TESTO EDITO
DOVE È SEMPRE NOTTE 
.John Banville
Quel giorno Josh Crawford era quasi di buonumore. Gli piaceva assaporare i frutti del suo successo, e la vista dei suoi dipendenti che si divertivano tra le fronde di quel luogo di piacere che era la serra di vetro aveva un gusto dolce per lui, che in quei giorni doveva mandare giù tanta amarezza. Sapeva che ci sarebbero state poche altre occasioni del genere. L’aria attorno a lui si faceva più sottile di giorno in giorno e lui la aspirava con una specie di lento panico, come se stesse lentamente affondando sott'acqua con solo un tubo per respirare, un tubo che si faceva sempre più sottile, come uno di quei tubicini di vetro che ricordava dai tempi della scuola, anche se i suoi giorni di scuola erano stati pochi ed erano ormai passati da un pezzo. Come si chiamavano, quei tubetti sottili? Trovava stranamente comico il proprio processo di rapida dissoluzione. I suoi polmoni erano tanto congestionati da farlo gonfiare e diventare blu come certe specie di rane sudamericane. La pelle delle sue gambe e dei suoi piedi era tesa e trasparente come quella di un profilattico; quando l'infermiera gli tagliava le unghie scherzava con lei, avvertendola di stare attenta a non pungerlo con le forbici sennò sarebbero entrambi finiti nei guai. Chi avrebbe mai pensato che lui potesse trovare buffo il tradimento del tempo, alla fine?
Batté le nocche sul bracciolo della sedia a rotelle perché l'infermiera smettesse di spingere e si occupasse di lui. Quando lei, da dietro. si piegò all’ingiù e avvicinò il viso al suo, Josh percepì il suo piacevole odore di amido; gli ricordava un po' l'odore di sua madre, da tempo morta e da tempo dimenticata. La sua attenzione era rivolta perlopiù al passato, adesso che di futuro gliene restava così poco.
«Come si chiamano quelle cose che usano i chimici... » disse con voce roca, «quei tubicini di vetro in cima ai quali si mette un dito per non far fuoriuscire il liquido... come li chiama, lei?»
La donna gli lanciò quell'occhiatina di sottecchi, scettica e semisorridente, che faceva quando sospettava che lui la stesse prendendo in giro. «Tubicini?»
«Sì. tubicini di vetro.» Il vecchio stava già,perdendola pazienza, e batté di nuovo sul bracciolo della poltrona. «Lei è un'infermiera. accidenti, dovrebbe saperle,queste cose!»
«Be’, non le so.»
La donna si raddrizzò, scomparendo alle spalle di lui, e riprese a spingerlo in avanti. Josh non riusciva a rimanere arrabbiato con lei a lungo. Gli piaceva la gente che gli teneva testa, anche se lei, ne era convinto, lo faceva più per stupidità che per coraggio: non sembrava rendersi conto di quanto lui fosse pericoloso, o di quanto potesse essere vendicativo. O magari lo sapeva, ma non gliene importava niente? Se nessun uomo è un eroe per il suo valletto, pensava, può darsi che nessun uomo sia un mostro per la sua infermiera. Nel primo giorno in cui era stata in casa sua lui le aveva offerto cento dollari perché gli mostrasse il suo seno. Cinquanta dollari per mammella! Lei lo aveva fissato ed era scoppiata a ridere, e lui, offeso, inaspettatamente sconfitto, aveva cercato di uscire spavaldamente d'impiccio dicendole che quella era una richiesta che faceva a tutto il suo personale femminile, per metterlo d a prova: lei con il suo rifiuto aveva superato la prova. Era stato allora che lui aveva visto per la prima volta quel suo sorrisetto maliziosamente beffardo. «Echi dice che mi rifiuto di farlo?» aveva detto lei. «Avrei potuto mostrarglielo gratis, il mio seno, se me l'avesse chiesto con garbo ... » Ma lui non gliel'aveva più chiesto. né con né senza garbo, e lei non aveva più ripetuto l'offerta. Ormai le coppie ai bordi della pista da ballo lo avevano notato, avevano smesso di ballare ed erano rimaste lì a osservare il suo arrivo, stando goffamente insieme, a due a due, come bambini, pensò Josh sprezzantemente, nelle loro pretenziose tenute da party. A differenza dell'infermiera, loro conoscevano la sua fama, sapevano quel che lui era capace di fare, e che in effetti aveva fatto, quando veniva provocato. Una delle donne cominciò ad applaudire, a titolo di prova, poi il suo partner si unì all'applauso, e così pure gli altri ballerini che si erano bloccati, e dopo qualche attimo la grande sala di vetro fu invasa da un uragano di applausi. Era un suono che Josh detestava: gli ricordava i pinguini... o forse le foche? Sollevò una mano in un gesto fiacco, papale, facendo dei cenni di ringraziamento con la testa prima in una direzione e poi nell'altra, augurandosi che la smettessero di recitare quell'orribile commedia, alla quale adesso si unirono anche i componenti dell'orchestra, alzandosi in piedi e lanciandosi in una serie di peti e fischi che lui riconobbe vagamente come una parodia di Harl to the Chief. Alla fine, quando anche l'ultimo adulatore ebbe smesso di battere le mani e gli orchestrali si furono riseduti, Josh tentò di rivolgersi alla folla per farle gli auguri natalizi, ma naturalmente la voce lo tradì, dopodiché cominciò a tossire e ben presto restò ripiegato su se stesso, quasi cadendo in avanti dalla sedia a rotelle, ansimando, tremando e versando muco sulla coperta che gli copriva le ginocchia. L'infermiera armeggiava con il rubinetto di regolazione della bombola d'ossigeno, situata sotto la poltrona tra le ruote, poi una mano venne posta sulla spalla di Josh e una voce disse: «Hai chiamato, caro?»

Rose Crawford era una donna molto bella, e lo sapeva. Era alta e snella, con spalle strette, a vita stretta, e un andatura da pantera. Aveva occhi grandi, neri e luminosi, zigomi alti - correva voce che avesse del sangue indiano - e guardava il mondo in generale dall'alto m basso con malcelato, sardonico divertimento. A Josh Crawford piaceva affermare con orgoglio che lei era il suo bene più prezioso e diceva scherzosamente di averla barattata con un quadro di Rembrandt, anche se secondo alcuni non era solo una battuta. Lei era comparsa apparentemente dal nulla nella sua vita, sfoggiando sull'anulare un anello in cui era incastonato un diamante più o meno delle dimensioni della prostata di Josh, dicevano alcuni. C'era stata una precedente Mrs. Crawford - due, anzi, però la prima era morta - ma era stata schiaffata in un'elegante casa di riposo e adesso nessuno riusciva a ricordarsi bene com’era, il suo ricordo era stato del tutto cancellato da Rose, che era molto più chic. Sembrava una vicenda tratta da una fiaba, o più probabilmente dalla Bibbia, l'unione di quella donna dura ma bellissima e quell'uomo vecchio e cattivo. La gente guardava Josh Crawford che guardava sua moglie, tanto più giovane di lui, e per il momento si rassegnava a non essere ricca come lui né bella come lei.
Rose prese bruscamente dalle mani dell'infermiera la mascherina di plastica e la premette contro il naso e la bocca di Josh. Il sibilo dell'ossigeno nel tubo di gommala faceva sempre pensare ai serpenti: con studiata affettuosità spesso chiamava Josh il «suo vecchio cobra». Be', quel giorno, mentre era acquattato a spalle curve sulla sedia a rotelle e ansimava nella mascherina, sembrava più che altro un'alce ferita... Quanti avevano smesso di ballare erano rimasti a guardarlo a bocca aperta, con ansioso interesse mentre lottava per respirare - lui era il loro buono-pasto in fin dei conti, pensava Rose, anche se di sicuro non li nutriva troppo - ma a uno sguardo fulminante di quei suoi occhi color inchiostro si affrettarono a guardare altrove. Josh si strappò la mascherina dalla faccia e la gettò via. «Fatemi uscire da qui!» esclamò ansimando. Era furioso per il fatto di essere visto così dai suoi dipendenti. L'infermiera si apprestò ad afferrare i manici della sedia a rotelle, ma lui si voltò di scatto e le agitò sotto il naso un pugno. «Non dicevo a lei!» Aveva della schiuma bianca sulle labbra. Rose sorrise nel suo modo blando, incurante, all'infermiera, ruotò la poltrona e partì alla volta della galleria che portava nella casa vera e propria. Adesso Josh stava graffiando con le unghie i braccioli di pelle della poltrona e borbottando tra sé una parola che sembrava "pepita". Perché mai sta parlando di pepite?, si chiese Rose. Dalle idropiche caverne del suo petto Joshe mise un profondo, rimbombante borbottio che Rose riconobbe come una risata. Quando lui riprese a parlate lei dovette piegarsi in avanti e mettere il volto accanto al suo, come aveva fatto prima l'infermiera.
«Non sto parlando di pepite!» gracchiò lui. Le aveva letto nel pensiero, una sua abilità che colpiva e preoccupava Rose in ugual misura. «Sto dicendo 'pipetta', è così che si chiama quella cosa che usano i chimici.» «Come dici tu, caro» disse lei con un sospiro. «Come dici tu».
Indicazioni bibliografiche
John Banville, Dove è sempre notte, Ugo Guanda Editore, 2007
Titolo originale: Christine Falls
Traduzione di Marcella Dallatorre
pp.210-214
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