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L’estremista  Testo in lingua originale 
.Robert McLiam Wilson
Stavo per uccidermi quando squillò il telefono.

Risposi senza rendermi davvero conto di quanto fosse inopportuno.
«Giuda?».
«Sì?», dissi con una certa esitazione. Non mi era mai facile, come potete immaginare, riconoscermi in quel nome.
«È un brutto momento?», chiese dall’altra parte.
«Nient’affatto».

Cos’avreste risposto voi?
Era Eva. Era quasi sempre lei che telefonava.
«Come stai?», mi chiese.
«Bene», mentii.
Lei fece un lungo respiro.
«Non ci credo. Sono due giorni che non mi chiami. Vuol dire che c’è qualcosa sotto. È sempre così». Rimase qualche istante in silenzio.
Stavo cercando le sigarette. Si erano nascoste, quelle fetenti.
«Che cos’è oggi?», mi domandò.
Involontariamente assunsi all’improvviso un tono competente, esperto, asettico, simile alla voce di un’annunciatrice che legge le previsioni del tempo in maniera professionale ed efficiente.
«La claustrofobia è piuttosto forte. Il problema della carta di ieri sembra in un certo senso diminuito. Sono ricomparsi i piccioni. L’elettricità è sparita del tutto». Mi fermai. Lei aspettò.
«È l’acqua», dissi riluttante. «Di nuovo».
«L’acqua?».

Eva era una vecchia amica, una buona amica. Ne ero innamorato, credo. Lo ero sempre stato, credo. Ma c’era un problema. Conosceva tutti i miei problemi.

«L’acqua?», ripeté.
«Sì, l’acqua».

Sono fobico. Soffro di fobie gravi e molteplici. Soffro contemporaneamente di claustrofobia e di agorafobia. Non posso uscire e non posso stare in casa. Ovviamente ho il terrore dei ragni, ho paura di volare e mi vengono le vertigini appena salgo un po’ in alto. Ma a volte mi spaventano anche i televisori, le biciclette, o il formaggio. Ho una gamma di fobie di base permanenti e fidate, ma poi spezzo la monotonia con una serie di sporadiche visite (la carta, i fiori, gli egiziani ecc.). Rimangono circa una settimana e poi se ne vanno, rimpiazzate senza soluzione di continuità da un’altra paura transitoria.
In genere dopo un paio d’anni ritornano, come amanti nostalgiche o psicotiche.
A volte, più raramente, ci sono dei nuovi arrivi, delle novità assolute. Dopo più di trentatré anni di convivenza con me stesso, queste apparizioni improvvise non hanno perso la capacità di sorprendermi. Non rido mai, non c’è mai niente di divertente, ma la settimana che ho sofferto di una forma invalidante (nel senso letterale del termine) di paura dei miei piedi è stata spettacolare. Ho passato sette giorni a farmi sollevare e mettere sul gabinetto con i piedi chiusi dentro una cassetta della frutta imbottita di fazzolettini profumati. Fu Eva che, coi conati di vomito, faceva quelle manovre. Che senso ha avere degli amici medici se non li si sfrutta un po’?
Adesso mi chiamava, interrompendo il mio suicidio, per sentirsi dire che era l’acqua a farmela fare sotto. Era già successo un paio d’anni prima. Mi era venuta una fobia per l’acqua e non avevo bevuto nulla per quasi tre giorni finché non era arrivata Eva. Per fortuna era un’esperta di metodi di reidratazione. Un paio d’anni trascorsi a lubrificare i prosciuganti eccessi dell’ecstasy generation ogni sabato sera significava che la sapeva molto, molto lunga. Ero stato in ospedale per un paio di settimane. L’ospedale di Eva, naturalmente. Lei aveva preso le ferie due volte, una subito dopo l’altra, quell’anno. Ero innamorato di Eva, credo. Ero sempre stato innamorato di lei, credo.

«Va molto male?», mi chiese.
«Va sempre così, no?», replicai.
«Devo venire?».
«No», risposi io, come sempre.
«Tra cinque minuti sono lì», rispose lei, come sempre.
Così infilai la mia pila di aspirine in un cassetto in perfetto ordine e l’aspettai. Non mi avrebbe lasciato morire di sete. Decisi che avrei avuto pazienza e mi sarei lasciato salvare la vita. Poi, finalmente, avrei proceduto e mi sarei ucciso.

Perché, sono sicuro vi chiederete, perché volevo suicidarmi? È difficile dire perché volessi farla finita. Ero vagamente depresso, su questo non c’è dubbio, ma c’è da dire che vagamente depresso lo ero sempre stato. A volte quella vaga depressione era anche piacevole e avendola da una trentina d’anni a questa parte ormai ci avevo fatto l’abitudine. Non c’erano state nuove ragioni di disperazione che mi avessero portato a desiderare l’autodistruzione. Non potevo contare su malattie gravi, fallimenti maestosi, calvizie incipienti.
Forse era soltanto perché avevo dato fondo alla mia riserva di sogni. Non è che la vita avesse perso il suo sapore, semplicemente la mia fantasia si era prosciugata. Non mi restava più nulla da desiderare.
Ma credo che in ultima analisi mi volessi uccidere per colpa del libro.

Suonò il campanello. Ancora prima di aprire, attraverso il vetro colorato vidi Eva che si accendeva disperatamente una sigaretta, a spalle curve. Aprii la porta.
Una volta accesa, la sigaretta si illuminò di uno spettacolare bagliore rosso alla prima lunga boccata. Anche lì al buio, vidi gli occhi di Eva farsi lievemente vitrei. Fu scossa da violenti colpi di tosse.
«Ho cercato di non fumare in macchina», disse per giustificarsi di tanta urgenza.
«Ci vogliono cinque minuti da casa tua a qui».
Si riempì i polmoni una seconda volta con un’enfasi graffiante. Sembrava una persona appena passata attraverso la prima e la seconda guerra mondiale.
«Credi che non lo sappia?».
Mi guardò come se si aspettasse un elogio a tanta risolutezza, a tanto autocontrollo.
«Hai una bella cera», disse.
«Grazie».
Un sacchetto di plastica del supermercato le penzolava dalla mano non impegnata con la sigaretta. Sorprendente. Eva praticamente non mangiava, non parliamo poi di fare la spesa. Per lei i supermercati erano frutto di vecchie superstizioni. Non credeva che ci fossero prove sufficienti a convalidarne l’esistenza. I suoi occhi seguirono il mio sguardo.
Mi sorrise senza spiegare nulla. Il sorriso di Eva era un devastante sorriso luciferino. Portatore di luce in senso letterale. Avevo visto uomini abbandonare le proprie mogli di fronte a quel sorriso, altri avere un infarto, cambiare religione. Fui raggiunto in pieno petto dalla sua forza portentosa e le fui grato. Malgrado tutto, però, desideravo ancora uccidermi.
«Entra, donna che sorride», dissi.
Una volta dentro Eva si guardò intorno ansiosamente per capire in che stato fossi. Lanciai un’occhiata al tavolo in cucina. Il tubetto di aspirine quasi vuoto aveva un’aria assolutamente innocua. E poi quel genere di esame Eva lo faceva sempre, quando veniva a casa mia. C’erano a volte delle piccole cose che non le dicevo e lei, appena entrava, scopriva che la paura mi aveva fatto eliminare tutti i mobili, le lampade o le finestre. E invece l’appartamento quella sera aveva un’aria di normalità. Nevrotica, ma niente di speciale.
Io ed Eva ci scambiammo una rapida occhiata. Incoraggiata, s’infilò in cucina con il suo sacchetto pieno di zuppe in barattolo, in lattina e in busta.
Si mise ad aggirarsi per la cucina sbattendo sportelli e cassetti con aria maldestra. La seguii per accertarmi che non rompesse nulla. «Il libro come va?».
«Al solito».
«A che punto sei?».
«A pagina quattro».
«Vedrai che prendi il via», commentò.
«Sarebbe ora».
«Mi eri sembrato giù prima, quando ti ho chiamato».
Pensai con struggente desiderio al mio cassetto pieno di aspirine. «No. Dai, al solito».
Sorrise nervosamente. Il suo sorriso nervoso non scintillava come quello di saluto.
«Come stai?», le chiesi con notevole ritardo. Noi matti siamo molto egoisti.
«Sobria ma su di giri».
Volgendomi le spalle, versò qualcosa in padella.
«Cos’è quest’idea di non fumare in macchina?».
«Me l’ha suggerita Rachel».
Rachel era la sorella di Eva. Vi parlerò di lei più avanti. «Cazzo, non mi dirai che hai seguito un suggerimento di Rachel?». «Non è venuto solo da lei».
«Lo sai che finirai semplicemente per andare a piedi ovunque». «Sì, ma sarà comunque più sano».
Scoppiai a ridere.
«Lo sai Eva, sei l’unica donna che conosco che di questi tempi fumerebbe mentre cammina».
«Giuda, sono l’unica donna che conosci in assoluto».
Mi prese il viso tra le mani e mi posò un bacio sulla fronte. Guardai l’accozzaglia di utensili da cucina che aveva in mano.
«Eva, ti spiace se ti chiedo cosa stai facendo?».
«Ho messo su un po’ di zuppa. Spero che non ti dispiaccia, Giuda. Sto morendo di fame. Non ho mangiato niente stasera».
A quel punto avrebbe potuto crearsi un po’ di tensione. La sua finta nonchalance era ben poco credibile. Lo stratagemma lampante nella sua ovvietà. La fissai. Ma Eva non fece una piega. Splendido.
«Te ne va un po’?», mi domandò mentre riempiva due piatti.
La mia voce lasciava trasparire una disubbidiente renitenza quando risposi: «Con piacere, grazie».
Aveva chiaramente in mente di farmi ingurgitare qualcosa di sufficientemente fluido in cui la componente idrica fosse mascherata. Il caffè sarebbe stata la scelta più ovvia se nella primavera del 1995 non avessi avuto per tre settimane una fobia anche per quello. Lo stesso valeva per i pomodori e con la frutta continuavo ad avere problemi.
Così mi accinsi a mandare giù un po’ di zuppa, insieme a Eva che, per farmi compagnia, rischiava di vomitare. Aveva chiaramente già mangiato e anche abbondantemente per i suoi standard. Aveva capito che dentro di me mi stavo godendo il suo disagio e lo prese come un segnale incoraggiante. Chiacchierammo del più e del meno mentre ci occupavamo, ognuno a modo suo, del piatto che avevamo davanti. Eva si lamentò ancora di sua sorella.
Era una storia lunga. Avremo modo di parlarne più avanti.
Eva proseguì per un po’ sulla strada delle rimostranze. Sapevo che immaginava che così mi avrebbe distratto: la sua indignazione aveva un’eco vuota, la sua esasperazione un tono farsesco. Ma aveva ragione. Sentivo infatti in modo evidente appianarsi le rughe pre-suicidio sul mio viso mentre lei continuava a inveire.
Dopo un po’ smisi di ascoltare le sue parole e mi limitai a seguire il ronzio della sua voce, quegli strani suoni che accompagnano l’amicizia.

Quando Eva se ne andò, mi dedicai di nuovo al mio suicidio.

Detto tra noi, sono ancora vivo. Sono certo che l’avevate capito. Non mi sono ucciso. Non sono morto. Chi pensate che stia scrivendo questa storia?

Dopo dodici compresse, mi resi conto che così mi ci sarebbe voluta tutta la notte. Ne avevo duecento di quelle benedette aspirine.

Detestavo fare lo scrittore. Voglio dire, cazzo, che ragione per uccidersi! Certo, il nuovo libro non procedeva bene. Del resto nessun mio libro sino a quel momento era andato bene. Certo, il nuovo era una schifezza. Erano tutti delle schifezze. Di solito è un pensiero che supero con il brillante stratagemma di fregarmene. La gente crede che gli scrittori se ne vadano in giro pensando per tutto il tempo che sono degli scrittori. Io no. Io penso al sesso, ai soldi e alle partite di calcio come tutto il resto del mondo.
Quando i miei libri non avevano buone recensioni o vendevano poco, la gente cercava di trattarmi con delicatezza. Non riuscivo mai a far capire a nessuno quanto poco me ne importasse. Pensavo a quanto costava comperare una casa o alle annunciatrici della tivù locale. Erano espedienti perfetti.
Non ero diventato scrittore per dare voce a un bisogno profondo della mia animuccia. Non avevo nessuna grande visione del mondo che sentivo di dover condividere. Non ero Tolstoj (bastardo!). Non ero James Joyce (irlandese del cazzo!). Ero diventato scrittore soltanto per alzarmi tardi e guardare la televisione tutto il giorno.
Ma questo libro mi aveva annientato. S’intitolava Il cittadino gonfiabile. Ogni volta che provavo a buttare giù qualcosa, mi sembrava che da un momento all’altro sarebbe arrivata la polizia ad arrestarmi perché è illegale scrivere simile robaccia. Avevo scritto tredici diversi capitoli iniziali. Li avevo buttati via tutti, deportati e spediti nella camera a gas. Ultimamente quando leggevo le pagine desolanti che avevo scritto, mi sentivo avvizzire le budella dalla vergogna.
Sentivo che non ce l’avrei mai fatta a scriverlo. L’idea era superficiale, i personaggi legnosi, i dialoghi ridicoli, lo stile autistico e privo di qualsiasi forza espressiva. Moralmente pigro, emotivamente debole, intellettualmente penoso, non poteva che venir fuori un libro pessimo. Del resto nulla di tutto ciò avrebbe avuto alcuna importanza se almeno fossi riuscito a finire quel dannato libro. Non me ne sarebbe fregato niente di pubblicare un romanzo talmente brutto che la gente sarebbe venuta a tirarmi i sassi contro le finestre, mi avrebbe aggredito se mi incontrava per strada. Almeno l’avrei finito. Sarebbe già stato molto. Moltissimo. Era quella la cosa più deprimente di quel libro. Malgrado fosse orrendo, non riuscivo neanche a finirlo. Ormai non avevo neanche più la forza né la capacità di scrivere male. Anche un insuccesso era ormai fuori della mia portata. Detestavo essere uno scrittore.
Anche se, in fin dei conti, è sempre meglio che avere un vero lavoro, pensai mentre prendevo la mia ventitreesima aspirina. Non era comunque una ragione sufficiente per uccidersi. La misi sotto i denti come se fosse una gomma da masticare. Velenosa.

Alla ventottesima compressa suonò il telefono. Che rottura, pensai. Sembrava di essere in un romanzo. La cosa si stava facendo ridicola. Mentre guardavo incerto la ventinovesima, il telefono continuò a suonare, o meglio a cinguettare e trillare in quel suo modo che fa tanto ventunesimo secolo.
Risposi.
«Giuda?».
«Eva».
«Hai la voce un po’ impastata», disse. «Dormivi?».
«No. Stavo prendendomi un’overdose di analgesici».
Lei rise e poi starnutì sonoramente.
«Hai lasciato il buon vecchio Tolstoj in bagno, quando te ne sei andata», dissi malignamente.
«Non era Tolstoj, era Dostoevskij».
«In questi giorni sono troppo stanco per distinguerli».
«In questo periodo non si riesce a comprare un grammo di Tolstoj in città e Dostoevskij non costa niente».
«Davvero?».
«Già».
Erano i nostri eufemismi telefonici privati (e quanto mai seccanti) per le droghe di Eva. Tolstoj era la coca e Dostoevskij lo speed. Gogol le anfetamine e Pushkin l’eroina. (Come quasi tutti, bene o male, Eva cercava di evitare Turgenev). Mi aveva detto una volta di aver trovato un ottimo Lermontov. Mi dimenticai di chiederle com’era andata quando la rividi, dopo di che sono sempre stato troppo imbarazzato, o intimorito, per farlo.
«Che bello», commentai.
«Ne prendo meno adesso».
«Se lo dici tu».
«C’era una cosa su di te sul giornale oggi. L’hai vista?».
«No».
«Compri ancora quello che leggo io?».
«Sì».
«Da quanto tempo non lo apri più?».
«Quattro anni e mezzo».
«Ma te lo fai consegnare a casa ogni giorno».
«La domenica devo uscire a comprarlo».
«Ma non lo leggi mai».
«Mai».
Ci fu una pausa priva d’allegria.
«Ne abbiamo già parlato, vero?».
«Eva, tesoro, sei una tossica di merda. Non metterti a darmi consigli».
«Be’, dagli un’occhiata».
«È nel bidone».
«Tiralo fuori. C’è una foto che ti piacerà. Insisto perché tu gli dia un’occhiata. Ti ho chiamato apposta. Insisto».
«Va bene, okay».
«Ehi, Giuda, senti».
«Sì?».
«Poi puoi riprendere a suicidarti».

Non c’era neanche da discutere. Avrei fatto quello che mi chiedeva. Sapevo che stavo per morire, che la mia vita (l’unica che avessi mai avuto) era ormai giunta alla fine. Sembrava assurdo privare quel momento della sua drammaticità infilando il naso in un bidone della spazzatura in cerca di un giornale che non avevo neanche aperto. E non lo facevo per rinviare l’inevitabile. L’inevitabile era già arrivato. L’inevitabile si era già tolto la giacca e si stava arrotolando le maniche della camicia. Trangugiai un’altra compressa mentre mi dirigevo verso il bidone, giusto per dimostrare a me stesso che non avevo interrotto quello che stavo facendo. Mi stava salendo la nausea.
Non posso dire che in quel senso il bidone mi fu d’aiuto. Be’, a dirla tutta, non è vero. Fu di grande aiuto, mi diede una bella mano, contribuì enormemente. Malgrado i conati di vomito, frugai tra bucce di banana e torsoli di mela (ironia della sorte un paio di mesi prima di decidere di uccidermi avevo voltato pagina riguardo alla frutta). Rovistai tra grumi di salsa, flaccidi filamenti di pasta e mozziconi di sigaretta.
Trovai il giornale a mollo in un mucchio inumidito di posta indesiderata e di pagine del primo capitolo accartocciate. Lo tirai fuori in fretta, preso da un impellente desiderio di vomitare. Chiusi gli occhi, mi chinai sulla spazzatura. Il conato era passato. Riaprii gli occhi e vidi quelle pagine giacere con aria colpevole ed esausta sul fondo del bidone. Mi dispiacque non avere vomitato.

Ritornai a sedermi a tavola e sfogliai, o meglio sguazzai, in fretta attraverso le pagine del giornale. Non trovai niente su di me. Non ero molto famoso ed erano quattro anni che non pubblicavo più nulla perciò non era poi troppo strano. Non c’era nessuna mia foto. Buttai giù un’altra compressa. Era ormai parecchio tardi, cosa alquanto spiacevole. Non volevo assolutamente essere ancora vivo all’alba. Nutro una netta predilezione per il suicidio notturno. Sono tanto superficiale che ogni nuovo giorno è sufficiente a rallegrarmi. Non ero certo che ce l’avrei fatta ad andare fino in fondo se fuori c’era il sole. Nondimeno ripresi a sfogliare il giornale dall’inizio. Le immagini mi fissavano con aria indifferente mentre continuavo a ingollare compresse, col respiro ormai corto. (Che menzogna, dovevano essere degli antidolorifici, e invece quanto dolore erano incapaci di far scomparire). Ignorai la pubblicità e mi concentrai sulle fotografie. Un uomo politico che mostrava la dentatura a un branco di perdigiorno. Un reattore della Marina americana a pochi metri dal ponte di una portaerei. Una rockstar nascosta dietro un paio di occhiali da sole che usciva in fretta da un tribunale. Una cassetta di legno piena di pesce. Una bella ragazza in treno. Un presidente russo. Un gruppo di soldati cinesi. Un’attrice dall’aria sognante. Un cane che abbaiava. Una scrivania. Una strada.
Niente che avesse a che fare con me, mentre la mia nausea si stava facendo sempre più incalzante. Presi un’altra compressa. Avevo perso il conto, ma dovevo essere ormai a quota quaranta. Non mi restava più molto da vivere.
Non vedevo l’ora di perdere conoscenza e farla finita con questa storia, di morire e basta, ma il mistero della fotografia che avrebbe dovuto piacermi mi aveva fatto perdere la testa. Svuotai il tubetto in bocca e masticai. Il giornale era così bagnato che si era appiccicato al piano del tavolo e ormai si intravedevano le venature del legno attraverso la pagina degli annunci mortuari. Una rockstar accusata di detenzione di droga e una ragazza su un treno che leggeva un libro. Guardai meglio. Scoppiai a ridere fragorosamente, riversando sul tavolo, accanto al giornale, pezzetti di compresse e aspirine mezzo masticate. Andai al lavandino e sputai quello che mi era rimasto in bocca. Che bello, pensai. Mi sciacquai la bocca sotto il rubinetto. Sì, davvero bello.
Guardai di nuovo la foto. L’immagine della ragazza seduta in treno accompagnava un articolo sull’inefficienza delle ferrovie privatizzate. Non era stata una buona scelta. La ragazza aveva un’aria tranquilla e contenta mentre leggeva comodamente il suo libro. Era troppo carina per il taglio critico dell’articolo. La foto di una bella ragazza che legge un libro su un treno in una giornata di sole era troppo allegra, troppo positiva. E lei era davvero troppo carina.
Ma quello che mi aveva fatto scoppiare a ridere, che mi aveva fatto seminare aspirine ovunque era il fatto che quella bella ragazza sul treno in una giornata di sole stava leggendo un mio libro.
Provate un po’ a immaginare, cazzo!
Era l’ultimo pubblicato. Quello che aveva avuto più successo, il più accessibile, quello che a qualcuno era anche piaciuto (poveri deficienti). A me non era piaciuto, ma del resto io non l’avevo letto. Scoppiai di nuovo a ridere.
Eva aveva ragione. Mi aveva tirato su il morale. Aveva provocato dentro di me di un’ondata di vanità tanto prevedibile da rischiare quasi di essere deprimente. Sentivo un nuovo, esaltante calore pervadermi le braccia e le gambe. Ero diventato trasparente, leggero come una piuma. Guardai il viso di quella ragazza. Stava leggendo il mio libro. Ne ammirai l’evidente intelligenza, sensibilità e acume (e lo faccio anche con intere nazioni!). E non era carina. Di più. Era proprio bella.
In quel momento sentii il sapore del vomito in fondo alla gola e un guizzo di panico alla bocca dello stomaco. Le conseguenze chimiche della mia overdose di aspirina erano esplose in simultanea con il mio improvviso cambiamento d’umore. Non volevo morire. Non volevo più morire, per nulla al mondo.
Corsi in bagno in preda a isterici conati di vomito. Cominciò a venirmi su della roba molto prima che riuscissi a raggiungere la tazza del water. Saltai i primi sbocchi torrenziali come un cowboy bilioso, guardando sbalordito le compresse che mi uscivano di bocca quasi intere. La prima ondata mi lasciò ansante come un cane bastonato. Il mio stomaco ebbe un nuovo sussulto improvviso e ricominciai. Questa volta venne fuori una sostanza più vischiosa, l’aspirina si stava ormai dissolvendo.
Dopo quegli ultimi sforzi, mi ritrovai lungo disteso sul pavimento del bagno a sputacchiare allegramente di qua e di là senza preoccuparmi di tirarmi su.
Sentite, mi dispiace. Nei miei libri si vomita sempre troppo. Non so dirvi perché. Ma cosa potevo fare? Cosa posso dirvi? Provate a mandar giù cinquanta aspirine e comportarvi come Wittgestein, cazzo.
Passarono un paio di minuti di tranquillità. Il sommesso ronzio metallico che abitava il silenzio del bagno era interrotto soltanto dal mio ansimare e dalla quasi percepibile insurrezione scoppiata nel mio stomaco.
Dovevo averne ingurgitate quaranta o cinquanta di quelle maledette compresse. Per quanto ne avessi rigettato una quantità esorbitante, me ne dovevano essere rimaste dentro senza dubbio ancora abbastanza per ammazzarmi. In preda al panico, mi infilai due dita in gola e ripartii. (Rilassatevi, è tutto a posto, come vi ho detto, come avrete già indovinato, sono ancora qui, sono ancora vivo).
Un paio di minuti dopo non c’era rimasto più nulla.
Disteso come un naufrago sulla superficie lucida del bagno con la testa circonfusa da quella soffice massa umida, ero alquanto pentito. I crampi allo stomaco e il martello pneumatico in testa mi fecero desiderare un’aspirina.
Così vi infilai la mano dentro, trovai due compresse meno disciolte delle altre che nuotavano nel vomito e mi presi un paio di aspirine.
Partecipa alla serata del
.31 maggio






Musica di
.Tony Bowers


 
 
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