglia: "il luogo dei jinn", il luogo degli spiriti. Questo la dice lunga su quanto la soglia apparisse pericolosa, sfuggente e infida ai loro occhi. Quando per esempio si entrava in un edificio, o si passava da una stanza all’altra, o anche solo si usciva di casa... si doveva prestare molta attenzione a non calpestare la soglia, e se inavvertitamente accadeva, bisognava recitare una preghiera. Le soglie erano destinate alle creature soprannaturali di Allah, mentre scegliere un lato e restarvi saldamente ancorati era proprio degli esseri umani.
Oggi in Turchia il linguaggio è polarizzato e politicizzato. Sulla base della fazione politica alla quale si appartiene, per esempio kemalista o islamista, si utilizza un assortimento di parole "vecchie" o "nuove". Il fatto che la mia scrittura mescoli parole "vecchie" e parole "nuove", e perfino espressioni sufi, ha suscitato le critiche dell’élite culturale più convenzionale. Ma io mi rifiuto di scegliere. Mi rifiuto di estirpare le parole come fossero erbacce. Mi sentirei orfana della mia stessa lingua.
Borges ha spesso sottolineato che all’origine del suo stile conciso c’era l’inglese asciutto della nonna. Per me è vero l’opposto. La lingua di mia nonna, un miscuglio di espressioni femminili, cultura orale, folklore islamico, superstizioni, soprannaturale e spiritualità, non può essere direttamente traghettata nel più cerebrale linguaggio della scrittura. In mancanza di parole adeguate le immagini si perdono per strada.
Ho scritto i miei ultimi romanzi in inglese. Passare dalla scrittura in turco a quella in inglese è stato impegnativo e doloroso. Scrivevo opponendo una resistenza istintiva alla sensazione di perdita, come se continuassi a percepire un arto amputato. Eppure, allo stesso tempo, della scrittura in inglese apprezzavo i più ampi spazi concessi ad ambiguità e flessibilità. Mi hanno largamente criticata per l’abbandono della mia lingua madre, per aver commesso una specie di tradimento culturale. Mentre i critici ultranazionalisti continuano a chiedermi «a quale letteratura appartieni adesso, a quella turca oppure a quella inglese?» io continuo a pensare che la domanda sia mal posta. Credo fermamente che a questo mondo, o almeno nel mondo della narrativa, si possa essere «sia... sia...», e non solo «oppure».
È possibile essere multiculturali, multilingue e sì, anche multireligione. Noi scrittori possiamo fare la spola fra diverse culture.
Ma il mondo non è d’accordo. Viviamo in una società sempre più divisa, in cui il numero di persone che crede allo "scontro di civiltà" tra Islam e Occidente è in continuo incremento. Prese di posizione rigide e di stampo fondamentalista in un Paese provocano il proliferare del fondamentalismo altrove. Le categorie "Oriente" e "Occidente" vengono utilizzate come se si escludessero a vicenda. Definizioni in continuo mutamento diventano statiche, eterne.
In un clima così esasperato si finisce spesso per trascurare quanto il mondo islamico sia eterogeneo e dinamico. Esistono tante versioni e pratiche dell’Islam quanti sono i Paesi, le epoche storiche, le società coinvolte.
In effetti c’è una considerevole differenza tra l’Islam essoterico, ortodosso e largamente diffuso, e le sue versioni esoteriche, mistiche ed eterodosse. Il secondo percorso è da sempre più flessibile, più individualista e più aperto alle donne. È triste rendersi conto di come nell’attuale scenario mondiale queste sottigliezze vadano perdute, e l’Islam venga considerato un unico blocco monolitico. L’incapacità di cogliere le sfumature incrementa le generalizzazioni sull’Islam, accrescendo le distanze fra "noi" e "loro", fra "Occidente" e "Islam".
Meno ne sappiamo dell’Altro, più diventa facile generalizzare. Più generalizziamo e teniamo a distanza l’Altro, più ne abbiamo paura. E oggi in Occidente c’è un notevole grado di paura nei confronti dell’Islam, come nell’Islam c’è un notevole grado di paura nei confronti dell’Occidente. I pregiudizi si generano e si nutrono vicendevolmente. In un quadro così tormentato la maggior parte delle persone non riesce a cogliere le varie sfumature all’interno del mondo islamico. Ma l’Islam non è un blocco statico e monolitico, e non lo è mai stato.
Le differenze fra le due anime fondamentali dell’Islam sono così profonde da produrre interpretazioni radicalmente diverse su alcuni temi cruciali. Prendiamo per esempio la famosa questione della jihad. Per i sufi, il termine jihad ha un solo significato: è il viaggio interiore verso il miglioramento personale, e la lotta contro il nefs - l’ego - che l’accompagna. Non ha niente a che vedere con la «lotta collettiva contro gli infedeli», non è rivolta verso l’esterno. È semmai interiore, e perciò privata e individuale.
Prendiamo per esempio Zulaikha, una delle figure femminili più controverse della storia dell’Islam. Per quanto appaia peccaminosa agli occhi dei musulmani più conservatori, godeva di tutt’altra considerazione presso i sufi, per i quali rappresentava semplicemente l’innamoramento folle e puro. Niente di più e niente di meno. Questa antica discrepanza tra l’interpretazione essoterica (zahiri) e quella esoterica (batini) del Corano è ormai praticamente sconosciuta nel mondo occidentale. Allo stesso modo, questa tradizione ermeneutica è poco nota anche ai riformisti politici, all’élite culturale modernista dei Paesi musulmani. Poiché in quell’ambito il romanzo come genere letterario è considerato veicolo dell’occidentalizzazione, non è un coincidenza che l’ombra esoterica di Zulaikha non trovi spazio nella «narrativa mediorientale» e ancor meno nella narrativa della Turchia, un Paese in cui il processo di occidentalizzazione e modernizzazione si è spinto fino ai limiti estremi, attraverso il completo e rapido distacco dal passato e la totale cancellazione del retaggio sufi.
«Seguo la religione dell’Amore, ovunque le sue carovane mi conducano» diceva Ibn Arabi. La religione dell’amore è l’opposto della «religione della paura» e della concomitante «politica della paura» generata dai fondamentalisti in Oriente e Occidente.
Da bambina ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle le due diverse visioni dell’Islam. Figlia di una madre single, per un certo periodo sono cresciuta con le mie due nonne.
A prima vista quelle due donne sembravano molto simili fra loro: entrambe turche, provenivano dallo stesso background sociale, ed erano musulmane. Ma la nonna paterna era seguace della religione della paura. Era l’aspetto Jalal di Allah, la sua maestà, ad affascinarla più di ogni altra cosa. Mi insegnò che un grande occhio paterno e celestiale mi osservava in continuazione dall’alto, pronto a prendere nota di ogni peccato che avessi commesso su questa terra. Tornavo da casa sua vagamente traumatizzata, riluttante ad andare in bagno per paura che Allah mi vedesse nuda, vergognosa del corpo che mi era stato dato.
Ma quando ero a casa dell’altra nonna, penetravo in un universo iridescente colmo di folklore e di superstizioni. La nonna materna era una vecchia signora che versava il piombo fuso per scacciare il malocchio, leggeva i fondi di caffè e mi insegnava a non calpestare le soglie dove i jinn danzavano di notte. Seguiva la religione dell’amore. Per lei Allah non era un Dio da temere, ma un Dio da amare. Lo sguardo celestiale era su di noi di continuo, su questo era d’accordo, ma di tanto in tanto la palpebra divina si abbassava impercettibilmente. Erano quelli gli attimi di libertà in cui eravamo invisibili a Dio. «Certo, le autorità religiose sono inflessibili, ed è vero che alcuni precetti sono costrittivi, ma non temere» mi diceva la nonna. «Perché loro sono i mattoni e tu sei l’acqua. Loro resteranno immobili, e tu scorrerai via.» È stata la nonna a insegnarmi tutto ciò che so sull’acqua. Amore, fede e letteratura possono essere come l’acqua: fluidi.
In fin dei conti non sono certa di essere riuscita a seguire il sentiero dell’acqua in fatto di amore e di fede, ma di certo l’acqua è il modello della mia scrittura.
Un albero con le radici rivolte in aria, una soglia che anela a confondere e a trascendere i confini, e la carovana dell’amore che ha bisogno di identificarsi con l’Altro e di comprenderlo... sono queste le metafore che alimentano la mia scrittura.
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.5 giugno






Musica di
.Giancarlo Parisi


Indicazioni bibliografiche
Tradotto da Laura Prandino
 
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