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Ngeya (Camminare)  Testo in lingua originale 
.Ishmael Beah
Nonna Musu entrò nella stanza di Kelfala, gli occhi sciupati dalle lacrime che lente le rigavano le guance. Osservò il bambino che dormiva, il corpo snello rannicchiato come in un grembo. Aveva appena compiuto sette anni ed era venuto a passare l’estate dalla nonna. Sfiorò con le dita ruvide e calde la fronte di Kelfala e il bambino si svegliò, il volto innocente ancora posseduto dal sonno e dai residui dell’aria notturna che ne appesantivano il sorriso instancabile. Lo scosse con delicatezza finché lui non si svegliò e si sedette sul letto, le gambe incrociate al petto e lo sguardo rivolto alla nonna.
«Mi hanno chiamata tutta la notte nel sonno e li sento anche adesso. Dobbiamo raggiungerli oggi. Ti aspettano, perciò dobbiamo andare subito». Nonna Musu porse a Kelfala i vestiti che stavano sulla panca di legno vicino al letto. Lui li indossò e seguì la donna all’esterno. Il manto scuro della notte era ancora steso nel cielo. La nonna iniziò a camminare e Kelfala la seguì.

Il sentiero stretto e ventoso entrava nel cuore della foresta, dove la notte era ancora più densa, e Kelfala fu costretto a restare vicino alla nonna per non smarrire la strada che, lo sapeva, portava alla fattoria. Non capiva perché ci dovessero andare così presto. Spesso, mentre andavano alla fattoria, la nonna gli raccontava le sue storie, braccia incrociate dietro la schiena, e si voltava a chiedere: «Stai ascoltando con il cuore? Non basta che la storia raggiunga le tue orecchie, devi conservarla nel cuore, perché è là che il potere della memoria è più efficace». A volte non capiva certe frasi della nonna, ma ne coglieva nella voce l’urgenza di catturare la sua attenzione. Stavolta lei non aveva aperto bocca e Kelfala sapeva di non poter chiedere perché stessero andando alla fattoria a quell’ora.

Quando raggiunsero il fiume si sciacquarono il viso e si pulirono la bocca con l’alburno che nonna Musu teneva nascosto in una piega della veste. La notte si perdeva in lontananza, il cielo si risvegliava e mostrava un po’ alla volta il proprio corpo azzurro.
Quando la nonna e Kelfala si furono lavati la notte dalla faccia si tolsero le infradito e se le misero in testa, la nonna arrotolò la veste fino alle ginocchia, Kelfala fece lo stesso con i pantaloni, e i due attraversarono il fiume basso che scorreva di fronte alla fattoria, un semplice campo pieno di buche in cui giacevano i gambi di cassava che attendevano di essere interrati. Kelfala seguì la nonna, che camminava lenta e canticchiava a mezza voce assieme agli uccelli del mattino, fino a che non si fermò. «Aspettiamo qui», disse lei.

Si sedettero per terra, appoggiati a una palma caduta sul margine di un campo di cassava. La vita usciva in nuvole bianche dalla bocca e dal naso e si univa alla rugiada del mattino. Gli occhi di nonna Musu si illuminavano mano a mano che il sole abbandonava il proprio nascondiglio nel cielo e ricacciava la nebbia tra le foglie della vicina foresta. Kelfala osservò l’espressione tranquilla e assorta della nonna che mormorava qualcosa tra sé: parole che avevano il suono del vento quando fruscia tra le noci di cocco, parole che Kelfala sapeva di dover ancora imparare. Le dita della nonna tremavano, il mormorio diventò un brusio continuo e poi un sussurro. Aprì gli occhi e disse: «Dobbiamo restare qui e aspettare che arrivino. Verranno con il vento». Si voltò verso Kelfala, iniziò a sfregare le sue vecchie dita brillanti e posò le mani sulla sabbia rossa. Chinò il capo e ascoltò la terra. Tempo prima la nonna aveva spiegato a Kelfala che «per ascoltare la terra, gli spiriti e gli antenati, bisogna comunicare con le mani, attraverso le vene le orecchie si mettono in ascolto e attraverso gli occhi e il corpo il cuore si apre a ciò che è dimenticato, visibile e invisibile».

«Non è ancora ora, ma manca poco. Dall’altra parte il tempo scorre diversamente, perciò occorre aspettare». La voce delicata di nonna Musu interruppe i pensieri di Kelfala. Alzò le mani da terra e con un cenno delle lunghe dita indicò a Kelfala di avvicinarsi. Lui si spolverò le mani e fece per alzarsi, ma la nonna batté le mani per catturare la sua attenzione e gli sussurrò di acquattarsi. «Chinati verso ciò che non puoi vedere, nipote mio», disse, mentre Kerfala si accucciava accanto a lei, spalla contro spalla, le gambe raccolte contro il busto. Diede mezza noce di cola al bambino, e assieme, Kelfala imitando i gesti della nonna, offrirono la noce al giorno e chiesero al resto di se stessi di accogliere la giornata.

Il vento iniziò a soffiare piano e si fece più pesante, riempì l’aria di granelli di polvere. La sua forza cresceva, portava con sé suoni di canti e tamburi diversi da quelli che Kelfala era solito sentire nella piazza del villaggio. Avrebbe voluto chiedere qualcosa alla nonna, ma lei restava immobile, a occhi chiusi, e mentre la musica del vento proseguiva, sulle sue labbra spuntava un sorriso. All’improvviso, quasi fosse ignara della presenza di Kelfala, la sua sagoma minuta si alzò da terra, si strinse la veste, assorbita dal ritmo della musica invisibile, e iniziò a danzare tra i gambi di cassava. Le mani e i piedi erano così veloci da farla somigliare a un pipistrello pronto a volare via. Iniziò a fare giravolte alzandosi e ricascando giù. Il vento cessò all’improvviso, e in quel momento nonna Musu crollò a terra.

Kelfala tremava dalla testa ai piedi e nei dintorni sentiva la presenza di qualcuno. Si sentiva circondato da un vento denso di spiriti che non riusciva a vedere. La nonna non aveva mai danzato in quel modo. Era incredibile che alla sua età fosse capace di muoversi così. Nonna Musu era ancora distesa, e quando Kelfala fece per chinarsi verso di lei a controllare che le sue ossa fragili fossero sopravvissute alla danza, sentì dei flauti. All’inizio il suono sembrava venire da ogni parte, dalla terra, dal cielo, e il vento portava il canto dei flauti da ogni direzione verso Kelfala. Ma all’improvviso, dal nulla, spuntarono tre file diritte di uomini e ragazzi che suonavano il flauto, stretti gli uni contro gli altri, i corpi decorati di argilla rossa, sembrava quasi che li avesse sputati la foresta. Gli uomini e i ragazzi erano tutti più vecchi di Kelfala e venivano da Kpetema, il suo villaggio. Li riconobbe, ma nessuno gli prestò attenzione, nemmeno il suo amico Fatoma. Camminavano lenti suonando i flauti di bambù, e si sedettero uno alla volta a sinistra della palma caduta. Quando furono seduti smisero di suonare, ma il canto dei flauti riecheggiò nella foresta finché una nuvola non coprì il volto del sole. Kelfala riuscì a girarsi e avvicinarsi alla nonna. La veste era zuppa di sudore. Il bambino le picchettò sulla testa e lei uscì di colpo dalla trance, il volto ancora acceso dal sorriso.
«Nipote mio, ora devi venire con me». Si alzò, lo afferrò e gli chiese di sedersi di fronte agli uomini e ai ragazzi. La nonna si sedette accanto a lui. Scoppiò in una serie di lamenti e rovesciò la propria voce nelle vene di Kelfala, che non aveva mai sentito il proprio sangue risvegliarsi come in quel momento, neanche nei giorni più caldi d’estate. Nel suo lamento la nonna invocò i nomi di chi non c’era più e di chi attendeva di unirsi alla comunità, poi chiese che con loro si radunassero anche le donne, continuatrici del ciclo vitale della comunità. Poi ricominciò a cantare.

Le donne e le ragazze emersero dal fiume, i volti segnati di argilla bianca, cantando melodie più dolci di quelle degli uccelli. Le più anziane agitavano sonagli che sgocciolavano a terra, e alzavano le braccia per far cantare i propri strumenti assieme al vento. Ondeggiavano aggraziate: ogni ragazza trasportava una calabassa piena d’acqua e dietro di lei c’era una donna che pescava l’acqua con un mestolo di legno e la versava sul percorso della processione. Le donne circondarono gli uomini, Kelfala e nonna Musu, poi si sedettero a destra della palma caduta. Tutti restarono in silenzio per qualche istante, quindi la nonna parlò.

«Ognuno porta sul volto i ricordi dei luoghi in cui è stato, nei sogni, in questo e in altri mondi, e di ciò che ha visto, persino le ombre di ciò che vedrà. Il volto rivela anche ciò che resta delle esperienze passate, perché ogni smorfia, ogni sorriso e ogni gioia lasciano traccia del proprio passaggio. Una traccia che si sbiadisce, resta coperta sotto un altro strato di esperienza, ma non scompare mai. A volte, se capita un’esperienza simile a quella che l’ha generata, riaffiora». Respirò a fondo e proseguì.
«Mio nipote», disse, e indicò Kelfala, «sta per raggiungere l’età in cui l’innocenza non guarisce più le tracce dei ricordi sul viso. Ho chiesto a tutti di incontrarci qui, nel luogo in cui i nostri mondi si incrociano, per intrecciare il nostro sangue e il nostro spirito, così da poter camminare assieme a lui ovunque vada e assicurarci che il suo volto risplenda dei ricordi che celebrano le gioie della vita. Vi prego di dedicargli un canto benaugurale», concluse la nonna.

Un anziano si alzò dalla sinistra della palma caduta e iniziò a cantare: «Ognuno apprende a proprio modo il segreto del camminare. Chi impara a camminare aprendo gli occhi e il cuore ha sempre un posto nuovo in cui andare. Per lui non esistono confini. Ricordalo sempre. Ora devo chiederti di tornare al villaggio senza che nessuno ti accompagni. Perché prima che noi camminiamo al tuo fianco, devi imparare a camminare da solo. Quando saprai dove porta il tuo cammino, noi saremo con te». Con un cenno l’anziano incoraggiò Kelfala a muoversi.

Il bambino si alzò e incrociò lo sguardo della nonna che annuiva. Sollevò il piede destro e si allontanò lentamente. I tamburi e i canti invisibili ricominciarono, seguiti dai sonagli, dai flauti e dai canti, mentre Kelfala si dirigeva verso il fiume, dove lo attendevano a sinistra una barca con un remo e a destra un bastone intagliato

Traduzione di Luca Fusari
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.22 maggio






Musica di
.Fode "Lao" Kouyate


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traduzione di Luca Fusari
 
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