TESTO EDITO
TESTIMONE INCONSAPEVOLE 
.Gianrico Carofiglio
Il primo processo che feci da solo, poco dopo aver superato gli esami da procuratore legale, riguardava una serie di truffe. L'imputato era un omaccione simpatico, con i baffi neri e il naso pieno di capillari rotti. Credo non fosse astemio.
Il pubblico ministero fece una requisitoria brevissima e chiese la condanna a due anni di reclusione. Io feci una lunga arringa. Il pretore annuiva quando parlavo e questo mi dava fiducia. I miei argomenti mi sembravano stringenti e inevitabilmente persuasivi.
Quando finii di parlare ero convinto che di li a poco il mio cliente sarebbe stato assolto.
Il pretore rimase in camera di consiglio una ventina di minuti e quando venne fuori condannò esattamente alla pena richiesta dal pubblico ministero. Due anni di carcere senza la sospensione condizionale, visto che il mio cliente era un recidivo.
La notte seguente non dormii e per molti giorni seguenti mi domandai cosa avessi sbagliato. Mi sentivo umiliato, mi convinsi che il giudice, per qualche motivo sconosciuto ce l'aveva con me, e persi fiducia nella giustizia.
Non mi passò nemmeno per la testa la spiegazione più ovvia della faccenda: il mio cliente era colpevole e il giudice aveva fatto bene a condannarlo. Questa fu una brillante intuizione che ebbi solo molto tempo dopo.
Da quell'esperienza comunque imparai a trattare i miei processi con il dovuto distacco. Senza appassionarmi e soprattutto senza nutrire aspettative.
Appassionarsi e nutrire aspettative sono due cose pericolose. Ci si può fare male, o anche molto male. Non solo nei processi.
Mentre l'aula si svuotava pensavo a questo. Pensavo che avevo fatto bene il mio lavoro. Avevo fatto tutto quello che era possibile. Adesso dovevo disinteressarmi del risultato. Dovevo andare via, in studio o a fare un giro, o a casa. Quando la corte fosse stata pronta il cancelliere mi avrebbe chiamato sul cellulare - si era fatto dare il numero prima di andare via lui stesso - e io sarei tornato per ascoltare la lettura della sentenza.
E la prassi in processi di questo genere, quando si prevede che i giudici rimangano in camera di consiglio per molte ore o anche per giorni. Quando sono pronti chiamano il cancelliere e dicono a che ora usciranno dalla camera di consiglio per leggere la sentenza. Il cancelliere a sua volta chiama il pubblico ministero, gli avvocati e all'ora stabilita sono tutti lì, per l'atto finale. Dunque, stando alla prassi sarei dovuto andare via.
Invece rimasi e dopo essermi guardato un po' intorno nell'aula deserta mi accostai alla gabbia. Abdou si alzò d d a panca per venirmi incontro.
Appoggiai le mani alle sbarre ee lui fece un cenno di saluto col capo abbozzando un sorriso. Lo stesso feci io, prima di parlare.
«Sei riuscito a seguire il discorso?».
«Si».
«Allora?».
Non rispose subito. Come altre volte, ebbi l'impressione che si concentrasse per non sbagliare le parole.
«Io ho una domanda, avvocato»
«Dimmi»»
«Perché hai fatto tutto questo?».
Se non l'avesse fatta lui prima o poi avrei dovuto farmela io, quella domanda.
Stavo cercando una risposta e mi resi conto che non avevo voglia di parlarne attraverso le sbarre. Che consentissero ad Abddou di uscire e chiaccherare in aula, neanche a parlarne. Contro ogni regolamento.
Allora chiesi al capo scorta se potevo entrare io nella gabbia.
Mi guardò con l'aria di chi non è sicuro di aver sentito bene. Poi guardò i suoi uomini, alzò le spalle in un gesto di chi rinuncia a capire e diede ordine all'agente che aveva le chiavi di aprire la gabbia e di lasciarmi entrare.
Mi sedetti sulla panca, vicino ad Abdou e avvertii un assurdo senso di sollievo sentendo lo scatto del chiavistello che richiudeva la cancellata.
Stavo per offrirgli una sigaretta quando tirò fuori un pacchetto e volle che ne prendessi una delle sue. Diana rosse. Le Marlboro dei carcerati.
La presi e dopo averne fumata mezza gli dissi che non l'avevo una risposta per la domanda che mi aveva fatto.
Dissi che pensavo fosse per un buon motivo, ma non sapevo esattamente qual'era, quel motivo.
Abdou fece si col capo, come se la risposta lo avesse soddisfatto.
«Ho paura», disse poi.
«Anch'io».
Fu così che cominciammo a parlare. Parlammo di molte cose e fumammo ancora le sue sigarette. A un certo punto ci venne voglia di bere e io chiamai il bar con il mio portatile, per ordinare. Dieci minuti dopo arrivò il ragazzo, con il vassoio, e fece passare attraverso le sbarre due bicchieri di the freddo. Pagò Abdou.
Poi bevemmo, sotto gli sguardi perplessi degli agenti. Verso le otto gli dissi che andavo a fare due passi per sgranchirmi le gambe.
Non avevo voglia di tornare a casa o in studio. O andare in centro a passeggiare fra la gente e i negozi. Cosi mi avventurai nei dintorni del tribunale, in direzione del cimitero. Fra case popolari dalle quali veniva odore di cibo un po' sfatto, botteghe squallide, e strade dalle quali non ricordavo di essere mai passato, in trentanove anni di vita a Bari.
Camminai a lungo, senza meta e senza pensare a niente. Mi sembrava di essere altrove e i posti erano così brutti da emanare uno strano, squallido fascino.
Si era fatto buio e mi ero completamente distratto quando mi accorsi della vibrazione nella tasca posteriore dei pantaloni.
Tirai fuori il cellulare e dall'altra parte sentii la voce del cancelliere. Era un po' agitato.
Aveva già chiamato una volta e non rispondeva nessuno? Non avevo sentito, mi dispiaceva. Erano pronti già da dieci minuti? Arrivavo subito. Subito, subito.Pochi minuti.
Mi guardai attorno e ci misi un po' per rendermi conto di dov'ero. Niente affatto vicino. Dovevo correre e lo feci.
Entrai in aula una decina di minuti dopo, sforzandomi di respirare con il naso e non con la bocca, sentendo la camicia bagnata di sudore che si attaccava alla schiena, cercando di darmi un contegno.
C'erano già tutti, pronti ai loro posti. Parte civile, pubblico ministero, cancelliere, giornalisti e nonostante l'orario, anche pubblico. Notai che c'erano anche alcuni africani, che non avevo mai visto alle altre udienze.
Appena mi vide, il cancelliere scomparve dietro la porta della camera di consiglio. Andava ad avvertire la corte che ero finalmente arrivato.
Mi gettai la toga sulle spalle e guardai l'orologio. Le nove e cinquantacinque minuti.
Il cancelliere tornò al suo posto e poi, in rapida successione la campanella suonò e i giudici uscirono.
Il presidente raggiunse rapidamente il suo posto, con l'aria di chi vuole sbrigare in fretta una incombenza sgradevole. Guardò prima a destra e poi a sinistra. Si assicurava che i componenti della corte fossero tutti al loro posto. Mise gli occhiali per leggere la sentenza.
Abbassai lo sguardo, socchiusi gli occhi e ascoltai i battiti del mio cuore. Forti e veloci.
«In nome dei popolo italiano, la corte di assise di Bari, letto l'articolo 530 capoverso dei codice di procedura penale...».
Indicazioni bibliografiche
Gianrico Carofiglio, Testimone inconsapevole, Sellerio editore, 2002
pag. 301-304
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