TESTO EDITO
LA METÀ DI NIENTE 
.Catherine Dunne
Prologo

In principio c'è una famiglia. Non è niente di eccezionale, è una famiglia normalissima, proprio come la vostra e la mia.
Questa famiglia è composta da cinque persone. II padre si chiama Ben. Ha quarantacinque anni, è pelaticcio e ha un accenno di pancetta. Lavora in proprio e porta a casa il pane. Vuole bene ai figli e non picchia la moglie.
Rose è la madre. Ha quarantadue anni, ed è un po' affaticata da vent'anni di guerra con il giro vita. È una madre affettuosa, una massaia efficiente e non tradisce Ben.
I figli sono tre. Hanno un età compresa tra i sei e i diciassette anni. Si danno grande importanza, ma, per quanto ci riguarda, per il momento saranno semplicemente I Figli.
Questa famiglia anonima tira avanti vivendo alla giornata. Spesso Ben e Rose si chiedono: tutto qui? Però non se lo chiedono a vicenda.
Un giorno Ben entra in cucina. Sta cercando Rose, che è occupata a bollire le uova.
«Rose.»
Ultimamente non l'ha quasi mai chiamata per nome, perciò lei alza lo sguardo sorpresa.
«Dobbiamo parlare.»
Il mondo crolla, anni e anni precipitano turbinando, vite vengono distrutte. Adesso Rose sa che tutte le sventure sono state annunciate da quella frase. Dobbiamo parlare.
«Devo andar via per un po'. Penso che abbiamo bisogno di stare ognuno per conto proprio, solo per un periodo. Mi dispiace farlo così, ma è che non sono felice.«
Rose fissa le uova. È affascinata dal modo in cui salgono gorgogliando in superficie, sospinte da un getto d'acqua bollente. Uno si è appena rotto e trasuda un candore gelatinoso nell'acqua agitata. Ora sa che sarà tutto acquoso dentro.
Questa è una mattina fatta per i cliché. Dobbiamo parlare. Mi sono sentita le gambe tremare. Non credevo alle mie orecchie. Abbiamo decisodi separarci per un periodo di prova.
Rose scruta la faccia di Ben alla ricerca di risposte, di qualche indizio che spieghi la borsa bell'e pronta ai suoi piedi.
«Adesso? » gli chiede stupidamente.
Lui alza le spalle.
«Non vedo perché dovremmo aspettare. La cosa era nell'aria da parecchio. Lo sai.»
Lo sa? È questo che Ben voleva dire con i suoi lunghi silenzi, la sua insoddisfazione crescente nei riguardi del lavoro, la sua irrequietezza? Rose è consapevole che da un po' di tempo qualcosa covava sotto la superficie, ma magari, chissà, una vacanza, un week-end fuori insieme senza i figli...? Adesso, a quanto pare, non è così facile da definire,qualunque cosa sia.
Si sente estremamente calma. Spegne il fornello e toglie gli spruzzi con un panno, sforzandosi di non guardare Ben. È convinta che sia così per tutte le grandi crisi della vita delle persone. Il momento in sé passa senza grandi drammi. I drammi vengono dopo.
È consapevole del momento, di lui, di se stessa, della casseruola che ormai fuma placidamente. Sa che tutti questi dettagli si stanno imprimendo in fondo ai suoi occhi, per poi, in seguito, essere riproiettati all'infinito. Scosta gli occhi dalle cose rassicuranti, familiari e li fissa su Ben.
«Non possiamo parlare? Devi andare proprio adesso, senza darci nemmeno la possibilità di discuterne?»
Lui fa un gesto di impazienza.
«Sono anni che cerco di parlarti. Devo andare via per chiarirmi le idee. Ti chiamo quando torno.»
Rose sa che Ben è deciso, e anche esasperato.
«Non sei nemmeno arrabbiata?» le chiede. «Lanciami qualcosa, picchiami se vuoi, ma Cristo, reagisci.»
«No, non sono arrabbiata» risponde Rose. «Non so che cosa provo, ma non ho certo voglia di picchiarti. «
Di colpo Ben si dirige verso la porta.
«E per sempre. non è vero? Non è solo per un periodo.»
Ben si volta verso di lei, la faccia pallida.
«Credo di sì. Non ti amo più.»
Ed ecco che se n'è andato. La porta si chiude alle sue spalle senza far rumore. Rose grida ai figli che è ora di andare.
Mette sul tavolo le merende da portare a scuola e un altro giorno ha inizio.

Lunedi 3 aprile 1995; ore 8.00

«Avanti, ragazzi, ci siamo? «
La voce normale, la solita intonazione. L'urlo teso che si stava formando nella testa e nel petto non doveva uscire.
Tempo. aveva bisogno di tempo.
Damien entrò in cucina, stringendosi nelle spalle per infilarsi la giacca.
«Ci vediamo più tardi, Ma'.»
Da quando gli aveva raccontato che una volta lo chiamava il suo agnellino, la chiamava sempre Ma', prolungando la vocale per stuzzicarla.
Rose gli faceva credere che detestava quel nome, e così lui insisteva. In realtà le piaceva: Damien stava diventando grande, ma manteneva ancora aperti I canali di comunicazione. Gli guardò la testa bruna, china sullo zaino che usava per la scuola. All'improvviso Rose si sentì molto, molto più vecchia.
«Solita ora?»
Solita domanda. Fare come se niente fosse.
Lui annuì prendendo un altra fetta di pane tostato. Ancora una volta Rose si stupì di quanto mangiava. Sembrava una pratica costante: prima, durante e dopo i pasti. Aveva smesso di preoccuparsi che si guastasse l'appetito.
Quella mattina la cosa aveva ben poca importanza.
«Ciao, Ma'!»
La porta di servizio sbatté e Damien sparì.
Rose lo seguì con lo sguardo mentre pedalava giù per il vialetto. Per un momento, ebbe uno straordinario lampo di penetrazione, una visione di Damien come un estraneo, non come suo figlio, o il figlio di qualcuno. Semplicemente come un adulto in mezzo a tanti. Alto, capelli scuri piuttosto lunghi, braccia e gambe smisurate. Portava la bicicletta con sicurezza, quasi con arroganza. Ebbe paura, mentre invece normalmente avrebbe dovuto sentirsi orgogliosa.
Ma oggi non era un giorno normale.
Brian e Lisa stavano di nuovo litigando. Questo, almeno, era normale, e con uno sforzo fisico Rose si allontanò dalla finestra per incitarli a non fare tardi a scuola. Un senso di spossatezza le invase pian piano le ginocchia. Le mani cominciarono a tremarle leggermente. Si sentiva la bocca secca.
«Su, voi due, sto aspettando!»
Sempre la stessa dose di autorità nella voce. Portarli fuori di lì, farli sparire per poi poter pensare. Improvvisamente la normalità le faceva uno strano effetto: doveva diventare padrona della situazione.
«Era ora!»
Finalmente i due bambini irruppero in cucina. Oggi Brian aveva il broncio e Lisa un'aria trionfante. Per Rose cominciava il secondo round, ovviamente. D'un tratto si sentì esausta al pensiero del terzo, del quarto e del quinto round. Atteggiò con cura l'espressione del viso e parlò con tono squillante, la sua voce da mamma che comanda.
«Andiamo! Non vogliamo mica fare tardi!«
Non era la prima volta che era seccata con se stessa perché dava inizio a quella routine. Avrebbe dovuto lasciarli andare a piedi. Non sarebbero morti per un po' di pioggia. Ma Lisa camminava con una lentezza estrema e negli ultimi giorni era una gran frignona. Era più semplice accompagnarli in macchina. Rose sentiva le lacrime premere impetuosamente, la bocca piegarsi d'ingiù. Sperava di non esser costretta a parlare.
Forse intuivano qualcosa. Seduti sul sedile posteriore tacevano entrambi; non erano abituati a essere ignorati, a essere messi al secondo posto.
Mogi mogi la salutarono con la mano sul portone della scuola, e Rose mantenne il controllo fino a quando sparirono.
Per diversi minuti non riuscì a muoversi.
Guardò le dozzine di madri con carrozzine e passeggini, i rari padri in giacca e cravatta. Si chiamavano a vicenda, si rivolgevano un cenno di saluto, sorridevano e abbracciavano i figli.
Tutto era così normale.
Ora che quel fatto eccezionale era, accaduto, Rose si sentiva ancora più isolata. Qui non cera nessuno con cui potesse parlare. Nessuno a cui potesse dire: «Mio marito m'ha appena lasciata ».
Oppure c'era? C'era qualcuno, là, che avrebbe detto:
«So quello che si prova»?
Aveva bisogno di un'amica, aveva bisogno di Martha.
Rose fece un'inversione e si allontanò lentamente. Doveva concentrarsi, mille pensieri le passavano per la testa, gli anni le sfilavano davanti agli occhi.
D'un tratto inchiodò.
Non aveva visto la vecchietta sul passaggio pedonale.
Furiosa, la donna prese a picchiare sul cofano della macchina con l'ombrello chiuso. Alcuni passanti scoppiarono a ridere. A Rose parve di vedere un paio di occhiali e una bocca rugosa e adirata che le urlava contro.
Era mai possibile che non lo sapessero? Non ce l'aveva forse scritto in faccia?
Riconobbe vagamente un viso che la guardava con preoccupazione. Non adesso, Jane. Adesso proprio non cela faceva a essere gentile. Non riusciva nemmeno a chiedere scusa alla vecchietta che ancora le sbraitava contro e agitava l'ombrello, godendosi il suo momento di celebrità.
Ora sarebbe tornata a casa e avrebbe assaporato la sua ira davanti a svariate tazze di tè con la famiglia e le vicine di casa. Si sarebbe rallegrata di essere viva. Con piacere ancora maggiore se la sarebbe presa con le ricche signore e i loro macchinoni, aggiungendo che non c'era da stupirsi se i giovani non avevano alcun rispetto visto che i genitori trattavano gli anziani come spazzatura.
Mentre accelerava, diretta verso casa, Rose era consapevole di tutto questo. Aveva un bisogno disperato della sicurezza delle sue quattro mura.
Si rendeva conto dell'effetto di quell'episodio, di come doveva sentirsi la vecchietta. Ma non poteva cambiare quel copione.
Ora doveva andare a casa a scrivere il proprio.
Indicazioni bibliografiche
Catherine Dunne, La metà di niente, Guanda Editore, 2006
Titolo originale: In the beginning
Traduzione di E. Kampmann
pp. 11-16
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