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Roma  Testo in lingua originale 
.Gregory David Roberts
Erano per Roma, quei singhiozzi sotto la luna piena; non avevo mai visto piangere un uomo per amore di una città. Seduti sul ponte di un mercantile scrostato dal sole, tenevamo d’occhio il nostro carico di contrabbando. Turchesi. Ce n’erano migliaia: ottanta chili in sacchi di plastica nera. Valentino Tedesco gettò la sigaretta incandescente nel mare di smeraldo della sera e cominciò a piangere adagio.
Eravamo in tre in quella spedizione - io, Tatif e Valentino - e ognuno di noi aveva una certa esperienza di lacrime. Esiste una forma speciale di solitudine che i fuorilegge riversano su tutto ciò che amano. Una parte di questa solitudine si genera fra le nebulose di rabbia e vergogna che colmano occhi e cuore la prima volta che le manette si serrano come artigli d’aquila intorno ai polsi. Una parte nasce in prigione, ed erompe dal cuore che rabbrividisce ogni volta che sbatte la sottile porta d’acciaio della cella. Una parte è egoistica, vile, stupida e crudele. In ognuno di noi c’era quell’amalgama di solitudine, e anche di più - o forse anche di peggio. Ma mentre la solitudine di Tatif si scioglieva in lacrime per la sua patria, l’Algeria, e io a volte singhiozzavo per le persone che avevo amato e perso, l’unica volta che vidi piangere Valentino fu per Roma, la città che per il suo cuore - il bimbo solitario che nascondeva in petto - era madre, amante e amica.
Stavamo parlando di come avremmo usato i soldi ricavati dalla spedizione: dovevamo contrabbandare gemme da Bandar Abbas a Bombay. Tatif voleva comprare un braccialetto d’oro tempestato di minuscoli smeraldi. Conosceva una bella ragazza che desiderava follemente quel braccialetto, e pensava che se glielo avesse reglato lei avrebbe potuto innamorarsi, o almeno provare qualcosa di simile all’amore. La mia parte bastava a coprire almeno sei mesi di affitto e bollette: avrei finanziato la mia versione economica della bella vita di Bombay. Tino, dopo lunga insistenza, ci confidò che la sua parte sarebbe finita in un conto in banca insieme agli altri soldi che aveva accumulato in due anni di traffici.
"Andiamo, amico" insistette Tatif "cosa te ne farai di tutti i soldi che hai messo da parte? Ormai dovresti avere ammucchiato un bel gruzzolo, no? A che ti serve?"
"Anche se te lo dicessi, non mi crederesti" rispose Tino accendendosi una sigaretta. Riparò il fiammifero nel piccolo crogiolo delle mani, e il bagliore sulfureo si rifletté negli occhi scuri, facendo apparire il nostro compare più duro e freddo di quanto fosse in realtà.
"Io ti crederei" ribattei allungando una mano per farmi dare i fiammiferi.
"Ma certo che lui ti crederebbe", protestò Tatif. "A Lin piaci molto più che a me".
"Davvero?" dissi ghignando.
"Certo. A te piacciono tutti più che a me. Comunque dai, Tino... anche se non mi fido di te quanto Lin, voglio che me lo dici lo stesso, yaar. Coraggio... perché diavolo tieni da parte tutti quei soldi?"
"Be’, ecco" attaccò Tino lanciandoci un’occhiataccia "Ho rubato del denaro, e voglio restituirlo".
Tino distolse in fretta gli occhi, ma la risata di Tatif rincorse il suo sguardo fra gli sbuffi delle onde.
"Cazzo, questa è proprio buona!" tuonò l’algerino. "È proprio uno spasso, amico!"
"No" mormorò Tino. "Non c’è niente da ridere".
"Merda!" rise Tatif rivolgendomi una smorfia "A quanto pare è una faccenda seria!"
"Perché, Tino?"
"Perché cosa?" bisbigliò Tino continuando a fissare gli arabeschi della luna sulle onde.
"Perché vuoi ridare quei soldi?"
"Allora mi credi?"
"Sì, certo. Ti credo".
Si voltò per fissarmi negli occhi. Aveva un viso quadrato, regolare, bello. Una morbida frangia di capelli castano scuri. Zigomi alti, forse troppo sporgenti. Un’ombra bluastra velava la mascella forte e volitiva anche quando era rasata da poco. Gli occhi neri mi scrutavano con un’intensità che mi toglieva il fiato. Mi resi conto che Tatif, il mio amico algerino, aveva ragione: Tino mi piaceva più di quanto piacesse a lui; il nostro era il genere di legame che s’instaura spesso tra i fuorilegge, fatto più di fiducia che di amore, e più di amore che di gioia.
"Ero..." cominciò a dire, ma s’interruppe subito, e la sua voce sfumò nella quiete che regnava sul ponte, costellato di piccoli crocchi di uomini assorti che di tanto in tanto si scambiavano qualche parola a bassa voce. "Un tempo facevo l’avvocato, lavoravo nella mia città. Anche mio padre era avvocato, e suo padre - mio nonno - era avvocato e pubblico ministero. Quando ero alle prime armi - si dice così, vero? - e ho cominciato a lavorare nel mio piccolo ufficio molti amici di mio padre mi hanno affidato i ricavi dei loro affari, fondi fiduciari e pensionistici..."
Rimase in silenzio. Il luccichio - quasi un sorriso - che gli aveva addolcito gli occhi mentre parlava vacillò e si spense. Gli occhi s’incupirono, e quell’oscurità incombente parve incurvare verso il basso la bocca incastonata nel duro contorno della mascella.
"Quanto ti sei tenuto?" chiesi dopo un po’.
"Tutto" rispose tornando a fissare le onde. "Ho ripulito tutti i conti".
"C’è stato un processo?"
"No. Mio padre..."
Valentino si lasciò sfuggire un ansito, come se avesse appena spostato su e giù per il ponte uno dei sacchi di turchesi. Corrugò il viso, che fu percorso da una serie di rapidi fremiti. Era combattuto fra il bisogno di confessare e la paura delle conseguenze causate dalle sue rivelazioni. Alla fine i lineamenti si distesero. Aveva deciso di parlare.
"Mio padre ha venduto tutto... tutto quello che aveva. Ha venduto la casa di famiglia - la casa di mia madre, gliel’aveva regalata dopo dodici anni di matrimonio - e ha chiesto prestiti a tutti i conoscenti. Ha preso soldi da parenti, amici, banche, mafia... finché è riuscito a mettere insieme la somma da restituire. Naturalmente è scoppiato uno scandalo, ma non c’è stato nessun processo".
"E tu hai tagliato la corda".
"Già".
"Perché ti servivano i soldi? Droga?"
Scosse il capo, continuando a fissare le onde che s’ingrossavano e calavano separandosi delicatamente.
"Gioco d’azzardo?"
"No".
"Una donna?"
Valentino scoppiò a ridere - una risata breve, sfinita, triste - e scosse di nuovo il capo. Poi gli occhi dell’italiano si riaccesero, e si voltò verso di me con un’espressione abbastanza simile a un sorriso.
"Sai una cosa? In casa di mio padre - o meglio, di mia madre - ci sono delle piccole piastrelle nella zona che va dalla cucina ai due bagni, fino al cortile sul retro. Era la parte della casa che preferivo".
Si fermò come per invitarmi a un commento.
"Ah, capisco", dissi per non deluderlo.
"Sono di un colore meraviglioso, quelle piastrelle. Azzurre come il cielo di Roma. Il mio colore preferito, e solo adesso ho capito perché. Queste pietre celesti..."
Si frugò in una tasca e tirò fuori un paio di grossi turchesi non lavorati.
"Le piastrelle hanno lo stesso colore delle pietre che contrabbandiamo... quasi lo stesso colore".
Fissò le pepite ancora per un istante, e le scaraventò in mare spalancando la mano. Lo stesso scatto del polso e delle dita che fanno i contadini indiani quando seminano i campi.
"Che cazzo ti salta in mente?" sbottò Tatif. "Se hai voglia di buttar via dei soldi, dalli a me!"
"Lascia perdere" mi affrettai a dire ammiccando all’algerino sempre pronto a scaldarsi. "Non c’è problema. È una specie di preghiera, capisci? Una cosa che fanno a Roma".
Mi voltai a guardare Valentino: stava piangendo. Lo osservai per un attimo. Quando gettò in mare il mozzicone incandescente vidi le lacrime che gli inondavano il viso e distolsi in fretta lo sguardo.
L’italiano sconsolato rimase in silenzio per il resto del viaggio, e nei mesi successivi non sentimmo più parlare di lui. Poi un giorno Tatif fece un salto al Leopold - buon ristorante, ottima birreria ed eccellente ufficio per i tanti che come me lavoravano nel giro dei traffici clandestini -, e mi raccontò che Tino gli aveva appena chiesto un prestito: il genere di somma che ficca un lungo spillone nel feticcio di un’amicizia occasionale.
"Che fine hanno fatto tutti i soldi che stava mettendo da parte?"
"Li ha ancora" rispose Tatif stringendosi nelle spalle... ma gliene servono di più".
"Perché proprio ora, così all’improvviso?"
"Vuole tornare a Roma. Ha in ballo un affare con quella fuori di testa di Lolina... la conosci?"
Annuii. Non la conoscevo di persona, ma ne avevo sentito parlare spesso. Quasi tutti dicevano che era una delle più belle straniere di Bombay, e probabilmente la più disonesta. Aveva ripulito molti tipi in gamba di ogni centesimo che avevano accumulato con i loro traffici. Stranamente non c’eravamo mai incontrati, anche se battevamo tutti e due la città da Colaba a Bandra. Sapevo che prima o poi l’avrei conosciuta, e più sentivo parlare di lei più pregustavo l’incontro. Per le strade la chiamavano Anaconda. Lolina l’Anaconda.
"Cosa c’è in ballo?"
"Hanno la possibilità di comprare un po’ di thailandese di prima scelta. Roba buona. La settimana scorsa ho sentito gli afghani che ne parlavano. Se la porterà addosso l’Anaconda. Non è la prima volta, e dicono che ci sappia fare. L’hanno già tagliata - Tino dice che era talmente pura che si poteva tagliare quattro volte - e hanno messo insieme quattro chili di roba. Dice che può ricavare la somma che gli serve. Tutta, in un colpo solo. Ti ricordi che durante l’ultimo viaggio dall’Iran ci ha raccontato quella storia pazzesca dei soldi che deve restituire?"
"Sì. Ma perché ti ha chiesto un prestito? Dovrebbe avere abbastanza denaro per pagarsi da solo quella roba thailandese".
"No, a quanto pare" ghignò Tatif. "E qui viene il bello della storia. Prima deve ripagare tutti i debiti dell’Anaconda, così può andare a Roma con lui. Sai quanto deve quella troietta alla banda di Pratap? Cazzo, migliaia di dollari, yaar. È in un bel casino, e quella è gente che non si fa prendere per il culo".
"Dunque, se ho ben capito Tino salda i debiti dell’Anaconda usando quasi tutti i suoi risparmi, poi si fa prestare abbastanza denaro per comprare la roba thailandese, lei gliela porta fuori dall’India, poi la vendono così lui può ripagare il suo debito".
"Più o meno" concluse Tatif ridacchiando mentre mi porgeva la mano per salutarmi. "Che razza d’idiota quel Valentino, yaar. Certo che se sei così fuori da restituire i soldi che hai rubato dopo che ci ha già pensato tuo padre, puoi anche pensare di buttarti nella bocca spalancata dell’Anaconda, na?"
"E tu che gli hai detto?"
"Vuoi scherzare? Pensi che contrabbandi pietre da Bandar Abbas, rischiando due anni in una fetida cella iraniana solo per prestare i miei soldi a un chutia come Tino? Gli ho detto di farsi passare i sensi di colpa bevendo di più e pensando di meno, come facciamo tutti".
"Dove l’hai lasciato?"
"A casa sua. Fanculo, Lin. Lascialo perdere. Ho un appuntamento con un paio di ragazze molto carine, che mi hanno promesso di smettere di fare le carine per una notte intera. Perché non vieni anche tu, yaar?"
"No. Forse più tardi".
"Okay". Si strinse nelle spalle; aveva già gli occhi lucidi al pensiero delle ragazze. "Ci vediamo dopo".
Tatif se ne andò lasciandomi solo e pensieroso. Anche se non volevo ammettere di essere in ansia, l’immagine del mio viso riflessa dagli specchi sulle pareti del locale gremito e chiassoso era assai eloquente. Pochi minuti dopo uscii anch’io dal Leopold, ma m’incamminai nella direzione opposta. Quando trovai Valentino era triste e nervoso. Sembrava reduce dal funerale di un amico. Accettò il denaro - gli diedi la somma che gli serviva aggiungendo un piccolo extra - e mi fissò negli occhi con la stessa intensità di quella sera sulla nave: la stessa intensità piena di vergogna e di speranza ardente che mi aveva fatto capire quanto mi piacesse quell’uomo. Mi strinse la mano, si girò, e non lo rividi mai più.
Due mesi dopo ricevetti una lettera di Tino al Leopold. Venne a consegnarmela l’Anaconda in persona. Mi raccontò che l’affare era andato bene e avevano fatto un sacco di soldi, ma Valentino era andato a pezzi. Suo padre non aveva voluto accettare il denaro, e quelli che aveva fregato si rifiutavano di rivolgergli la parola, non volevano più avere niente a che fare con lui.
"È scoppiato" disse Lolina in tono piatto. "In fondo non lo conoscevo. Era diverso dagli altri. Fuori di testa. Ma lo amavo, capisci? È per quello che ho deciso di aiutarlo. Ma alla fine l’amore non contava nulla. Né per lui, né per me. E un giorno sono tornata nella sua stanza - la nostra stanza - e l’ho trovato appeso davanti alla finestra aperta. Si affacciava lì tutti i giorni per guardare la sua città. E tutti i soldi erano sparsi sul pavimento, sotto i piedi penzolanti".
Feci il segnale convenuto, tre dita a W, per ordinare del whisky. Il cameriere appoggiò di fronte a noi due bicchieri e una caraffa d’acqua ghiacciata. Lolina trangugiò la sua dose in due sorsate, con una smorfia di disgusto.
"Ha lasciato un biglietto. Voleva che ti portassi questo denaro. Sono soldi tuoi, vero?"
Fece scivolare adagio - come per una sorta di riluttanza genetica - un involto di carta sul tavolo, e me lo spinse fra le mani.
"Perché hai deciso di ridarmeli? "
"Non ne ho bisogno" ringhiò rabbiosa. "Mi sono tenuta il resto dei soldi. E se proprio mi servissero verrei da te a riprendermeli".
"Come vuoi" borbottai cercando di reagire alla sfida, anche se sentivo che alla fine non l’avrei mai accettata.
"Ecco" disse tirando fuori una busta dalla borsetta, interrompendo bruscamente il nostro colloquio e ogni ulteriore speculazione sul futuro, "questa è per te. Voleva che ti consegnassi questa lettera".
Era busta una sottile, per posta aerea, e conteneva qualcosa di minuscolo e duro. Me l’infilai in tasca, e mi alzai per stringere la mano a Lolina e darle un bacio di striscio su una guancia. Mentre usciva dalla grande porta del Leopold un gruppetto di studenti universitari indiani lanciò qualche fischio d’apprezzamento. Lolina parve ignorarli, ma all’ultimo momento si ravviò i lunghi capelli neri, si voltò e fece un gran sorriso ai ragazzi, che si affrettarono a seguirla nella strada affollata.
Dopo non molto tempo - dopo qualche incubo e qualche bel sogno - mi ritrovai sul ponte dello stesso mercantile scrostato dal sole, con un altro carico di turchesi di contrabbando, ancora una volta alla luce della luna piena e in compagnia di due uomini: Tatif e un olandese irascibile e diffidente di nome Ventink. La conversazione languiva, e il chiaro di luna si mise in combutta con l’opulenza delle onde che gemevano sotto il peso del carico per ricordarmi le lacrime che Tino aveva versato per la sua città. Mi frugai in tasca e tirai fuori la busta che portavo con me dal giorno in cui l’Anaconda me l’aveva consegnata. Diedi un colpetto all’involucro e lasciai cadere due minuscole piastrelle nel palmo di una mano.
Erano azzurre. Non proprio il riarso azzurro cielo del turchese persiano, ma una sfumatura simile. Mi sembrò di vedere le piastrelle disposte in file ordinate lungo le pareti della casa che Valentino amava tanto. Mi parve di sfiorare il muro come aveva fatto il mio amico da bambino, quando camminava lungo i corridoi azzurri dal bagno alla cucina, per uscire nel cortile inondato dal fulgore solare dei giorni della sua infanzia. Poi fu di nuovo notte, in un mercantile arrugginito che puzzava di nafta e pesce guasto, e non c’erano pareti in quel mondo d’acqua, in quella distesa di onde soggiogate, tra i flutti che si alzavano e arrancavano senza posa verso una costa remota.
Gettai le piastrelle in acqua spalancando la mano, come fanno i contadini indiani quando lanciano i semi nei soffici solchi del terreno, simili a bocche spalancate. Non so se Tino voleva che ripetessi il suo gesto. Non so cosa abbia pensato durante le ultime ore trascorse su quel balcone di ferro battuto. In ogni caso quella notte c’era troppa luna in mare, e fui travolto dalla marea di un istinto atavico: gettai le piastrelle e lasciai che riposassero dove il mio amico aveva disperso le sue lacrime di turchese. Le due piccole stelle azzurre luccicarono per un istante come le monete che si lanciano dentro a una fontana per esprimere un desiderio e svanirono nel grande respiro assonnato del mare. "Che cazzo fai?" sbraitò Ventink facendo voltare verso di noi tutti gli uomini accovacciati sul ponte. "Cos’hai buttato in mare?"
Lo ignorai. Esiste un silenzio fatto quasi completamente di disprezzo, ed è uno dei silenzi più difficili da infrangere. Ventink berciò di nuovo, ma io abbandonai i miei occhi e i miei pensieri alle onde che sospiravano e si agitavano instancabili.
"Non è niente" disse Tatif dietro di me, calmo e con un tono rassicurante. "È una specie di preghiera, capisci? È una cosa che si fa a Roma".
"Roma?" sbottò Ventink. "Io sono olandese. Tu sei algerino. Lin è... Dio solo sa che cazzo è Lin, ma di sicuro non è di Roma. Di che stai parlando?"
"È una specie di tradizione" spiegò Tatif. Anche se gli davo le spalle mi conosceva abbastanza da capire che stavo sorridendo. "Siamo tutti romani, da qui in poi. In questa parte dell’oceano siamo tutti romani, capisci?"

Traduzione di Vincenzo Mingiardi
Partecipa alla serata del
.31 maggio






Musica di
.Tony Bowers


Indicazioni bibliografiche
Traduzione di Vincenzo Mingiardi
 
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