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Il giavellotto dalla punta d’oro  Texte en langue originale 
.Roberto Calasso
Solitaria e confusa fra mercanti, capre e artigiani, Procri scese a Creta da un battello ateniese. Figlia di re, viaggiava come una giovane donna all’avventura. Fuggiva lo scandalo di un duplice adulterio. Il suo arrivo non poteva eludere l’occhio del re Minosse, che usava mettere le mani sulle fanciulle del continente appena sbarcavano, prima che venissero offerte al suo figliastro, il Minotauro. Dicevano le voci che Procri fosse bellissima, che avesse diviso il letto con suo padre, che fosse una cacciatrice e moglie di un cacciatore, che quel cacciatore fosse stato rapito e sequestrato da una dea, Eos, e avesse occupato nel suo letto l’incavo dei molti amanti precedenti. Si vociferava poi che anche Procri avesse tradito il cacciatore Cefalo, dandosi a un ignoto carico di doni.
Minosse non cercò subito Procri. Gli riferirono che aveva lasciato la città inoltrandosi nelle montagne. E un giorno riapparve. Minosse non ebbe bisogno di sedurla. Con il suo sguardo chiaro e diretto, Procri gli fece subito capire che era ben disposta. Si comportava come una donna del porto e insieme come una sovrana. Minosse decise di confessarle il suo cruccio, perché aveva riconosciuto in lei la figlia del re di Atene. La sua natura avida di donne, disse, da qualche tempo era punita. Non solo Pasifae, la sua radiosa consorte, gli preferiva un toro, ma lo aveva colpito con un crudele sortilegio, per impedirgli le sue scorribande amorose. Quando si univa con una donna, proseguì il talassocrate, non poteva mai godere in tranquillità dei suoi amori perché a ogni coito scaricava nella vagina dell’occasionale compagna di letto serpenti, scorpioni e scolopendre. Procri non sembrò affatto scossa. Bastava procurarsi una vescica di capra, disse con tono pratico. Quando la ebbe ottenuta, se la applicò nella vagina e invitò Minosse sul letto. "Poi potrai passare al letto di tua moglie" disse "e anche ingravidarla, se non vuoi che la terra sia cosparsa dei bastardi partoriti dalle tue Ninfe, mentre il palazzo di Cnosso non ha eredi, a parte quel giovane dalla testa di toro, che non è neppure tuo figlio".

Durarono a lungo gli amori di Minosse e di Procri, cominciati con quell’incontro. E Pasifae fu costretta ad avere figli normali. Intanto la passione, l’ossessione di Minosse per Procri crescevano. Non cercava altre donne che lei, sempre protetta dalla vescica di capra. Ogni giorno di più, Minosse scopriva in Procri, con inquieta meraviglia, qualcosa di molto somigliante all’unica donna che gli era sfuggita, a quella che più aveva desiderato, anche lei viaggiatrice e cacciatrice: Britomartis. Per tutte le forre scoscese di Creta l’aveva inseguita, invano, per nove mesi senza interruzione. E quando, nella corsa pazza, erano giunti a una roccia a picco sul mare e la mano di Minosse stava per stringere un lembo del suo chitone, Britomartis si era gettata nel vuoto, lasciandosi sprofondare nei gorghi. Minosse non seppe mai che Britomartis era stata salvata e protetta da alcuni pescatori, che l’avevano tirata su dall’acqua nelle loro reti. Si allontanò cupamente, ripetendosi che non era mai riuscito a sfiorarla. Eppure l’immagine di quella donna si era confitta più di ogni altra nella sua mente - e sempre andava cercandola. Ora sembrava riemersa, e non soltanto non lo sfuggiva, ma aspettava le sue visite con la pazienza dell’amante e accoglieva dentro di sé le bestie velenose che il corpo di Minosse inesauribilmente produceva. Quale intimità maggiore poteva immaginare di quel gesto di Procri che ogni volta si alzava dal letto e svuotava in una tinozza gli scorpioni e le scolopendre?
Ma al tempo stesso Minosse sentiva che qualcosa lo separava da Procri, come se quella vescica di capra fosse il lacerto di un velario invisibile. Forse non l’aveva mai toccata, forse si stava rinnovando la storia di Britomartis. Come conquistare ciò che già si dà totalmente? Nella sua fosca mente, Minosse pensò di offrire a Procri un dono incomparabile. Sapeva che Procri amava la ricchezza, ma non voleva trattarla come una delle sue tante concubine. Che cosa c’è al di là della ricchezza? Il dono di un dio. Un giorno si presentò a Procri tenendo in mano un giavellotto e seguito da un cane. "Questo cane, che si chiama Lailaps, e questo giavellotto dalla punta d’oro furono donati da Zeus a mia madre Europa, quando il dio l’abbandonò sola su quest’isola. Nulla può sottrarsi né all’uno né all’altro. Lailaps addenterà sempre la preda che insegue. Tu sei una cacciatrice, ora ti aiuteranno quando caccerai da sola". Procri era commossa. Ma toccava il giavellotto e carezzava il cane pensando ad altro, a qualcosa che sfuggiva a Minosse.
Poi si riscosse. "Anch’io ho per te un dono divino" disse l’amante. Da un cassone dove teneva le vesti di viaggiatrice estrasse un’erba che Minosse non aveva mai visto. "Guarda" disse. "Ora potremo fare a meno di quella vescica di capra che tante volte si è riempita di scorpioni dentro di me. E in fondo anche questo rimedio viene dalla tua famiglia. Ricordi che il gigante Picoloo tentò di scacciare dalla sua isola Circe, sorella di Pasifae? Dal sangue di Picoloo, che era nero, crebbe questa radice. Ma Helios ha sbiancato il suo fiore. Se la usi, non emetterai mai più serpenti". Minosse non si rese conto che quell’erba prodigiosa era il dono con cui Procri si congedava. Il giorno dopo, Procri era scomparsa. Gli informatori riferirono che si era imbarcata per Atene.

Per un lungo periodo, Minosse aveva visitato regolarmente Procri. Non si videro mai fuori da una stanza, per non sfidare la furia di Pasifae. Parlavano e parlavano, poi si avvinghiavano sul letto. Minosse, il più regale dei re, il primo che raggiunse il dominio dei mari, l’unico che, per consigliarsi, non si rivolgeva a un ministro ma a Zeus, che poi era suo padre, ora svelava i segreti della sua famiglia e del suo regno a quella impavida ragazza ateniese, che viveva in solitudine nella sua isola, senza altra ragione che non fosse i loro incontri, vani e meravigliosi. Anche Procri raccontò la sua vita. Il suo amore, da bambina, per il padre Eretteo. Il suo amore, da ragazzina, per Cefalo, per la sua bellezza che stordiva. La promessa che si erano fatti di non tradirsi mai. Il suo amore, da sempre, per la caccia. Anche Procri aveva qualche delicato segreto da svelare. Non tacque nulla, eccetto un episodio di cui mai avrebbe fatto parola con alcuno: quello che le era accaduto a Creta prima di incontrare Minosse. Quando aveva messo piede sull’isola, non era un’avventuriera né una fuggitiva, ma una principessa che vuole raggiungere la sua dea. Aveva subito lasciato il porto e si era messa a vagare per le montagne, alla ricerca di Artemis, la sua dea.

Artemis guardò Procri e proferì queste parole dalla sua bocca piccola e perfetta, di cui Prassitele si sarebbe ricordato: "So che sei mia, so che sei me, anche se per tutta la vita hai fatto ciò che perséguito. Hai offerto il tuo corpo a ogni occasione, e con maggior piacere se l’occasione era illecita, con massimo piacere se per una corona d’oro. Sei una figlia della città, che celebra i suoi misteri fra quattro mura. Sei una figlia di re - e non puoi dissimularti fra le mie Ninfe. Ma, prima di tutto, sei una cacciatrice. Questo è il tuo inizio, questa sarà la tua fine. Sono io che ti ho inviato nella città, mia messaggera clandestina, sono io che ho lasciato ti svergognassi con naturalezza, sono io che, attraverso di te, ho voluto legare per sempre Cefalo, il più bello dei cacciatori. E Cefalo non saprà mai che la sua sorte è sempre stata retta da me. Eos ormai lo esasperava, con le sue braccia rosee, con la mollezza dei suoi cuscini, con il frinire esasperante della sua cicala - e Cefalo pensava, piagato dalla nostalgia, alla ragazzina che aveva lasciato ad Atene, magra e tesa, beffarda compagna di giochi. Pensava a Procri - e, attraverso di te, mi venerava. Così ora non ti accoglierò nel mio coro, non ti permetterò di abbandonare - come vorresti - la tua vita di donna persa fra gli uomini, ti respingerò come fossi indegna di me. Però a te affido ciò che c’è di più prezioso: vedi questo giavellotto, vedi questo cane. Questo giavellotto dalla punta d’oro si chiamerà un giorno ‘il giavellotto di Procri’, perché non fallisce un colpo; questo cane si chiama Lailaps, è un uragano e non esiste presa che possa sfuggirgli. Ma non pensare che ti offra un qualsiasi dono delle fate, che serva solo ad accrescere i tuoi poteri. Questo cane ha l’aspetto di un cane qualsiasi: sulla sua lingua però riconoscerai una stella e un’altra sulla fronte. Questo cane è un astro, è Sirio, più potente degli dèi. A questo cane obbediscono il cielo e la terra, a lui si deve se un immane incendio non li investe. Tu, che sarai ricordata soltanto come la gelosa e l’adultera, che sembri passare la vita in un cerchio funesto di passioni, sarai ancora una volta la mia messaggera clandestina. Questo cane e questo giavellotto non serviranno a te, se non per una sottile vendetta amorosa, ma salveranno il mondo quando le tue mani li cederanno a quelle del tuo sposo, amante, fratello". Mentre Artemis parlava, Procri sentì la fitta di un dolore che l’attraversava come un cuneo. Ma al tempo stesso, era infusa di una beatitudine superiore a ogni altra che mai avesse provato. Si riconosceva in Artemis, come se a lei avesse pervicacemente obbedito, senza saperlo, in tutti i meandri della sua vita. Eppure ora la vedeva per la prima volta, per la prima volta la udiva - e sarebbe stata l’ultima. La gelosia e l’adulterio, i suoi regni, Procri aveva sempre avvertito che non sottostavano, per lei, ad Afrodite, ma a quell’altra dea, che di fronte a tutti li ignorava e spregiava. A quei regni doveva tornare, accompagnata da Lailaps e dal giavellotto. Procri si inchinò in silenzio e scomparve nella selva.

Sulla nave che tornava ad Atene, Procri salì vestita da ragazzo: i capelli cortissimi, la clamide bordata dei cacciatori, il petaso buttato indietro sulle spalle. Stringeva in mano un giavellotto e la seguiva un cane. Arrivata, si diresse a Thorai, sotto l’Imetto. Passò davanti alla casa dove aveva vissuto felicemente con Cefalo. Non si fermò neppure e cominciò a salire lungo le pendici del monte. Cercava i sentieri che Cefalo usava battere. E finalmente lo incontrò. Riposava sotto un pino, in una radura. Si parlarono come due cacciatori che non si conoscono e sanno parlare solo di caccia. Procri fece correre Lailaps, che tornava ogni volta, velocissimo, con la preda. Scagliò tre volte il giavellotto ben più lontano di quello di Cefalo. E ogni volta aveva trapassato un animale. Cefalo guardava il cane e il giavellotto con lo sguardo attonito e concentrato che aveva da bambino, quando Procri gli nascondeva i suoi ricchi giocattoli. Procri gli si avvicinò e disse: "Possono essere tuoi, se ti lasci prendere da me". Cefalo annuì e si distese nell’erba, aspettando le mosse dell’ignoto amante. Allora Procri si scoprì il seno e il suo tono divenne beffardo: "Almeno questo, lo riconosci?". Cefalo capì immediatamente, ma non disse una parola. Ora Procri si era seduta: "Ricorda, eravamo bambini e io uscivo dal letto di mio padre, di nascosto, per giocare con te. Poi vennero le nozze ed eravamo talmente esaltati e sciocchi che ci siamo promessi di non tradirci mai. Poi tu hai ripreso ad andare a caccia - e non volevi che ti seguissi, forse perché temevi che fossi più abile di te. Un giorno sei partito per un viaggio che è durato otto anni. Venni a sapere che Eos ti aveva rapito e ti ospitava nel suo letto. Quando Pteleone si presentò a corteggiarmi, gli ho ceduto per dispetto, e non solo perché mi attirava la corona d’oro che voleva regalarmi. Tu ci hai sorpreso - ed eri stato tu a farmi incontrare Pteleone, perché cadessi nella trappola. Ma ora voglio dirti che quella volta ho conosciuto un piacere altissimo, che nessuno prima - né mio padre, né tu stesso - mi aveva rivelato. Era il piacere che si incontra soltanto con il primo che passa - e poi scompare. Tutti ad Atene erano al corrente della nostra storia e ridevano. Così mi sono imbarcata per Creta. Questo cane e questo giavellotto mi sono stati donati due volte, laggiù, da una dea e dal re più potente. Ma a me sono serviti soltanto per mostrarti che non hai bisogno di una dea per tradirmi. Basta il primo ragazzo che incontri sull’Imetto". Allora Cefalo carezzò il seno scoperto di Procri e sorrise. Tornarono alla loro vecchia casa, pensando entrambi che con nessuno al mondo si sentivano bene come con l’altro.

Ora che Cefalo possedeva Lailaps e il giavellotto di Procri, ogni mattina, impaziente, partiva per la caccia. Procri lo lasciava andare. Poi cacciava da sola, in altri luoghi. Un giorno un cacciatore zelante le disse che aveva incontrato Cefalo sull’Imetto. Stava appoggiato a un tronco di pino, immobile, e invocava: "Aura, Aura, vieni da me". O altrimenti: "Nefele, Nefele, vieni da me". "Invoca la brezza o una nebbia protettrice" disse il cacciatore - e parlava in lui l’eterno evemerista. Ma Procri era sbiancata. Cresciuta nelle favole, si era battuta con le favole e sapeva che erano invincibili. "Queste sono donne, peggio ancora che donne" mormorò a se stessa. Chiusa nella sua stanza, si ravvivavano in lei alcune storie crudeli. Aura era una Ninfa, che Dioniso aveva posseduta nel sonno. E chi era questa Nefele? Forse un altro nome di Eos, forse la prima aborrita amante di Cefalo si celava in quella nebbia aurorale? Forse Cefalo smaniava dal desiderio di essere rapito di nuovo, anche se la sua barba ormai era ispida da anni? E non si chiamava forse Nefele anche il simulacro di Hera, su cui l’empio Issione aveva avventato la sua lussuria? E non erano forse nati da lei i Centauri? Allora un simulacro poteva anche partorire? Ma di che cosa è fatto un simulacro, se non di brezza e di nebbia? Non vorrà dire, questo, che i simulacri sono più potenti di coloro da cui si sprigionano? Procri sentì tornare, più acuti che mai, gli spasmi della gelosia. Ma questa volta presagiva che la ridda dei tradimenti - la sua esperienza più costante - stava per arrestarsi.
Calzò gli alti sandali per la caccia e di nuovo si mosse in cerca di Cefalo. Nella stessa radura che le aveva indicato il cacciatore, appoggiato allo stesso pino, Cefalo invocava Nefele, invocava Aura. La sua voce era come quella di un altro, come se un fantasma abitasse in lui. Procri lo osservava, acquattata dietro un cespuglio. E, senza accorgersi, si lasciò sfuggire un gemito, che non le apparteneva, come se anche in lei parlasse un altro fantasma. Subito Lailaps drizzò le orecchie e si diresse verso il cespuglio. Cefalo si guardò intorno, imbracciò il giavellotto. Procri sentì le fronde scosse e la punta del giavellotto che le trapassava il seno. "Mi sono uccisa" pensò. Vide Lailaps che le lambiva un piede e Cefalo che si chinava amorosamente su di lei. Poi morì.
[...]
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.12 giugno






Musique de
.Germano Mazzocchetti


 
 
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