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Oltre in confine  Testo in lingua originale 
.Catherine Dunne
C’era un libro di racconti che da piccola mi piaceva molto.
Mi pare ancora di vedere la copertina, affollata di coloratissime immagini di divinità maschili e femminili e di tutti i supereroi dell’antichità. Da Artemide a Zeus, da Giasone a Paride a Elena di Troia, i miti e le leggende greche e romane catturavano la mia fantasia. Non ne avevo mai abbastanza di storie su fato e mutamenti, caos e trasformazione, amore contrastato e dolorosi tradimenti. Imparare a leggere quei racconti da sola fu il mio primo Rubicone personale: il mio iniziale, infantile punto di non ritorno. Attraversare quel fiume significava che nulla poteva più essere come prima. Perché la lettura è, in se stessa, un atto di trasformazione, una potente metafora del viaggio e dell’avventura, dell’oltrepassare confini e trascendere limiti. A tale centralità del viaggio, comunque vogliamo definirlo, rese omaggio proprio quello che è considerato il maggior poeta latino, Virgilio, nell’Eneide. "Lo scender ne l'Averno è cosa agevole / ché notte e dì ne sta l'entrata aperta; / ma tornar poscia a riveder le stelle, / qui la fatica e qui l'opra consiste": anche la fatica di scrivere, si potrebbe aggiungere, poiché i nostri viaggi fisici e spirituali, viaggi dall’oscurità alla luce, dal bene al male e ritorno, sono tutti materia del narrare, acqua per il mulino dello scrittore da tempo immemorabile. E in un altro cruciale viaggio letterario, quello della Commedia di Dante attraverso i tre regni dell’aldilà, Virgilio diventa la guida per attraversare l’Inferno e il Purgatorio, mentre Beatrice, la donna ideale, è la guida per il Paradiso. Tutti questi percorsi sono viaggi alla ricerca della conoscenza: conoscenza di sé, dell’altro, dei mondi in cui abitiamo.
Un rapido viaggio nel tempo, invece, mi conduce a ricordare un’epica più moderna: quella dello splendido Danubio di Claudio Magris, in cui un percorso di scoperta geografica di quel maestoso corso d’acqua diventa viaggio dentro la storia, la filosofia, la società e, infine, dentro se stessi. Secondo la saggezza orientale il più profondo di tutti i nostri viaggi, il più lungo e il più arduo, è quello interiore. E per quel viaggio, come per tanti altri, i libri sono i compagni più fedeli e tolleranti.
Ricordo di essere rimasta sorpresa nello scoprire, verso la fine dell’infanzia, che altre persone consideravano la lettura e la scrittura attività separate. Ma come si poteva fare l’una senza l’altra, mi chiedevo io. E se naturalmente accetto che ci siano molti lettori che non scrivono mai, che non anelano a scrivere - ma una parte di me si chiede se poi sia proprio vero - non riesco a concepire uno scrittore che non sia stato prima un lettore. Dicendo "lettore" mi riferisco a quell’avida, appassionata relazione con racconti e poesie, con ogni forma della parola scritta: il tipo di letture che tanti di noi hanno fatto da giovani, prima di imparare (o prima che ci insegnassero) a distinguere tra ciò che "valeva la pena" di leggere oppure no. Quel genere di fervore che all’ora di pranzo mi faceva correre a casa da scuola, riempire la cartella del necessario per le lezioni del pomeriggio e poi montare su per le scale a passare il quarto d’ora che mi restava immersa in un libro.
La mia camera era piccolissima. Avevo due fratelli maggiori che dividevano la stanza da letto più grande sul davanti della casa, mentre i miei genitori dormivano sul retro. A me avevano assegnato quello che si chiamava "lo stanzino", uno spazio accogliente e compatto che conteneva un letto singolo, un armadio e praticamente nient’altro. Aveva delle mensole sopra il letto, ma certo non poteva vantare niente di superfluo come una sedia. Ma io mi inginocchiavo senza problemi sul tappetino, con i gomiti appoggiati al materasso e il libro del momento spalancato davanti a me sul copriletto. Ogni volta che torno a visitare quella stanza, rimango stupefatta da quanto fosse minuscola e strettamente funzionale. Eppure, nei miei ricordi, è quel luogo sicuro e costante dove poteva esistere tutto un altro universo, un universo che non trovava difficoltà nel conciliare i "big bang" della psiche con i ristretti spazi suburbani. Il mondo della mia immaginazione in quella stanza esplodeva e si riformava, espandendosi e sviluppandosi con ogni nuova scoperta letteraria della mia adolescenza. Tra quelle quattro mura, i limiti svanivano, gli universi si scontravano e si fondevano l’uno nell’altro, e la vita, più della finzione, sembrava l’arte del possibile.
Ricordo di aver divorato tutti i libri di ?Cechov e Ibsen della biblioteca locale durante l’estate dei miei tredici anni. Avevo sentito quei nomi da qualche parte e mi piaceva il senso di lontananza, di diversità, di esotismo che portavano con sé. Inoltre i volumi erano tutti nuovissimi, con il dorso ancora intatto, le pagine esalanti quell’odore di libro nuovo che è erotico quanto un profumo. Non intendo assolutamente vantarmi di aver capito tutto quello che lessi quell’estate, ma non era così importante. Mi ci sono voluti molti anni per rendermi conto che la comprensione intellettuale è una parte - e solo una parte - della lettura. C’è anche la reazione immaginativa, creativa alla parola scritta, in cui qualcosa dentro di noi raggiunge una consapevolezza e dice: "Aspetta... non sono sicurissimo di cosa ciò voglia dire, ma so che è importante e lo so senza sapere di saperlo".
Quella prima estate della mia adolescenza fu lunga e piovosa, com’è caratteristico dell’estate in Irlanda. Spesso la gente si chiede come mai l’Irlanda abbia prodotto e continui a produrre un numero talmente sproporzionato di scrittori. Sono state avanzate molte spiegazioni che attingono abbondantemente alla psicologia, alle oppressioni del colonialismo, ai traumi della grande carestia e al nostro stato di isola remota. Mi è concesso di suggerire che c’entri un po’ anche il clima? Il sole ci spinge fuori, verso attività sociali, spesso mettendo in primo piano l’aspetto corporeo della nostra identità. L’inesorabilità di cieli grigi e spiagge umide, invece, suscita una reazione del tutto diversa: un desiderio di fuga nella luce dell’immaginazione. Sto scherzando, ma sino a un certo punto: l’introspezione e la solitudine sono elementi necessari per scrivere, entrambi annaffiati e nutriti dal clima irlandese. Magari l’Unione Europea potrebbe darci un’apposita sovvenzione. "Aiutiamoli a crescere: pianta qui uno scrittore. Un’iniziativa Ireland Inc., con il sostegno di Chiesa, Stato e Banche associate". Una cosa così.
Quest’idea di fuga, comunque, continua a essere una parte importante della funzione della letteratura. Qui voglio fare una distinzione tra "fuga" e "evasione". "Evasione" suggerisce il sottrarsi con la fantasia - questo soltanto - a una realtà di insoddisfacente. E in ciò, di per sé, non c’è niente di male. La "fuga", d’altro canto, è un’attività molto più positiva. È assai più di un semplice sottrarsi o evitare qualcosa: è una vera e propria liberazione, il superamento dei limiti che restringono l’immaginazione, che condizionano lo sviluppo della creatività. Susan Sontag scrive di questo genere di fuga in una raccolta di saggi pubblicata, postuma, il mese scorso.(1) E dice: "Quel che mi salvò quand’ero bambina in Arizona...(fu) leggere libri. Avere accesso alla letteratura, alla letteratura mondiale, era fuggire dalla prigione della vanità nazionale, dell’ipocrisia, del provincialismo ostinato, della scuola inutile, dei destini imperfetti e della sfortuna".
Una dichiarazione impegnativa. Eppure credo che la maggior parte dei lettori istintivamente possano capirla, e la maggior parte degli scrittori condividerla. E se è questo che vogliamo rivendicare per i libri, la letteratura e il loro effetto su di noi come lettori, allora come possiamo descrivere il processo che li crea? Di cos’è fatta la scrittura? Quali sono le sue libertà e i suoi limiti?
Una volta tenni un discorso per un gruppo di aspiranti narratori. Provai a dar loro un’idea della follia della vita di uno scrittore. Definii solitaria la sua esistenza, però dissi che naturalmente l’arte di scrivere in sé è facile...
...Basta che ti siedi - e qui cito il narratore irlandese Joseph O’Connor che a sua volta cita qualcun altro, ma Joe lo diceva con un tale compassato umorismo che mi diverto solo a ricordarlo: basta che ti siedi in silenzio davanti al foglio bianco finché "ti si formano delle gocce di sangue sulla fronte". E rimani lì a conversare con personaggi che non esistono, che non hanno un passato, hanno un presente solo immaginato e un futuro inesistente se non per le possibilità che lo scrittore decida di far intravedere oltre la copertina del romanzo. Eppure, eppure. Scrivere fiction - ma per la verità anche non-fiction - è lavoro, lavoro dell’anima, dello spirito, di quella parte invisibile della persona in cui la scintilla della creatività risiede e accende un fuoco, per quanto piccolo, capace di illuminare un dettaglio di ciò che è l’essere umani, imperfetti e sempre in difficoltà. Susan Sontag sottolinea che impegnarsi nel lavoro creativo della scrittura è importante perché: "Gli scrittori... sono emblemi della persistenza (e della necessità) della visione individuale".
Io credo che questa "visione individuale" a cui allude diventi parte in seguito della comprensione collettiva di chi e di che cosa siamo. Perché scrivere, al suo meglio, è, più di qualsiasi altra cosa, un atto di empatia dell’immaginazione. In che altro modo lo scrittore può colmare la distanza tra l’immaginazione e l’esperienza vissuta degli altri? Per saltare da quel precipizio creativo, per osare attraversare i confini tra ciò che sappiamo e ciò che sentiamo poter essere vero, gli scrittori devono fare un atto d’empatia - e di fede.
A volte, il consiglio che si dà ai giovani scrittori in difficoltà (diversi in questo dai vecchi scrittori in difficoltà) è di "scrivere di ciò che si conosce". Be’, è vero e non è vero, se si identifica la conoscenza con l’esperienza personale. In questo caso, come farebbe lo scrittore a descrivere, per esempio, l’esperienza del morire? O la realtà quotidianamente vissuta, catturata in modo magnifico da Gillian Slovo in The Ice Road, di gente normale travolta dalla rivoluzione russa? Senza empatia, come avrebbe fatto Margaret Atwood a creare il gelo di universi distopici in Il racconto dell’ancella o L’ultimo degli uomini? Gli scrittori ci riescono, perché per scrivere bisogna conoscere, certo: ma quello che dobbiamo conoscere sono le emozioni umane. In altre parole, vivere dentro di noi una possibilità e trasformare quell’esperienza emotiva in narrazione. Essere empatici.
In uno splendido saggio intitolato "La letteratura è libertà"(2), Susan Sontag riflette su questa necessaria qualità dell’empatia: "La letteratura può dirci com’è il mondo... La letteratura può allenare, esercitare la nostra capacità di piangere per coloro che non sono noi o dei nostri. Chi saremmo se non fossimo in grado di dimenticare noi stessi, almeno per un po’? Chi saremmo se non potessimo apprendere, perdonare, diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo?"

Qualche tempo fa sono stata a Newgrange. Anteriori alle piramidi, questi luoghi di sepoltura dell’antica Irlanda parlavano chiaramente di altri regni, altre identità, altri sogni. In quell’occasione non feci l’esperienza del solstizio d’inverno, ma invece presi parte a una convincente riproduzione dell’evento. Un solstizio d’inverno fittizio, se volete, nel quale un normale pomeriggio estivo fu trasformato in quel momento sospeso tra buio e luce, tra la paura della morte e la possibilità della vita, tra la fine dell’inverno e la speranza della primavera. Il tutto era reso molto efficacemente tramite luci nascoste che illuminavano la tomba a corridoio, e i presenti caddero in un rispettoso silenzio mentre contemplavamo ciò che i nostri antenati dovevano aver visto e onorato, con la testa china e gli occhi bassi. Certo non sarebbe stato possibile per noi trovarci lì migliaia di anni fa e insieme essere lì nel presente.
Ma la sensazione era quella.
A me parve una felice metafora della narrativa, del creare storie: quell’atto in cui lo scrittore prende una verità, la trasforma, la illumina con una visione individuale, personale... e porta il lettore con sé.
Doris Lessing una volta disse di appartenere "alla nobile e antica tribù dei cantastorie". Anche Sontag parla di questo, dell’importanza del narrare, della "profonda conoscenza" contenuta in storie e miti. I veri scrittori, ci dice, "...narrano storie. Raccontano. Evocano la nostra umanità comune in racconti con i quali possiamo identificarci, sebbene quelle vite possano essere tanto remote dalle nostre. Stimolano la nostra immaginazione. Le storie che essi narrano ampliano e complicano - e, pertanto, migliorano - i nostri istinti di solidarietà. Educano la nostra capacità di giudizio morale".
Materia inebriante. Evocare, stimolare, migliorare, ampliare e complicare la presentazione delle nostre condizioni di vita... Qual è il ruolo dell’ispirazione in tutto questo? La scrittura, secondo lo scrittore di racconti Frank O’Connor, è "per il novanta per cento traspirazione e per il dieci per cento ispirazione", che mi è sempre sembrata un’analisi piuttosto generosa. Il dieci per cento? Così tanto? L’ispirazione può arrivare sotto diverse forme. Per alcuni, come Jake Arnott, per esempio, l’ispirazione per la parola scritta viene da un elemento visivo: nel suo caso, da una fotografia di sua nonna che faceva la ballerina a Parigi negli anni ’20. Analogamente accade per Melissa Bank, che vede l’immagine di un rinoceronte bendato come metafora della lotta, "la possibilità di salvezza, la fede cieca che la scrittura richiede". Per Jonathan Franzen, la sua sedia da ufficio che scricchiola "orribilmente e irrimediabilmente" è l’ispirazione per mettersi all’opera, mentre Jane Smiley ricorre a docce e bagni d’acqua calda quando le capita di soffrire del blocco dello scrittore. "Ho sempre fatto uso", dichiara,"dello stesso rimedio: l’acqua. Vasca, idromassaggio o doccia, non fallisce mai".(3)
Il romanzo di Smiley A Thousand Acres [trad. it. La casa delle tre sorelle], vincitore del premio Pulitzer, riecheggia in me da più di un decennio. Se abbiamo bisogno di un esempio delle profonde verità nascoste in miti e racconti, ecco un romanzo adatto. L’autrice prende la storia di re Lear, quel "vecchio svanito e molto sciocco", e la reinventa, la ristruttura, la riambienta nell’America del presente. Non abbiamo più un re anziano, vanesio ed egocentrico che divide il suo antico regno, obbligando le figlie a dire chi tra loro lo ama di più. Invece, la storia di Smiley si svolge tra i "mille acri" del titolo: terra preziosa per l’agricoltura, che il proprietario si accinge a dividere fra le sue tre figlie. E le divisioni accadono su diversi piani: emergono conflitti, si scatenano gelosie. La storia di Shakespeare - e la storia, senza dubbio, di un altro scrittore prima di lui, e di uno ancora precedente - acquista una nuova veste e fa il suo ingresso nel mondo moderno. Illustra fino a che punto possano spingersi le persone se motivate da avidità, invidia o avarizia, e rende tutto ciò comprensibile, inevitabile, quasi - o almeno così appare, grazie alla straordinaria prova d’empatia dell’autrice. Come i confini e i limiti della terra dov’è ambientato il romanzo, la struttura di questa storia - inizio, sviluppo, finale - lascia nel lettore un soddisfacente senso di completezza, quasi di sicurezza nel comprendere l’ordine delle cose: "Un romanzo è un mondo con dei confini. Perché ci siano completezza, unità, coerenza, devono esserci dei confini". È ancora Sontag ad asserire l’importanza del "senso di completezza" dato dal romanzo, dell’"intensità percepita" della storia. Quando arriva alla fine, il lettore deve conquistare quella "posizione fissa", prosegue Sontag, da cui può vedere "come elementi inizialmente disparati alla fine si appartengano". Le storie devono avere una fine, insiste Susan Sontag. E il lettore deve sentire che il finale porti "completezza" e dia un senso di "chiusura".
Un attimo fa ho accennato alla follia della vita dello scrittore. Non è questa una prova sufficiente di come l’immaginazione creativa scivoli senza fatica da una dimensione all’altra? Dall’ambito visivo - ballerine, rinoceronti bendati - a quello tattile dell’acqua di bagni e docce, a quello acustico: lo scricchiolio di una sedia. Ciò dimostra forse come i mondi di "senso" e "non-senso", del vedere e del credere, del "reale" e del "non reale" non abbiano veri limiti, valichi di frontiera stabiliti: almeno non per lo scrittore e, suggerisco io, per il pittore, il compositore, lo scultore, il ballerino. Yeats una volta scrisse dell’impossibilità di distinguere "il ballerino dal ballo". Penso di sapere cosa intendesse dire.
Il novanta per cento di "traspirazione" di cui parla Frank O’Connor è in qualche modo visibile nel prodotto della scrittura. Possiamo vederlo, sentirlo, come una macchia sulla pagina o l’eco di un tambureggiare lontano. La messa a punto delle frasi, l’autenticità della voce, il ritmo della narrazione. Queste cose almeno siamo in grado di distinguerle, o in loro presenza o - forse anche più spesso - per la loro assenza. Continuare a praticare il mestiere di scrivere significa disciplina, ricerca, significa forzare i limiti di ciò che abbiamo già fatto. Forse anche fallire e fallire di nuovo, come pensava Beckett. Ma per lo meno, ci dice severamente, ogni volta "fallire meglio". Anche Susan Sontag ha qualcosa da dire su questo mestiere, e sulla sua relazione con la verità. La chiarezza con cui scrive, l’empatia di cui è capace, l’integrità della sua visione individuale rendono la sua recente scomparsa una perdita ancora più grande: "Ci inquietiamo per le parole, noi scrittori. Le parole sono importanti. Le parole indicano. Sono frecce. Frecce piantate nel pellame grezzo della realtà". Coloro che scrivono, continua, devono: "amare le parole, struggersi sulle frasi. E dedicare attenzione al mondo".
E che mondo, quello a cui dobbiamo dedicare attenzione. Un mondo privo di tutte le certezze che la generazione precedente sembrava dare per scontate, sebbene forse anche questa sia un’illusione. Il mondo è sempre stato spezzato - il Sudafrica, l’Irlanda del Nord, la Palestina e il mondo dopo l’11 settembre sono alcune delle nostre linee di faglia. Vecchi conflitti, nuovi conflitti, conflitti percepiti solo di recente. La verità diventa una vittima ovunque mentre le parole cambiano senso, mentre il mondo si riduce per tanti aspetti a tante versioni di "noi" e "loro". Ecco perché abbiamo bisogno di romanzi e racconti che ci aiutino a trarre un ordine dal caos - che ci diano attraverso la lettura e la scrittura quel "tipo di libertà", come la chiama Sontag, che "la vita ostinatamente ci nega: quella di giungere a un punto fermo che non sia la morte".
Concluderò con le parole di una scrittrice americana, Edith Wharton. Sebbene appartengano a un altro tempo e un altro luogo, a una vita molto diversa dalla mia, anche queste parole hanno per me una risonanza speciale e sono diventate la mia personale metafora della gioia di scrivere, del senso di quiete interiore che viene dall’affrontare la fiamma della creatività.
Nel suo racconto "La pienezza della vita", Wharton scrisse che la vita di una donna è come "una grande casa piena di stanze". Data la natura della vita della maggior parte delle donne del diciannovesimo secolo, vite che venivano vissute in silenzio nella sfera domestica, esistenze che si ritiravano dal pubblico sguardo, Wharton diceva che la più parte di queste "stanze" restavano invisibili. Tuttavia, esisteva una "stanza più interna", che lei chiamava il sancta sanctorum. In questa stanza, sosteneva, "l’anima siede da sola e attende un passo che non arriva mai".
Io rendo onore a quella "stanza più interna". Quel sancta sanctorum dove vive la scrittura. Quello spazio dove il passo sarà per lo più smorzato e incerto, ma presente, sempre udibile, sempre fedele.
Ne attendo l’arrivo, lo aspetto paziente mentre esita, poi attraversa la soglia e un’altra avventura comincia. I moti della creatività, la nascita di una storia, il viaggio che non ha confini, non ha valichi di frontiera, non ha limiti.
Il viaggio che inizia e finisce nel silenzio della "stanza più interna".

(1) Susan Sontag, At the Same Time, Hamish Hamilton, London, 2007.
(2) Ibid.
(3) How I Write: The Secret Live of Authors, a cura di D. Crowe con P. Oltermann, Rizzoli, New York, 2007

Traduzione di Alba Bariffi
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.29 maggio






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