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Gli amanti del Guggenheim  Testo in lingua originale 
.Isabel Allende
Un guardiano notturno trovò gli amanti addormentati in un viluppo di braccia e capelli, avvolti nella schiuma di un malconcio abito da sposa, in una delle sale del Museo Guggenheim di Bilbao. Erano le cinque di mattina, come dichiararono prima il guardiano notturno e poi i poliziotti. Nel suo rapporto il commissario Aitor Larramendi aggiunse che erano stati rinvenuti indizi inconfondibili del baccanale che si era tenuto nell’edificio. Benché non avesse mai partecipato a un baccanale, particolare di cui, in cuor suo, si dispiaceva, la sua lunga esperienza di investigatore gli consentiva lo stesso di individuare le tracce del vizio umano. Non si riuscì mai a svelare il mistero di come quell’audace coppia fosse riuscita a penetrare all’interno del museo e a rimanerci. Quando vennero arrestati, l’uomo e la donna assicurarono di avervi trascorso la notte, ma, sdegnati, i guardiani giurarono che era impossibile visto che facevano una ronda continua. Inoltre, spiegarono, le telecamere del circuito chiuso tengono sotto controllo persino il più remoto dei pensieri e gli allarmi a infrarossi danno in escandescenze alla minima provocazione. Il museo è dotato di occhi magici in grado di innescare una baraonda da fine del mondo che mette in stato d’allerta la polizia, i pompieri e il direttore del museo, un uomo di costituzione nervosa, oppresso dal peso delle responsabilità. Nemmeno uno scarafaggio può passare inosservato nel Guggenheim, garantirono gli esperti della sicurezza, e men che meno un paio di evidentissimi fuori di testa come quella coppia.
- Io non ho visto anima viva in tutta la notte - assicurò la ragazza, il cui nome era Bibiña Aranda, una volta ripresa conoscenza, undici ore dopo, in un centro di recupero.
Quando gli infermieri l’avevano portata via in barella, coperta come un cadavere, a nessuno era sfuggita la sinuosità del suo corpo sotto il lenzuolo. Lo strascico del vestito e la sua lunga chioma nera da sirena penzolavano dalla lettiga, trascinandosi al suolo, e lasciandosi dietro, al loro passaggio, la scia di sospiri i poliziotti accorsi al museo. Con quei dodici metri di organza trasparente, il vestito, che da nuovo doveva sembrare una nuvola imprigionata dalle cuciture, era ridotto a un sudicio straccio. Nel frattempo, due agenti avevano scortato il ragazzo, nudo e con le manette ai polsi, verso una macchina della polizia. I testimoni videro che il fermato esibiva un’insolente erezione, come se non si rendesse conto della gravità della sua colpa.
Larramendi ordinò che gli dessero qualcosa con cui coprirsi - la giacca di un poliziotto - e riuscì a fargli un paio di domande prima che lo portassero via.
- Nome completo! - latrò il commissario.
- Indar Zubieta, per servirla - sorrise il ragazzo.
- Come avete fatto a eludere la sorveglianza del museo?
- La chiama sorveglianza? Quei tizi mi sa che stavano giocando a carte o guardando la televisione. Ieri sera mezzo mondo era davanti alla tele, per lo scandalo del Papa, ha presente? Io e la ragazza ce ne siamo andati in giro ovunque a fare come i conigli, io esattamente come mamma mi ha fatto, così come mi vede ora, e lei con il suo vestito da sposa perché non ero riuscito a sbottonarle quei microscopici bottoncini.
Il commissario Larramendi tornò al museo e lì recuperò i fiori avvizziti del bouquet, sparpagliati a ogni piano. Le rose, che probabilmente nella loro condizione originale erano bianche, giacevano sui pavimenti di marmo trasformate in molluschi giallognoli, impregnando l’aria del Guggenheim di un profumo decadente da cortigiana. Lo strascico del vestito da sposa aveva spazzato il sessantasei per cento del marmo, stando a quanto calcolò dopo uno scrupoloso esame il commisario, che comunque rinvenne capelli aggrovigliati, tracce di fluidi corporali e altre inconfondibili segni di lussuria. Più tardi, nel redigere il rapporto, sostituì "lussuria" con "amore carnale", termine che gli parve più elegante.
Aitor Larramendi, non a caso soprannominato "il Mastino di Bilbao", era un uomo che incuteva rispetto, con il suo metro e cinquantacinque di statura, lo scheletro da lucertola e quegli enormi baffi di traverso che sembravano la spiritosaggine di un barbiere. Con il suo istinto da segugio fu in grado di cogliere il ricordo delle carezze dei due sospetti, i loro sussulti e gemiti, che fluttuavano ancora nell’aria immobile del museo, dall’entrata all’ultima sala in fondo a destra, ma non riuscì a trovare una sola bottiglia vuota, un tappo dimenticato, una cicca di marijuana o una siringa da eroina, nonostante la sua leggendaria abilità nello scovaretracce di colpevolezza dove non ce n’erano. Non riuscì pertanto a dimostrare che i due fermati avessero violato il regolamento del museo quanto all’uso di sostanze stupefacenti. La ragazza col vestito da sposa e l’uomo che era con lei si erano probabilmente ubriacati o drogati prima di penetrare nell’edificio, fu la brillantissima deduzione del commissario. Siccome il regolamento del museo non faceva alcun riferimento specifico alla fornicazione, in nessuna delle sue varianti, la giustizia poteva solo punire la coppia per essere rimasta all’interno del museo oltre l’orario di chiusura, un capo di imputazione veniale, tenuto conto poi del fatto che, salvo aver sporcato un po’ i pavimenti, non avevano danneggiato nulla; per di più, come testimoniarono gli addetti al museo, il giorno successivo tutto brillava come illuminato dalla luce del sole, anche se fuori continuava a piovere. Era tutta la settimana che pioveva senza tregua.
- Per quello siamo entrati, per la pioggia. L’umidità mi increspa molto i capelli - spiegò la giovane Bibiña Aranda durante l’interrogatorio nel centro di recupero.
- Perché indossavi un abito da sposa? -volle sapere il mastino, lisciandosi nervosamente i baffi.
- Perché non avevo fatto in tempo a cambiarmi.
- Dove vi siete sposati?
- Chi? - domandò la ragazza, confusa.
- Tu e Indar Zubieta - biascicò Larramendi. - E chi sarebbe?
- Come chi sarebbe? Tuo marito, o il tuo fidanzato, insomma, quello che era con te nel museo.
- Si chiama Indar? Che bel nome. Molto virile, non le pare ispettore? Significa ‘forza’. Mi piacciono gli uomini forti, a lei no?
- Ricominciamo dall’inizio. Dove e quando vi siete conosciuti? - domandò il commissario cercando di mantenere la calma.
- Non ricordo. Bere mi dà subito alla testa, bastano due bicchieri e sono già rincretinita.
- Questo è evidente. Eri completamente intossicata.
- D’amore.
- D’amore, dici, ma non sai nemmeno con chi stavi scopando nel museo! - ruggì il Mastino di Bilbao.
- Non ne ho la minima idea, ispettore.
- Come avete fatto a entrare?
- Dalla porta, ovvio, da dove se no? - disse ridendo.
- Quindi vi siete introdotti nel museo quando era ancora aperto al pubblico - concluse Larramendi.
- No, era già chiuso, mi pare...
La deposizione combaciava con la testimonianza di Indar Zubieta, il ragazzo a cui poi la stampa si riferì come al "mago dell’amore". Stando a quanto scrisse Larramendi nel rapporto, quando arrivarono il museo era già chiuso, ma non ebbero problemi a entrare, spinsero semplicemente le porte e queste cedettero. All’interno regnava una morbida penombra e il riscaldamento doveva essere acceso, perché in nessun momento la coppia patì il freddo. L’esausto direttore del museo, che Larramendi interrogò il giorno stesso, spiegò che effettivamente la temperatura e l’umidità venivano controllate con attenzione per mantenere le opere d’arte in condizioni ottimali. Aggiunse che era impossibile che i sospetti fossero entrati nell’edificio come sostenevano, perché alle cinque e un quarto in punto le porte venivano sbarrate grazie a un sistema elettronico.
- Siamo entrati senza problemi - ripeté Indar per la centesima volta nell’ufficio del commissario, fedele alla sua prima versione.
- E poi cos’è successo? - indagò Larramendi.
- Ci siamo amati tutta la notte, ecco cosa è successo. Vuole che le racconti i particolari, ispettore?
- Non rompere le palle, Zubieta. Dove e quando hai conosciuto Bibiña Aranda?
- Ah, allora è questo il suo nome? Bibiña... Pensi, avrei giurato che si chiamava Elena, per via di Elena di Troia...
Aitor Larramendi concluse che i trasgressori non si conoscevano prima di commettere il crimine e dovette ammettere, a denti stretti, che nei loro atti non c’era stata né premeditazione, né intenzionalità. Ecco ciò che appurò.
Quel memorabile sabato, Bibiña Aranda era sul punto di sposarsi con il fidanzato di sempre, un bravo ragazzo che lavorava nel panificio del padre e che era stato niente meno che portiere nella squadra di calcio dell’Istituto Sant’Ignazio di Loyola. Tuttavia, come il commissario dedusse con sagacia durante l’interrogatorio cui sottopose il gesuita che li avrebbe dovuti sposare e altri testimoni dell’accaduto, le nozze non vennero mai celebrate. La sposa entrò in chiesa incespicando, sostenuta a stento dal vigoroso braccio del fratello maggiore, con un’ora di ritardo e in preda ai singhiozzi, come una vedova. Il suo fragoroso pianto impediva di sentire con chiarezza l’organo e gli accordi della marcia nuziale. Altro indizio del fatto che la sposa non aveva tutte le rotelle a posto fu che, prima di arrivare all’altare, si tolse le scarpe lanciandole lontano con due calci, si girò su se stessa e uscì come una scheggia dalla chiesa, lasciando il calciatore, il gesuita e il resto dei convenuti con un palmo di naso. Non seppero più nulla di lei fino al giorno dopo, quando la sua fotografia apparve su "El Correo Español" sotto il titolo I misteriosi amanti del Guggenheim.
- Te lo torno a chiedere Zubieta: dove vi siete conosciuti? - insistette il commissario.
- Al bancone del bar di Iñigo; mi colpì non appena la vidi - spiegò il ragazzo.
- Perché?
- Perché cosa?
- Perché ti colpì, no?
- Be’, non è che si incontri ogni due per tre una ragazza fradicia di lacrime, vestita da sposa e che si ubriaca come una spugna.
- E poi cosa hai fatto? - domandò Larramendi.
- Le ho parlato - disse Zubieta.
- Continua.
- Lei mi ha lanciato uno sguardo e io mi sono innamorato. Tutto qui, glielo giuro. Aveva il trucco ormai ridotto a una schifezza, sembrava un pagliaccio, ma quegli occhi verdi da regina egiziana mi si sono conficcati nel cuore. Glielo dico, ispettore, non mi è mai successa una cosa del genere. Ho avvertito una scossa elettrica micidiale, come mettere un dito in una presa.
- E lei? - indagò il mastino?
- Lei ha appoggiato la testa sul mio petto e ha continuato a piangere come un cucciolo. Non sapevo cosa fare. Dopo un po’ l’ho portata in bagno e le ho lavato la faccia. Le ho chiesto perché soffriva tanto e mi ha detto che il suo fidanzato era un cretino fatto e finito. Allora le ho proposto di sposarmi su due piedi.
- Eravate ubriachi, ovvio… - concluse Larramendi.
- Lei era un po’ brilla, ma io non bevo. Sono astemio, come si suol dire. Avevo fumato, ma alcol niente. Ero andato al bar solo per riscuotere una scommessa che io e Iñigo avevamo fatto sulla storia del Sommo Pontefice - gli spiegò Zubieta.
- E lei cosa ha risposto quando le hai offerto di sposarla?
- Ha detto che mi avrebbe sposato, così il vestito non andava sprecato e subito dopo mi ha baciato in piena bocca.
- E tu cosa hai fatto a quel punto?
- L’ho baciata anch’io, lei non avrebbe fatto la stessa cosa, ispettore? Non riuscivamo a separarci, ci baciavamo con urgenza e disperazione. E’ stato amore a prima vista, come al cinema.
- E poi? - insistette il commissario.
- E poi ci ha interrotto quel noioso di Iñigo e ci ha sbattuto fuori, dicendoci di andare in un motel, che eravamo degli svergognati, che il suo era un bar rispettabile e non un bordello. Tutte scuse per non pagarmi la scommessa che avevo vinto!
- Continua Zubieta. Poi cosa è successo?
- Ce ne siamo andati. Abbiamo iniziato a camminare senza meta in cerca di un’osteria per rimetterci in sesto, ci avrebbe fatto bene un panino, ma non ne abbiamo trovata nessuna. Ha iniziato a piovigginare e non avevamo l’ombrello; ho coperto la ragazza con la mia giacca ma non c’era modo di evitare che le si sciupasse il vestito. Pensavo di portarla a casa mia, ma poi mi è venuto in mente che sicuramente mia madre era lì con lo zio, lo zoppo, a vedere la tele, per lo scandalo del Papa, ha presente?
- Sì, certo che lo so.
E’ stato a quel punto che mi è apparso il museo, come la magia di un illusionista. Che meraviglia! - e Zubieta ammutolì, vagando nei ricordi della sua splendida notte.
- Continua, cazzo, non posso mica perdere tutto il giorno con te! - gli intimò il commissario.
- Abbiamo pensato che lì potevamo trovare riparo e ci siamo messi a correre su quell’ampio spiazzo che c’è di fronte alle porte del museo, lo conosce, vero?
- E nessuno vi ha fermati? Dov’erano i guardiani?
- Non c’era nessuno, è il caso di dirlo, non un’ anima viva, ispettore.
- E poi?
- Gliel’ho detto. Non appena abbiamo toccato la porta si è aperta invitandoci a entrare. La ragazza mi ha baciato di nuovo e mi ha detto che voleva varcare la soglia in braccio come una sposa vera. Ho cercato di sollevarla, ma sono inciampato nello strascico e siamo caduti a terra ridendo a crepapelle. Abbiamo cercato di rialzarci in piedi e siamo scivolati di nuovo; alla fine siamo entrati a gattoni, baciandoci, ridendo e toccandoci da tutte le parti. Era una follia d’amore, ispettore. Io non avevo mai...
- Vuoi venirmi a raccontare che non le hai nemmeno chiesto il nome? - lo interruppe il commissario, che aveva sul groppone i suoi ventiré anni di matrimonio e in fondo non desiderava venire a sapere di piaceri che non aveva mai sperimentato.
- Non mi è venuto in mente, ispettore. E’ la verità. E poi non sono uomo di molte parole, vado dritto al sodo, mi capisce?
Anche Larramendi era di quelli che preferiscono andare dritti al sodo, ma quando in seguito interrogò Bibiña Aranda si propose di fare appello a un po’ di tatto per non spaventarla.
- Sei una puttana? - le chiese.
La ragazza, seduta molto rigida su una sedia del centro di recupero, con la divisa da matta e i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo scoppiò a piangere umiliata. Tra i singhiozzi dichiarò di essere stata educata dalle suore, di aver preservato intatta la sua verginità fino alla notte del museo e di non essere intenzionata a tollerare che un macaco baffuto con le gambe a ics la insultasse gratuitamente, ma cosa si era immaginato, chissà come avrebbero reagito i suoi tre fratelli quando l’avessero saputo, gli Aranda non erano dell’Eta, ma se si trattava di questioni d’onore, era gente molto determinata.
- Va bene, va bene, ora calmati. E’ una domanda di routine, non volevo insinuare nulla. E’ che mi sembra un po’ strano che tu e Zubieta abbiate fatto quel che avete fatto così, senza esservi presentati, senza sapere l’uno il nome dell’altra, niente...
- E’ stato come se ci conoscessimo da sempre, ispettore, come se fossimo stati insieme in un’altra vita. Lei crede nella reincarnazione?
- No. Sono cristiano - confessò il Mastino di Bilbao, toccandosi la catenina e la croce sul petto.
- Anch’io, ma si può essere cristiani e credere nella reincarnazione. Io, per esempio, credo nell’astrologia.
- Falla breve, Bibiña. Raccontami cosa è successo - sospirò il commissario molto stanco.
- Quando abbiamo varcato l’ingresso del museo è stato come se ci fossimo sposati davanti a Dio e al sindaco - disse lei e procedette a raccontare che con il suo fidanzato, quello precedente, il calciatore, non provava nulla: baciarlo era come gonfiare i palloncini.
- Si rende conto, ispettore? Il destino è così. Se non fossi scappata dalla chiesa e non fossi entrata in quel bar non avrei mai conosciuto l’amore vero - aggiunse la ragazza.
- Ma non è amore, su: è puro delirio etilico. Come ti spieghi che abbiate passato tutta la notte a saltellare nel museo e che non sia rimasto niente di registrato nei video della sicurezza? - bofonchiò Larramendi.
- Forse eravamo diventati trasparenti...
- Evita il sarcasmo!
- Non sa che il Guggenheim è stregato, ispettore?
- Ma cosa diavolo ti inventi? E’ il museo più moderno del mondo! - la interruppe Aitor Larramendi, benché sapesse molto bene a cosa si stesse riferendo la ragazza dagli occhi verdi. Le voci si erano sparse non appena si erano avviati i lavori di costruzione: si diceva che era impossibile costruire un edificio di tale bellezza senza essere scesi a patti con le forze dell’Aldilà.
- Quel museo è disseminato di allarmi. Non mi spiego come nessuno abbia funzionato - biascicò l’ispettore.
- E’ sicuro che fossimo nel museo? - domandò la ragazza.
- Mi stai prendendo in giro, Bibiña?
- Lo dico sul serio, ispettore. Se il museo era chiuso, come lei dice, e se gli allarmi non sono scattati, forse non eravamo lì. La verità è che il luogo dove abbiamo fatto l’amore non sembrava un museo, ma un palazzo fantastico, come quelli dei film. Lei ha visto Il signore degli anelli?
- Come sarebbe a dire fantastico? - domandò Larramendi immediatamente incuriosito.
- Dai vetri delle finestre vedevamo cadere diamanti, c’era una musica come di cascata...
- Pioggia, ragazza mia, era pioggia - chiarì Larramendi.
- E c’era odore di susine mature - aggiunse Bibiña.
- Erano i fiori del tuo bouquet - suggerì l’ispettore.
- No. Erano susine. Ha mai annusato le susine in estate? E’ una fragranza densa, lascia la bocca piena di necessità.
- Va bene, va bene, sapeva di susine - concesse l’ispettore.
- Lei dice che ci siamo introdotti nel Guggenheim, ma io le dico che eravamo in un luogo magico: non c’erano pareti, solo ampi spazi, luce allo stato puro.
- Il museo è di cemento armato, Bibiña.
- No signore! Erano sale irreali. Dentro era tutto palpitante, come se l’edificio fosse vivo. Non solo si sentiva l’acqua; sono certa che nell’aria qualcosa vibrava, come un mormorio, come il fiume di parole che si pronuncia senza pensare quando si fa l’amore. Sa a cosa mi riferisco?
- No.
- Peccato, ispettore. A quel punto abbiamo cominciato a galleggiare.
- Come sarebbe a dire galleggiare? - tornò a sospirare Larramendi.
- Non è mai stato innamorato, ispettore?
- Qui le domande le faccio io, chiaro?
- Galleggiavamo, per mano, trasportati da una brezza che gonfiava i veli del mio vestito.
- All’interno del museo non c’è brezza, sarà stato il riscaldamento - spiegò il commissario.
- Indar… si chiama così, vero? Indar si tolse i pantaloni, la camicia e le mutande. Anche i suoi vestiti galleggiavano…
- Avete compiuto atti osceni in luogo pubblico - decretò con enfasi l’ispettore.
- No, non c’era pubblico. Indar cercò di togliermi il vestito, ma non ci riuscì, quei bottoncini sono impossibili - disse lei.
- E ora mi dirai che intanto continuavate a volare come le mosche? - la interruppe il commissario.
- Piuttosto come farfalle, direi. E dopo aver percorso tutte le sale ed esserci immersi nei dipinti, averne bevuto i colori, aver giocato nel labirinto e aver ballato con le sculture, siamo infine atterrati.
- Dove, esattamente? - volle sapere Aitor Larramendi.
- E che ne so, ispettore!
Il Mastino di Bilbao giunse alla conclusione che la ragazza aveva meno cervello di una gallina. La lasciò nella clinica e tornò in caserma, dove trovò Indar Zubieta, ancora in manette, intento a bere caffè e commentare lo scandalo del Papa con i due agenti di turno e un giornalista. Larramendi non era incline a fraternizzate coi fermati, perché si perde d’autorità e si viola il regolamento. Dopo avergli strappato di mano il bicchiere di carta, condusse il ragazzo per un braccio verso la stanza verde degli interrogatori.
- E quindi non avevi neanche chiesto il nome alla ragazza - gli spiattellò in faccia, riprendendo le domande da dove le aveva lasciate qualche ora prima.
-Non c’è stato tempo per dedicarsi a fare conversazione, eravamo un tantino occupati - replicò Zubieta.
- A fare l’amore come cani! - ruggì l’ispettore.
- Come angeli, direi - specificò Zubieta.
- Come una coppia di pazzi, nudi come vermi! - insistette Larramendi.
- Io sì, lo ammetto, ero come lei dice, ma la ragazza indossava il vestito e inoltre la chioma sciolta la copriva. Ha visto che bei capelli, ispettore? Di seta. Una bambola.
- Risparmiati le metafore, Zubieta. Come avete fatto a scollegare gli allarmi e le telecamere?
- Io non ho toccato nulla. In quel museo succedono cose strane. A mio zio, lo zoppo, toccò di andare a riparare l’ascensore la notte del Venerdì Santo e dice che vide con i suoi occhi una scultura che si muoveva.
- Quale?
- Una di quelle ritorte, come l’intestino, ispettore.
- Come si chiama tuo zio?
- Senta, ispettore, le consiglio di non cercarsi grane con la mia famiglia - lo avvertì l’interrogato.
Indar Zubieta confermò punto per punto le dichiarazioni di Bibiña Aranda. Nonostante la sua rinomata astuzia nel far cadere i sospetti in contraddizioni fatali, che tanto gli era tornata utile nella sua carriera di segugio nella polizia, Aitor Larramendi dovette ammettere che questa volta le prove per mandare quel paio di giovani in prigione per qualche mese mancavano. Tuttavia, lungi dal sentirsi a disagio per la sconfitta, dovette anzi fare uno sforzo per controllare il senso di leggerezza e quell’abbozzo di sorriso che combattevano per denunciare il suo vero stato d’animo. Per la prima volta, l’arrugginito cuore del Mastino di Bilbao si rallegrò di un delitto impunito. Si trattava di un vizio d’amore, facile da perdonare. Molti sostenevano, come lo zio zoppo di Zubieta, che di notte le statue del museo ballavano la conga, i colori fuoriuscivano dai dipinti per passeggiare nelle sale, e che lo spazio si riempiva di spiriti burloni. Dopo aver soppesato diverse ipotesi, il perspicace commissario concluse che gli amanti erano entrati nel Guggehneim nel preciso momento in cui il museo entrava nella dimensione dei sogni e così, senza volerlo, erano caduti nel tempo che gli orologi non segnano. Sarebbe risultato difficile argomentare tale teoria presso i suoi superiori, pensò Larramendi schiacciando la cicca del sigaro, ma con un po’ di fortuna magari non ce ne sarebbe nemmeno stato bisogno. Era epoca d’elezioni, c’erano problemi con i terroristi e lo sciopero del Servizio Sanitario Nazionale: le autorità non potevano perdere tempo con degli innamorati. E poi, ripensandoci, il Guggenheim non era che un museo. A chi importava dell’arte? Se i due ragazzi avessero violato la sicurezza del Banco di Bilbao, ecco, allora sì che sarebbe stata un’altra cosa.
Pochi giorni dopo Aitor Larramendi chiuse il fascicolo del caso, che lui stesso aveva titolato Gli amanti del Guggenheim e lo depose in fondo all’armadio delle indagini rimandate all’infinito. La stampa, ancora occupata con lo scandalo del Vaticano, dimenticò ben presto i misteriosi amanti. Chi riportò le più evidenti conseguenze dell’avvenimento fu il direttore del museo, che non riuscì a superare l’angoscia, neanche dopo aver sostituito le guardie, istallato un nuovo sistema di sicurezza e ingaggiato una celebre medium olandese per liberare dall’incantesimo il museo. Quanto ai protagonisti di quello scandalo d’amore, basta semplicemente dire che quando Bibiña Aranda andò in tintoria a riprendere l’abito da sposa che lei stessa aveva ricucito come meglio poteva, Indar Zubita la stava aspettando all’angolo della strada con un mazzo di rose fresche in mano.
Partecipa alla serata del
.18 maggio






Musica di
.Ezio Bosso


Indicazioni bibliografiche
Traduzione di Elena Liverani
 
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