TESTO EDITO
PROVA D’APPELLO 
.Scott Turow
Il diapason interiore è stato comunque fatto risuonare. Mason insiste, gli occhi chiusi in meditazione, pescando nella memoria finché ciò che ha cercato a lungo d'improvviso resta agganciato all'amo. Il sorriso che si apre a quel primo ricordo sfuma in fretta non appena il problema diventa evidente.
Il fatto è successo più di quarant'anni fa, in un mondo diverso. A quei tempi, a Charlottesville, nessuno avrebbe trovato buffo sentirsi dire da George Mason, studente al primo anno di college -mai "matricola" -, che si trovava lì per diventare un gentiluomo e un erudito. Si presentava a lezione
in giacca e cravatta. Come tutti gli uomini della sua famiglia, era daltonico. Sua madre gli aveva consegnato una scheda con gli abbinamenti dei vari capi, ma George l'aveva persa e ogni mattina usciva dal vecchio dormitorio aspettandosi di essere salutato da risate di scherno. Non era stato felice a quei tempi. Quell'inquietudine e quell'ebollizione interiore che alla fine lo avrebbero portato nella Kindle County, a mille chilometri da casa, erano già cominciate. Non avrebbe saputo dare un nome a tutto ciò che lo infastidiva - le inflessibili pretese sociali di sua madre, la rigida adesione di suo padre alla fede e all'onore quale credo del gentiluomo del Sud -, ma diventare adulto tra i rigidi conformismi della Virginia, dove i dubbi erano ben pochi, che si trattasse di Dio, degli Yankee o dei negri, era stato come crescere chiuso dentro il buio di un armadio. Arnvato al liceo, George aveva già deciso di scappare e leggere Kerouac, Burroughs e Ginsberg, i bardi di quella liberazione in cui credeva come luogo dello spirito, ma che non aveva idea di come mettere in pratica.
Era per questo che essere ancora vergine lo preoccupava tanto. Naturalmente si supponeva che lo fosse, per quanto riguardava il suo pastore, i suoi insegnanti o i suoi genitori. Era il 1964. Ma sia il corpo sia l'anima anelavano la libertà.
Sei settimane dopo l'inizio del primo trimestre: c'era stato il party weekend del college. Avendo lasciato la fidanzata del liceo, carina ma di idee ristrette, George aveva assistito con invidia all'arrivo al campus delle ragazze dei suoi compagni. Si sentiva depresso e solo. L'affidabile legame d'amicizia e cameratismo maschile forgiato in quelle prime settimane adesso veniva spezzato dalla più forte attrattiva esercitata dall'altra metà della specie umana.
Come risarcimento per essere stato abbandonato, George aveva ricevuto dal suo compagno di stanza una bottiglia di scotch a buon mercato. L'alcol era uno dei tanti, gravi peccati condannati dalla famiglia che lui aveva cominciato subito a commettere, e quel giorno, per la prima volta in vita sua, si era ubriacato con un superalcolico.
Erano quasi le dieci di sera. Le coppie avevano già cenato al ristorante, ballato ai party sudaticci nelle sedi delle confraternite e si stavano ritirando nei dormitori per i momenti che interessavano davvero alla maggior parte dei ragazzi, prima che le ore di visita finissero e le donne dovessero rientrare ai pensionati o ai dormitori del vicino college femminile dove erano state sistemate. Con la bottiglia di scotch sotto il braccio, George aveva vagato nei corridoi. In conformità al regolamento, le porte di quasi tutte le camere erano socchiuse di tre o quattro centimetri e lasciavano uscire i brani di Meet the Beatles! urlati dagli stereo all'interno. Consapevole che in quel momento uomini e donne si abbracciavano, si toccavano, pomiciavano,spingendosi addirittura anche oltre, George era frustrato dal desiderio.
In quello stato d'animo aveva incontrato il suo migliore amico, Mario Alfieri. Mario era arrivato al college dal Queens con una borsa di studio per il wrestling, e nella sofisticata Charlottesville sembrava fuori posto quanto un ornitorinco. Irrequieto, anticonformista e spiritoso, Mario era il rinnegato che George avrebbe voluto essere e tra loro erano presto nati apprezzamento e simpatia. Mario, che stava scendendo le scale con un secchiello di ghiaccio, aveva afferrato George per il gomito.
"Non ci crederai mai!" E aveva ripetuto la frase diverse volte, piegato in due dal ridere. "Nel corridoio del primo piano, Brierly ha una ragazza che fa il trenino."
George conosceva l'espressione, ma aveva continuato a guardare Mario senza capire.
"Dico sul serio" aveva insistito Alfieri. "La ragazza è dentro il cartone di un frigorifero e sollazza le truppe. Perciò, George, vecchio mio, ascoltami: sei salvo. Salvo!" Mario era al corrente dell'inesistente curriculum sessuale dell'amico. 'Vai di sopra."
"Tu ci sei stato?"
"Io ho una ragazza mia, scemo." George l'aveva incontrata per un breve momento. Era la sorella di un altro lottatore, che Mario era stato persuaso a invitare senza conoscerla dietro assicurazioni che la ragazza era irriverente quanto lui. Vista di persona, Joan era risultata essere addirittura più carina che in fotografia, ma era anche una di quelle rare donne che sembrano sfidarti anche quando se ne stanno immobili. "Scommetto cinque a uno che non combinerò niente con lei" aveva sussurrato Mario a George.
"Cosa mi dici della sifilide?" aveva chiesto George, riflettendo su ciò che, a quanto pareva, stava succedendo al piano di sopra.
"E tu cosa mi dici di una scopata?" Mario aveva aperto il portafoglio e sbattuto in mano all'amico il profilattico d'emergenza che portava sempre con sé. "Divertiti" aveva detto, spingendo con entrambe le mani George verso la scala.
Arrivato sul pianerottolo, George aveva trovato una scena che gli era sembrata assolutamente improbabile, nonostante il racconto di Mario. Un enorme cartone da imballaggio, lungo circa due metri e mezzo e alto più di uno, era stato incuneato di traverso sulla soglia della stanza di Huge Brierly, in fondo al corridoio. Tra i lembi dello scatolone aperto su un lato, George aveva visto spuntare il bordo di una camicia bianca e quattro gambe nude, due delle quali con un paio di pantaloni da uomo e un paio di boxer abbassati alle caviglie. Il ragazzo era puntellato sulle dita dei pièdi e, muovendosi, faceva ondeggiare leggermente lo scatolone.
C'erano almeno venti ragazzi allineati sui due lati del corridoio, tutti con la cravatta allentata e un drink in mano. Ridevano, si davano pacche sulla schiena e gridavano battute volgari. Ma nessuno di loro distoglieva gli occhi dal cartone, come se là dentro ci fosse stato il segreto del fuoco. Ogni tanto uno o due uscivano dalla fila per andare a sbirciare dentro lo scatolone e urlare incoraggiamenti osceni al compagno.
George si era reso conto di aver scelto il lato del corridoio dove si era formata la fila. Più si avvicinava al cartone, più sentiva l'elettricità frenetica che sembrava essersi impossessata di tutti gli spettatori. Dallo scatolone risuonava un ritmo sordo e a un certo punto il ragazzo all'interno aveva urlato:"Gol!". Nel corridoio era esplosa una risata così selvaggia da sgretolare i mattoni dell'edificio.
In fila davanti a George c'era Tom McMillan, un'altra matricola. "Vado per la seconda" aveva detto Tom, il quale poi aveva spiegato che la ragazza era comparsa alla partita di football da sola, essendo stata, a quanto si diceva, scaricata dal suo ragazzo. Aveva cominciato a chiacchierare con Brierly e Goren, anche loro senza compagnia, ed era rientrata nel dormitorio con loro. I tre avevano bevuto per ore, fino a ritrovarsi tutti completamente sbronzi per il beveraggio d'elezione di quel weekend: un cocktail di alcol di grano e punch alla frutta consumato direttamente da una lattina di Hi-C. A un certo punto la ragazza aveva dichiarato che sarebbe stata la fidanzata di tutti e quello era diventato il ritornello di una conversazione sempre più sconcia, tanto che alla fine i ragazzi avevano cominciato a insistere, sostenendo che ormai non poteva più deluderli. Grierly aveva trovato quell'imballo da frigorifero e, a quanto si diceva, la ragazza era entrata con lui, ridendo.
Mentre George si avvicinava sempre di più alla testa della fila, una matricola di nome Rogers Peterson era arrivato di corsa nel corridoio precipitandosi verso Brierly.
"Cristo! Molti di noi hanno portato qui le loro ragazze. Questa faccenda non può andare avanti. Che accidenti avete in testa? Cosa dovremmo dire alle nostre ragazze?"
"Dite di non guardare" aveva risposto Brierly. I ragazzi si erano messi a ululare, prendendo in giro Peterson mentre se ne andava.
La folla di spettatori era andata aumentando rapidamente. La voce si era diffusa. Ragazzi in giacca e cravatta avevano addirittura lasciato per qualche minuto le rispettive fidanzate per dare un'occhata. George, che intanto sentiva l'ansia affievolirsi per effetto dello scotch, si era accorto che i ragazzi che si limitavano a guardare erano molto più numerosi di quelli in attesa del proprio turno. Ma dietro di lui la fila stava aumentando abbastanza in fretta da fargli capire che non c'era tempo per l'indecisione.
Quando era toccato a McMillan, Brierly gli aveva fatto segno di allontanarsi.
"Niente seconda botta. Non ancora."
McMillan stava ancora protestando, quando un tipo basso e obeso che George non conosceva era uscito dallo scatolone, riabbottonandosi i pantaloni.
"Che scopata!" E il corridoio era stato scosso di nuovo dalle risate.
Brierly aveva indicato George con il dito. "Il prossimo. Nel tunnel dell'amore." Solo allora George si era accorto che Hugh voleva soldi. "Per l'affitto" aveva spiegato Bnerly. "Lo scatolone è mio."
George aveva estratto dal portafoglio dieci dollari, il suo budget di una settimana.
"Hai cinque minuti, Mason. Fa' del tuo meglio."
George non si era toccato neppure la cintura dei pantaloni finché non era scivolato dentro l'imballo, dove era stato sopraffatto dal tanfo. Qualcuno, probabilmente la ragazza, aveva vomitato e l'odore era greve nell'aria chiusa, appesantita da fiati surriscaldati e sudore. Lo scatolone era così basso che Gorge non aveva potuto inginocchiarsi sulla ragazza e aveva dovuto sostenersi con una mano per abbassarsi i pantaloni. Lei parlava da sola, pronunciando mezze frasi - parole di canzoni, gli era sembrato - in un balbettio stridulo. George era riuscito a distinguere una frase: "I want to hold your hand". Voglio tenerti per mano.
Quando l'aveva toccata, lei gli aveva rivolto la parola. "Ehi, tesoro" gli aveva detto con voce cantilenante, ubriaca e svagata. La ragazza sembrava quasi felice di quel momento di totale anestesia.
George era deciso a trarre il massimo da quell'opportunità e aveva esplorato il corpo magro della ragazza senza molta delicatezza. La gonna di lana era arrotolata disordinatamente all'altezza della cintura e la sottoveste di seta era stata sollevata sulle spalle. Supina, la ragazza aveva appena un accenno di seno e i capezzoli erano minuscoli come piselli. Appena entrato nello scatolone, George, disgustato dal calore e dagli odori, aveva pensato che forse avrebbe potuto limitarsi semplicemente ad abbassarsi i pantaloni alle caviglie. Nessuno dei ragazzi nel corridoio avrebbe saputo cos'era successo davvero. Poteva dondolarsi un po' e poi parlare anche lui del gioco di cui tanti parlavano la domenica mattina. Ma era proprio quello il punto: nessuno avrebbe saputo. Era libero. E, sebbene fosse terrorizzato, sarebbe andato avanti perché voleva farla finita con quella storia. Al mondo c'erano due categorie di uomini: quelli che l'avevano già fatto e quelli che non l'avevano ancora fatto, e George era convinto che ogni incertezza della sua età sarebbe scomparsa, se avesse attraversato quel confine.
Quando, dopo un terribile momento di goffaggine, era entrato dentro di lei, si era sentito lacerare il corpo da un urlo che gli veniva dal cuore. Con stupefacente chiarezza, aveva avvertito i segnali della dannazione. Ma quelle erano proprio le voci da cui voleva liberarsi e cosi aveva continuato, con determinazione, in qualche modo isolato dalle sensazioni di piacere. La ragazza, per quello che ricordava, gli aveva messo una mano sulla schiena e aveva fatto qualche sforzo per muoversi sotto di lui.
Una volta concluso, George si era riabbottonato i pantaloni.
"Stai bene?" le aveva domandato in un sussurro prima di uscire dallo scatolone.
"Oh, tesoro!"
"No, sul serio, stai bene?" Le aveva sfiorato una guancia, per la prima volta.
La ragazza stava di nuovo cantando, adesso con un'improvvisa chiarezza che lo aveva spaventato. George era emerso nell'accecante luce fluorescente del corridoio con gli occhi che gli bruciavano. Qualcuno gli aveva dato una pacca sulla schiena, altri avevano fatto battute sulla sua velocità -doveva essere rimasto dentro quella scatola per non più di due minuti -, ma George adesso voleva scappare da quel branco famelico. I ragazzi non avevano idea di quello che era successo realmente. Non era stato quello che pensavano o che stavano festeggiando. Un attimo dopo George era al pianodi sotto e cercava di capire cosa significasse avere finalmente attraversato la membrana tra le sue fantasie e la vita. Gli effetti dello scotch stavano cominciando a svanire.
La ragazza dell'appuntamento al buio di Mario Alfieri, Joan - con cui Mario avrebbe poi trascorso i successivi trentasette anni, fino al momento della sua morte nel crollo della seconda torre del World Trade Center -, era uscita dal bagno che per il weekend era stato riservato alle signore. Per poco non si era scontrata con Gorge, che stava ancora cercando di infilarsi la camicia nei pantaloni.
"Che ti è successo?" aveva domandato la ragazza.
Gorge non era riuscito a trovare una risposta decente. "La vita è strana" le aveva detto. Spiritosa quanto Mario, Joan lo aveva fissato a lungo e poi gli aveva chiesto: "In confronto a che cosa?".
Indicazioni bibliografiche
Scott Turow, Prova d’appello, Arnoldo Mondatori Editore, 2007
Titolo originale: Limitations
Traduzione di Nicoletta Lamberti
pagg. 66-75
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